C’è culo e culo, dannato giornalista

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CuloCulo-flaccido un tappo nel culo-def-blog

Sarò pure una cattiva persona, però certe volte mi si istiga. Ci sono giornate in cui bisognerebbe stare a letto e non muoversi. Al limite è concesso andare al bagno a pulirsi la mano dallo sperma, perchè masturbarsi con il preservativo è peccato di gola che si deve commettere un’unica volta, per il solo gusto di averci provato. Sono giornate che si riconoscono fin da subito, nel buio della propria stanza, con gli scuri chiusi che ti sussurrano di non avere fretta, di tendere un po’ l’orecchio prima di destarti. E tu ascolti. Percepisci distintamente la pioggia. Una pioggia autunnale, costante e soffice. Ovattata. Che senso ha alzarsi? Fuori è brutto e fa freddo e che sia il quindici di agosto non vuol dire nulla. Qualcosa però ti obbliga a scendere dal tuo giaciglio, forse la curiosità e la voglia di sapere quel che accade intorno al nostro nido. 

Grandissima boiata. Una puttanata d’idea. Una biblica, inutile azione del cazzo. 

Fuori risplende il sole e il cielo è terso come neanche nelle riviste patinate che sponsorizzano viaggi esotici in paradisi turistici cinque stelle, all inclusive, a due passi dal terzo mondo. Con un inizio così, ti girano.

 

“Resta lì che fuori piove e fa freddo”

“Va bene”

“Bravo ragazzo. Non cadere nella tentazione di dover in tutti i casi agire in una giornata che non può che non dare tragedie”

“Ho capito perfettamente. Vai tranquillo che non mi muovo. Sento anche il freddo. Tanto freddo. Mi prendo pure una coperta.”

“Ottima scelta. Coccolati.”

“Però ora che sono in piedi una sbirciatina per mettermi definitivamente il cuore in pace…”

“Non…”

“Ahhhhh! La luce! Gli occhi bruciano! Toglietemeli di dosso!”

“…lo fare”

 

Ed è l’inizio della fine.

 

Le categorie che oggi non sopporto sono le più disparate:

 Il ritorno degli shorts. Parliamone.

Sei un maschio giovane e ingrifato e lo sai che il culo delle ragazze è come la merda per le mosche; ti attira. E ti tira. Vi giuro che due belle gambe e un bel culo fanno la loro porca figura. A volte bastano e mentre stai al mercato a prendere mele, meloni e cocomeri ti devi improvvisamente scusare col commerciante per andare in bagno a lavarti la mano. Tutto questo era sopportabile fino a quando il QI medio delle persone garantiva quel tanto di autocritica necessaria a evitare sconcezze non permissibili. 

Poi è arrivata la crisi che non ha risparmiato nulla e nessuno. Per permettere un minimo di progresso scientifico limitato dai tagli alla ricerca, si è pensato di nazionalizzare parte dell’intelligenza popolare per indirizzarla in pochi eletti, i quali, una volta fatto l’upgrade, scappano all’estero. Ma la crisi è stata lunga e insidiosa e ha decisamente reso a rudere l’impianto globale dell’industria tessile. Le piantagioni di cotone hanno perso la bassa manovalanza fuggita alla ricerca di un lavoro gratificante, come vendere rose o ciuchi sonanti e luminosi con corredo di accendini e fazzoletti, mentre gran parte delle pecore sono state dirottate nei letti di quegli uomini piacenti d’intelletto, e non d’aspetto, che non riescono a comunicare con il gentil sesso causa esproprio proletario di cui sopra. Il risultato è stato una drastica diminuzione del materiale tessile con conseguenze disastrose per l’occhio umano. Come sempre è una concausa di situazioni. La risposta del mercato sono stati gli shorts, mutande culotte in jeans o cotone.

Anche la Gioconda è stata ritratta da mezzo busto in su. Che siate di viso angelico e seno piacente o petto sfavillante o sorriso attraente, ciò non giustifica i quintali di gelato e cioccolato e alcool, sedimentativisi sul culo, che mi devono salutare mentre cammino, studio, leggo, faccio l’aperitivo, la spesa, o qualsiasi altra attività compreso il mangiare.

Poi sono arrivati i pubblicitari a risolvere il problema. (Madonna…)

Chiamati in gran segreto dai propri governi per prevenire sovversioni conseguenti il malcostume, dopo diciotto giorni di asfissianti dibattiti hanno prodotto il “Suerra de bunda”

 

“Come possiamo risolvere questo problema?”

“Ci serve un’idea!”

“Si, sì! Ci serve un’idea” Esclamano all’unisono i pubblicitari

“La gente si sta stufando di questi culi flaccidi e lardosi che rimbalzano fuori sincro in modo piuttosto cacofonico”

“…” I pubblicitari non afferrano.

“Il culo che ci permetteva di vendere qualsiasi cosa sta stufando la popolazione”

“Sì, sì! Ci serve un’idea” Riesclamano in coro i pubblicitari.

“Quindi?”

Poco prima era entrato nella stanza un essere brufoloso, pallido e curvo per il peso della sua bassa autostima a portare il caffè.

“Chi sei?”

“Porto il caffè”

“Lascia pure sul tavolo”

“Se posso…”

I pubblicitari lo guardano nella speranza di captare un’idea. Lo scrutano con ricettiva attenzione.

“Se posso … dire la mia, pochi giorni fa la mia Dolly mi ha belato una frase piuttosto profonda. Non bisogna nascondersi dietro strani e complicati sotterfugi, ma per superare un problema bisogna prima di tutto averlo razionalizzato. Dovete far capire alla gente qual’è il vero problema.”

“…”

“Ti deve essere sbattuto in faccia, il problema, capite?” Sbuffa il brufolo umano

Qualcuno ha capito. Dal tavolo si alza in piedi un pubblicitario che incalza gli altri con la sua soluzione finale. (Fammi toccare i coglioni)

“Ho trovato! Dobbiamo mettere il problema in faccia alla gente! Fare capire loro che il culo non è il problema. Che il culo è nostro amico! Che il culo è parte di noi! Ragazzo, GRAZIE! Che formazione hai?”

“Sono un laureato in lettere”

“Ci dispiace” certificano i pubblicitari.

 

Due giorni più tardi:

 

 

 

La seconda categoria che oggi non sopporto sono:

i giornalisti. Tanto da apprezzare i pubblicitari e le loro trovate.

La professione di giornalista bisogna dire che non è per tutti. Non basta saper scrivere correttamente per fare un buon articolo, ma ci si deve mettere anche quel pizzico di passione e sentimento che dovrebbe essere intrinseca in chi scrive. O quantomeno farei in modo di dare la parvenza di scrivere per il vero scopo di informare, acculturare e denunciare. Che sia un articolo di prima pagina, o di spalla o di cronaca nera oggi quello che conta è copiare un modello pubblicitario propagandistico affinché tu possa comprare il giornale, che si regge in piedi solo grazie agli inserti pubblicitari di donne in bikini che sgrillettandosi reciprocamente il clitoride cercano di convincerti che quegli sci sono perfetti per la tua prossima stagione invernale. Tu neanche hai mai visto la neve, eppure ti si stampa in volto quell’espressione ebete da: “ Se avessi quei cosi saprei sciare alla grande”. Per un pelo di figa lo yeti andò nel Shaara.

So di avere un problema con i pubblicitari e lo sto affrontando giorno dopo giorno. È che da piccolo un pubblicitario mi ha morso.

E nessuno ha più fantasia.

 

“È morto un tipo x in una casa chiusa, abusiva, mentre scopava con una cinese. Proposte di articolo?”

“Potremmo sollevare nuovamente la questione della riapertura delle case chiuse. Fare qualche sondaggio e portare alla luce l’opinione comune in modo che le istituzioni ne prendano atto.”

“Tu chi sei? Da che formazione vieni? Ti ho assunto io?”

“Michele, il nipote di suo cugino. Ho studiato lettere, lingue e comunicazione, ho un master  sul teatro inglese ottenuto all’estero e tre anni di gavetta nel Wall Street Journal”

“Soldi sprecati, quelli dei tuoi. C’è un pubblicitario qui in giro?” (Scusate, è che proprio li odio)

“Io, signore. Pronto per servirla.”

“Proposte?”

“Il centro del discorso verterà (perchè loro parlano così) sul fatto che l’attacco di cuore è stato provocato dall’asiatica, razza notoriamente pericolosa e selvaggia, che è riuscita a catturare il malcapitato padre di famiglia proprio mentre rincasava dopo una giornata di onesto lavoro, portando con se la spesa.”

“Mi piace. Come pensavi di introdurre un argomento così pesante?”

“Un intro alla CSI, signore”

“Bravo ragazzo”

 

Due ore più tardi:

 foto

«Un sacco nero di plastica, il medico legale che scrive il nome su un foglio e le fotografie dei carabinieri di quel corpo nudo sul letto.»

 

 # Who are you? Who? Who? Who? Who? Who are you? Who? Who? Who? Who?

 

Altre categorie che oggi odio sono:

 

– I grandi che lavorano al bar lamentandosi dei giovani che non fanno nulla e del culo della segretaria o troppo tanto o troppo poco;

– I professori assenteisti che millantano un lavoro sinergico e di crescita comune con te chiuso in biblioteca e loro alle Bahamas;

– Gli occhiali da vista poggiati in punta naso con sti ebeti che ti guardano da sopra la montatura senza capire un acca di quel che vedono, ma ahimè, fa figo;

– Le vecchie mai state nell’alta società, che l’hanno agognata fin da quando bambine aravano nei campi e che ora, dopo dieci anni di contributi, si comprano il vestitino firmato e imbellettato con i soldi di noi contribuenti. (Ci fosse un pubblicitario che legge, intendo che paghiamo noi le loro pensioni; e che assenteisti vuol dire che non svolgono l’attività che dovrebbero)

 

Ora però son stanco, è stata una giornata lunga e di questi non ho voglia di dire nulla. 

 Jack: “Son miserie che si commentano da sole”

Barbossa: “Il mondo era un tempo un posto più grande”

Jack: “Il mondo è sempre uguale. È il resto che è più piccolo”

 Io: “Fin che diamo da mangiare ai pubblicitari…”

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