L’insostenibile pesantezza dell’ipocrisia dell’umana stirpe

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0rihanna

Definiamo il termine “grandi”. Chi sono? Tutti coloro che si credono in dovere di non farti dire la tua, perchè la loro esperienza ti supera di gran lunga e questo fattore di tempo li autorizza a fare quel cazzo che vogliono, in barba alla ragione. I grandi per l’appunto.

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I grandi che non sanno quello che dicono.

I grandi che parlano bene e razzolano male.

I grandi che di autorità fanno giustifica.

I grandi che oggi io no, ma tu DOVEVI.

I grandi che guarda che io…, quando tu…, che poi… .

I grandi che non…

I grandi.

 

Prendiamo questa categoria e facciamo di un’erba un fascio.

Licio_Gelli_tessera_fascio

 

Perchè sì.

 

Ogni grande prenderà a difesa di se stesso l’impegno indiscusso che la sua persona, e l’attività ad esso correlata, siano fondamentali per l’intera umanità. 

 FumettoOrecchie200

Lascio a voi i commenti.

 

Non voglio partire criticando gli stereotipi delle casalinghe frustrate con marito facoltoso che barcollano per la città in futili compere e che trovano il buon tempo di sparare a zero su tutti coloro che hanno l’ano imbottito di cazzi che la vita gli riserva.

Come non voglio partire generalizzando sull’ipocrisia dei professori universitari sempre pronti a criticare, spesso a ragione, il comportamento e il QI della media degli studenti e che al contempo evadono le attività per cui sono pagati: un insegnamento decente, una ricerca decente e un rapporto con gli studenti decente.

Senza contare che mi scoccerebbe ancor più infilarmi in discussioni sofiste su quelle persone che siccome sono state in giro per il mondo e ora sono tornate al natio loco tutti gli devono stare dietro indipendentemente dagli impegni personali.

 

Io sinceramente i grandi li metterei all’ingrasso e ne farei porchetta. Anche se questo vorrebbe dire nobilitarli. E mi ci metto anch’io, perchè sono uno di questi, perchè fanculo tutti, perchè siamo, a guardarci negli occhi, eternamente egoisti; da chi ha l’animo gandhiano a chi diabolicum.

 Non voglio parlarne.

Anche questa è ipocrisia, retorica spiccia per popolo ignorante. Non voglio parlarne, ma ne parlo. Mi trovo costretto, mi vedo costretto. Voglio; finiamola. Voglio perchè sono arrabbiato. Perchè sono al limite. Stanco. Spossato. Privo di energie.

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 Quindi ecco i fatti.

 

Mi trovo sul luogo dell’appuntamento prestabilito, dove devo incontrare un mio amico di ritorno da un paio di anni di master all’estero. Sono dieci minuti in anticipo e mi metto schiena al muro ad aspettarlo. Il cielo è terso e la mattina promette bene. Ho veramente bisogno di un po’ di relax e di chiacchiere spontanee senza pretese. Soffia un vento freddo, ma al sole non si sta malissimo. Nemmeno troppo bene in effetti.

Passano venti minuti e non è ancora arrivato.

 Qui commetto il primo errore. Penso.

In una società come la nostra pensare è altamente deleterio. Comincio ha osservare quello che mi circonda ed è la fine. Una signora sulla cinquantina si affianca a un signore di poco più vecchio e si mettono a discutere sulla gioventù.

 

“I zoveni d’oggi i xe tuti spostai!”

“È vero signora, se tute dele teste calde!”

“Pensi che no i varda pu da tute e do le bande. I varda sol che da en lato.”

“Tosi mati! Mati ghe digo!”

“Ma se i gà fato le regoe pa la straa ghe sarà en motivo, el me capise?”

“Xe vero xe vero! Vara che no vei nesuni; nemo.”

 

Guardo il semaforo. È rosso.

43DON 

Mi sale il nervoso. Cosa cazzo critichi se sei il primo che non rispetta le regole?

 Per inciso: qualcuno c’era. La clacsonata è arrivata come fulmine a ciel sereno.

 

Mezz’ora. Ancora nulla.

 

Penso che sono un’infinità di giorni che il mio professore con cui sono in tesi non risponde né al cellulare né alle mail e, cosa ancor più grave, nemmeno la professoressa del nuovo corso di laurea esplica questa attività; e penso ancora. 

Ricordo le invettive di fior fior di professoroni che si lamentano della condotta degli studenti. 

“Lascivi! Menefreghisti! Ignoranti! Merda che non ammette insegnamento alcuno! (Giuro che questa è vera). Teste calde! Vuoti pneumatici di abissale ignoranza. (Anche questa)

  10348204 capra-felice 

Mi soffermo sulla mia idea di professore. Preparato, con la voglia di insegnare e di impartire alle generazioni future la propria passione e conoscenza. Un uomo con i suoi difetti, anche terribili, ma che si prodiga instancabilmente all’interno del dovere del proprio operato. Penso che rispondere alla mail è un loro compito, che se io non posso andare a ricevimento e scrivo una mail, questa meriti risposta. Anche degli insulti, se la mia richiesta è banale, stupida e insignificante, ma pur sempre una risposta. Nessuno più risponde alle mail. E allora vai a ricevimento. Chiedi permesso dal lavoro (giornata che non ti viene pagata) fai tre/quattro ore di treno, poi bus, un po’ di camminata e quando sei innanzi al fatidico uscio aspetti. 

“Eppure dovrebbe essere già qui”

“Si ma spesso fa così. Arriva anche un’ora in ritardo.”

“Scusa?”

“A volte non si presenta nemmeno e non avvisa”

43DON

 

Badate bene che non faccio nomi di professori e che probabilmente chiunque abbia avuto a che fare con l’università ha appena pensato un po’ di nomi candidabili.

Schifo; è tutto quello che il mio cervello riesce a pensare.

“Lascivi! Menefreghisti! Ignoranti! Merda che non ammette insegnamento alcuno! Teste calde! Vuoti pneumatici di abissale ignoranza.”

 Mi domando se non stessero parlando di loro stessi.

 

Il sole si nasconde dietro gli edifici più alti e il vento si fa presto pungente. Fa veramente tanto freddo e tutti questi pensieri mi hanno spazientito. Decido di andarmene e occuparmi dei miei impegni.

 

A sera ricevo questo messaggio via mail ( Lui non ha un telefono con scheda italiana, pertanto era impossibile chiamarlo):

“Qualcosa dev’essere successo perchè non ti ho trovato!”

 “Qualcosa deve essere successo. Tipo che ti ho aspettato per 45 minuti e non ti sei presentato”

 “Sì che ero lì. Sono stato lì per mezz’ora. Eri a Padova o a Pisa?”

 “Ero dove mi hai detto di essere, al freddo ad aspettarti. Vicino al poggiabici.”

 “AH! Ma io ero dentro il negozio vicino a dove ti avevo detto di aspettarmi”

fumetto hulk 

Ora scusate. Sono io che mi incazzo facilmente o sono circondato da ebeti con tanto di patente? Perchè se per esempio vi dico: Troviamoci alla coop, voi mi aspettate dentro o fuori? E se mi aspettate dentro immagino lo specificate. O se decidete di entrare fate in modo di buttare l’occhio fuori per vedere se c’è colui che aspettate. Sbaglio?

 O sono io che vi devo rincorrere tra salumi, casalinghe, polli alla brace, assorbenti, detergenti e pandori precoci?

 Oggi voglio essere cattivo. Cattivo come non mai. Voglio augurarvi il peggio, voglio che soffriate così tanto che pregherete di andare direttamente all’inferno per soffrire pene minori. Che la vostra ipocrisia vi si rivolti contro senza remore. 

 Con tutto il cuore dalla parte peggiore di me.

270px-Gandhi1 

 

P.S. Tanto tra un paio d’ora mi passa.

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1 comments on “L’insostenibile pesantezza dell’ipocrisia dell’umana stirpe”

  1. Lei non lo capì mai, cosa intendevo. ‘Senti, dio cane, non è possibile, ma sei stupida o non te ne frega un cazzo?!’ ‘Francesco, stai calmo, ti pego, ci sono le altre, non ti agitare, poi ne parliamo’. Sorrido, respiro, saluto. Vuoto: a me di quelle non importa un cazzo, qui c’è un punto da chiarire e va fatto subito, prima che diventi un vizio. Allora perchè saluto e sorrido? ‘Vieni, facciamo un giro’. Funereo. O plumbeo, che è un bell’aggettivo. Tutti hanno capito che qualcosa non va, e mi stà bene: non pretendo che siano idiote, pretendo che non si immischino. A lei no. Cosa diranno? cosa penseranno? quasi la sento parlare mentre rigira questi interrogativi futili e vuoti tra gli ingranaggi del suo misero cervello. Chi cazzo me l’ha fatto fare, mi chiederò molti anni dopo?

    ‘Senti, se ti dico: ci vediamo li… Tu mi aspetterai li, o no dio cane?’ ‘Ma eri in ritardo e le altre sono entrate e io volevo vedere i vestiti’. Dentro di me un coltello incandescente balla un waltzer di vivaldi, e si vede. E sento che lei mi balla un valzer di vivaldi sulle palle, coi tacchi a spillo. ‘Cazzo, ero in ritardo di cinque minuti! E se non fossi entrata in quel dio cane di posto avresti ricevuto il mio messaggio che te lo diceva’.

    Non si scusa, non si è mai scusata, non capisce: finge o prova davvero indifferenza. Passo per lo stronzo, come succede regolarmente a chi ha ragione senza potere. Mi calmo, sorbisco, accetto. Il potere è potere, ed una delega è per sempre. Ma c’è una scintilla, la luce fioca da coltello rovente in una stanza buia resta lì. Ira, dolore, aggressività, il lato oscuro esse sono: a volte vorrei avere uno scafandro di plastica nera ed una profonda voce elettronica…

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