Ce la farò il 30 Febbraio

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Mary

L’anonimo giorno di un mese perduto in un anno qualsiasi della storia dell’umanità, un cosiddetto medico costringe un innocente feto alla nascita. Dopo nove mesi di resistenza il piccolo infante cede alle pressioni esterne, soffocato da un totalitarismo globale imperante che ne pretende l’avvento, pronto ad assoggettarlo al proprio volere, costringendolo a estenuanti rituali per addomesticarlo e instillando in lui una piccola fiamma di speranza che coverà nella vana speranza di liberarsi di quella prigione che imparerà a conoscere come vita. E quello che cova è un mondo immaginario, una vita illusoria in cui trovano spazio passioni, desideri, ricerche e studi personali, tempo libero e sogni dell’anima.

 

Che la vita è spietata glielo insegnano presto. Cominciano con l’allattarlo. Il piccolo non capisce come la violenza subita durante il parto si possa essere trasformata in questo. Cibo gratis a volontà, gelosamente custodito dalla cosa più bella che potesse immaginare: il seno. È soffice, duplice, e ai suoi occhi, immenso. Ogni succhiata sembra eterea.

 

“Ti piace?”

“Gaga!”

“E allora se ne vorrai ancora, da oggi, tu, lavorerai per me!”

 

Il piccolo cresce testa china affrontando giorno dopo giorno le decine di dettami che gli vengono imposti. Eppure resiste. Si fa forza con loro, con il loro ricordo. Prima di coricarsi dal pannolino estrae una vecchia fotografia sgualcita delle tette perdute, è il solo momento in cui è libero di sognare, di tornare serenamente al loro ricordo. 

Gli anni si susseguono e gli ordini si fanno sempre più incalzanti e pressanti. Si DEVE fare tutto quello che è ordinato. Ma da chi? 

 

“Da chi prendono ordini questi giganti che mi tengono prigioniero” Pensa il bambino ormai alla soglia del quarto anno di vita.

 

Comincia a elaborare teorie complottistiche che hanno a che vedere con razze superiori che si sono impossessate del nostro sistema, che ne hanno attuato una lobotomizzazione generale e rielaborato i dati base di trasmissione delle sinapsi nervose. 

 

Sono ormai passati sei anni e il quadro è pressoché completo, i collegamenti sono chiari, li ha studiati ad uno ad uno e ne ha dedotto il sistema. Ora è pronto per sconfiggerli. Ha la conoscenza dei loro punti deboli, sono tanti. Per il giovincello è una passeggiata, ma deve ancora attendere il momento propizio. Serve che loro commettano un piccolo errore di distrazione e poi è fatta. Sei anni di lavoro e studio stanno per essere ripagati. Un nuovo mondo risorgerà sulle ceneri di questa bieca malattia.

 

29 – 02  23:30

 

29 – 02  23:58

 

29 – 02  23:59

 

30 – 02  00:00 

 

Quando ebbe riaperto gli occhi a fatica ricordava il proprio nome e un disperato bisogno di mamma e papà lo stava assalendo. Desiderava, fra lamenti e grida, il suo pupazzo e il proprio posto sul divano, mentre Holly tira un rigore.

 

È il primo marzo. Ovvero il giorno successivo il reset totale. Perchè è così che funziona. Da sempre. Tutta una pericolosa infanzia sovversiva cancellata esattamente quando le scuole cominciano a diventare tali. E il processo è irreversibile.

 

Da quel giorno sei inserito nel sistema mondo come un piccolo automa, pronto per essere istruito secondo leggi governative atte a renderti eternamente succube. Eppure qualcosa dentro di te si muove. É un sogno? É un desiderio? É un pensiero?

È un’immagine. Tette. Non ti dicono nulla, ma te le ricordi. Te le ricorderai. Loro vogliono che tu le abbia sempre in mente. Per questo non le hanno cancellate, come non hanno rimosso il tuo piccolo mondo immaginario fatto di sogni e passioni. Te lo lasciano. Ti servirà, ti ci aggrapperai quando le forze andranno scemando, quando la tristezza della routine di una vita programmata ti soffocherà. Per adesso devi imparare.

 

Imparare a essere come loro. Quando il lavoro lobotomico è eseguito con precisione chirurgica e durante la crescita scolastica ed educativa della televisione non accadono intoppi, Loro, ti aprono le porte alla più ambita delle carriere: Il pubblicitario o al limite il politico. Per tutti gli altri si apre la gara della sopravvivenza: una quotidiana lotta tra il dovere e il piacere che inesorabile ti accompagna e ti rincuora.

 

A loro piace romperti le uova nel paniere e quando stai lavorando giorno e notte per incastrare tutto quello che devi e tutto quello che vuoi e sembra che tu abbia trovato il ritmo perfetto per avanzare senza intoppi verso il proprio agognato equilibrio, loro, vengono a romperti i coglioni.

DITO_f“¿Perdona? Una pregunta.” 

“Sergente! Sono stanco, signore!”

“Che cazzo hai detto pivello?”

“Ho esaurito le energie, signore!”

“Puttanate, coglioncello! Quante ore ci sono al giorno soldato?”

“Ventiquattro, signore!”

“E quante ore di lavoro devi fare in queste ventiquattro?”

“Quarantotto, signore”

“E ti sembra quindi possibile che tu sia stanco?”

“No, signore!”

“Benissimo, soldato. Continui a lavorare!”

 

Si, però, cazzo, no.

Il tempo scorre all’impazzata, secondi dopo secondi vengono macinati e resi briciole al vento del passato e mentre io sto studiando in un apposito spazio in cui non vola una mosca, tu, grandissima tu, ti metti a passeggiare con i tacchi facendo un rumore della madonna? Fanno un casino torvo i tuoi cazzo di tacchi! Davvero non li senti rimbombare? Sarai stronza! Che poi cosa continui a girare? Che stai cercando? Attenzione? Non ti stiamo guardando perchè sei figa. Sei un cesso; e me stai pure a fracassa er cazzo! E ti guardiamo perchè te ne devi annà via. 

 

Poi ti giri. Mi guardi. Ancora ti arrischi a camminare. Ho i nervi a fior di pelle. Sono al limite della sopportazione. Mi punti. Sei vicinissima. Mi sei davanti. Mi guardi. 

Ti guardo con faccia angelica.

 

“Scusa se ti disturbo – premio Nobel per la scelta delle parole – ma è libero questo posto?”

 

Tavolo da quattro. 

Ci sono io, un tipo al mio fianco con computer e cuffie che studia diritto privato, un altro ragazzo in fronte al computer che sembra studiare biologia e uno spazio senza persona umana cosparso di libri che inneggiano a qualche filosofo per nostra fortuna deceduto, una borsa da donna, una bottiglietta dell’acqua, una giacchetta in pelle, una custodia degli occhiali il tutto poggiato sulla sedia.

 

“Si, guarda, la ragazza è appena andata al bagno”

“È che non si dovrebbero lasciare i posti a lungo” 

“Già. Ma si è appena alzata.”

“La conosci? Bisogna dirlo alla centocinquantista”

“Si è alzata ora. Non la conosco” e chino la testa sopra i miei libri.

 

“Però, un po’ di educazione non la insegnano più?”

Rialzo la testa

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“Scusa?”

“Hai capito”

 È vero, ho capito. Sto pensando da che pulpito la predica, tu che hai destato il sonno dei morti camminando con quei tacchi per dieci eterni minuti in tutta l’aula studio. Tu che ti inventi invettive contro ignoti perchè probabilmente sei frustrata. Tu che

 

“Guarda, va bene così. Scusa devo studiare.”

“E possiamo dire addio al romanticismo”

                                                            images (2)k0h8iu

 

Mi chiedo che centra questa affermazione, ma è bionda e frustrata e mi ha istigato e son giorni che ho i nervi a fior di pelle e non resisto:

 “Ho smesso di essere romantico quando ho capito che le tette ti sarebbero arrivate alle ginocchia”

 Il suono dei tacchi che a poco a poco si smorza e infine cessa con la sua definitiva uscita di scena è musica. Mi riconcentro. 

 

“Soldato!”

“Sì, Signore?”

“Mi tiri il dito, soldato!”

 

La ragazza torna dal bagno, si siede, apre i libri, beve un sorso d’acqua, pulisce gli occhiali, fa un respiro e…

… comincia un ripasso ad alta voce.

 

Di queste case / non è rimasto / che qualche / brandello di muro //

Di tanti / che mi corrispondevano / non è rimasto / neppure tanto//

Ma nel cuore / nessuna croce manca //

È il mio cuore / il paese più straziato.  

Ungaretti

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