Heil, Herr Dotore!

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Un grande problema è che la gente non ti prende sul serio. 

Non vi è mai capitato di esprimervi liberamente, mentre un pubblico di teste vuote annuisce convulsamente alle vostre affermazioni, fingendo interesse e partecipazione, quando in realtà sta pensando a come grattasi il culo che gli prude causa scoreggia 80% aria, 20% liquame?

No?

Allora capita solo a me e a Adolf di Timur Vermes.

 

“Che cosa sa esattamente della storia polacca?”

“Capitale: Varsavia. Invasa nel ’39 e spartita con i russi…”

“Questo c’è scritto nei libri,” replicò burrascoso Adolf. “Cosa sa della storia polacca?”

“Io…”

“Le do un piccolo aiuto: D’ora in poi…”

“…”

“D’ora in poi alle bombe risponderemo con le bombe. Se lo scriva! Forse un giorno qualcuno la interrogherà ancora sulle grandi frasi storiche. Immagini di avere a disposizione un milione e quattrocentomila uomini e trenta giorni di tempo per conquistare un intero paese. Trenta giorni, non di più, perchè a occidente i francesi e gli inglesi si stanno armando febbrilmente. Da dove comincia? Quante armate costituisce? Quante divisioni ha il nemico? Dove si aspetta di incontrare la maggiore resistenza? E cosa farà per evitare che i rumeni si immischino?”

“I rumeni?”

“Mi perdoni egregio signore, naturalmente ha ragione: a chi importa cosa fanno i rumeni? Il generale marcia verso Varsavia, Cracovia, quando vuole, senza guardare né a destra né a sinistra. E perché mai dovrebbe farlo? Il polacco è un facile avversario, il tempo è bello, le truppe eccezionali. Ma oplà: che cos’è successo? Ecco che improvvisamente il nostro esercito ha tanti piccoli buchi nelle scapole e da essi fuoriesce il sangue degli eroi tedeschi, perchè nelle centinaia di migliaia di schiene dei nostri militi sono andati a conficcarsi milioni di pallottole rumene. Con tutta la buona volontà non riesco a immaginarla alla guida dell’esercito tedesco! Non la riesco ad immaginare in uniforme! Non troverebbe neanche la sua uniforme! Io invece, posso dirle in ogni momento dove si trova la mia uniforme.” E così dicendo infilò la mano nel taschino della camicia e sbatté sul tavolo la ricevuta. “In lavanderia!”

A questo punto il più anziano dei due schizzò dalle narici due violenti spruzzi di caffè.

“Lei ha davvero stoffa! All’inizio ho pensato che fosse un numero militare. Ma con la storia della lavanderia mi ha ucciso. Pazzesco! E sembrava così spontaneo, ma naturalmente il numero della Polonia se l’era programmato, vero? O vuole farmi credere di averlo tirato fuori dal cappello, così.”

“Naturalmente no,” concordò Adolf “Il numero della Polonia era già interamente pianificato fin da giugno.”

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Che tu sia una persona qualunque o un dittatore legalmente eletto, con la passione per la costituzione di una razza superiore capace di mettersi alla guida del mondo e con l’hobby del genocidio, farsi prendere sul serio è condizione necessaria e indispensabile. Almeno per la propria tranquillità. Per questo trovo estremamente irritante quello che accade in taluni ospedali.

 

“Che centrano gli ospedali? Me li metti insieme a Hitler? Non ti sembra un accostamento eccessivamente forzato? Non si deve scherzare su queste cose. Poi si finisce per eccedere e le cose vanno male: critiche, insulti, denunce, minacce. Sono argomenti delicati. Senti, fai ‘na roba, parla dei piccioni. Stanno in culo a tutti e nessuno ha di che lagnarsi se me li tratti male.”

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“Shut up, Pussycat, and make me a macchiato!”

Qui inizia la vera storia di cui non sono protagonista, ma ignaro osservatore. Interno. Focalizzazione interna. True story, verista. 

 Lei sono tre giorni che trema convulsamente in preda a spasmi ventrali che la fanno accartocciare sul letto mentre tra lacrime di dolore invoca l’aiuto di satana e dei mujähidïn per far sì che tutto cessi all’istante.

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Lui le suggerisce un sistema migliore alle preghiere: il pronto soccorso.

Al terzo diniego una forza segreta si impossessa del giovane che con malcelata violenza le assesta una padellata tale da permetterne il trasporto in ospedale. Qui tutto comincia a farsi buio e oscuro.

All’interno della sala d’attesa vecchi bavosi affetti da tosse cronica ritmano a tempo con il ticchettare assordante dell’orologio. Le porte di vetro si chiudono alle spalle dei due giovani e per aprirle servirà apposita autorizzazione. Tutti si girano, scrutano, annusano, smucinano la lingua a destra e a manca, tirano su col naso, tossiscono e ritornano in posizione a osservare un nulla di indefinito, in attesa di un segnale. Una tipa in camice, seduta dietro una parete di vetro, li osserva. Dovrebbe chiedere se serve qualcosa, è combattuta, vorrebbe andare in loro soccorso, ma questo è un posto da dipendenti pubblici. Con gli occhi fa intendere che è da lei che devono recarsi, ma li confonde con il più classico dei trucchi. Estrae da una sbarluccicosa borsetta una lima per unghie e si mette all’opera. Titubante Lei si fa avanti.

 

“Scusi, ho un alien in pancia potrebbe…”

“Ce l’ha il lasciapassare A 38”

“No. Mi fa malissimo. Ho bisogno di cure.”

“Serve il lasciapassare A 38.”

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Lei cambia atteggiamento e lascia parlare il dolore.

 “Vada un po’ in figa di sua madre! Le sto dicendo che un fottuto mostro alieno mi sta divorando dall’interno e lei mi chiede se porto con me un cristo santo di foglietto di merda? Ora sia gentile, prima che le mie budella schizzino ovunque infettando ogni essere vivente nel raggio di chilometri, sarebbe così cortese da farmi il ticket e mettermi in attesa del mio turno?”

“Quindi non ha il lasciapassare A 38?”

 Lui nota una rapidissima serie di eventi riassumibile in:

Braccio sfonda vetro – impugnare testa – fracassare cranio – autodigitazione di ticket e rilascio di braccialetto.

 Lei torna da Lui con il visino sofferente, un braccialetto di carta al polso, stile ingresso acquapark, e riferisce che dovranno attendere il loro turno.

 

Qui Lev Tolstoj cominciò Guerra e Pace.

 

“La signorina Lei al reparto verde”

Lui: “Yeah! Reparto verde. Ce la caviamo in zero-due.”

Il medico la guarda con quel viso spensierato di chi ha tredici ore di turno sulle spalle.

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“Mi sembra più che ovvio. Facile. Le abbassiamo la febbre e le facciamo una serie di flebo. Tra un’oretta sarà a casa.”

“Davvero?”

“Sì, sì. Non si preoccupi… Ma dove l’ho messo l’ago… Alfonsina? Dov’è la mia scatola di aghi?”

“Vicino alla motosega, dentro la scatola con le punte del dodici del trapano”

 L’invasato trivella le braccia fino a quando non è convinto di aver fatto un lavoro tutto sommato apprezzabile.

 

Passa un’ora. Ne passano due. 

 

Lei: “Non mi sento malissimo”

Lui: “Bene!”

Lei: “Ho solo un po’ freddo”

Lui: “Ti credo! In questa saletta d’attesa c’è l’aria condizionata a mille”

 

Poco lontano da lì una stazione sismica registra attività sospetta con epicentro: pronto soccorso.

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Lei sta tremando peggio di tre ore prima e si lamenta del freddo eccessivo, di un freddo polare che nessuno dei tredici malati ipotetici di quella stanzetta percepisce.

I due si fanno dare una coperta, ma la cosa non va migliorando.

 

Intanto alla stazione sismica:

“Chiamate la protezione civile! Allertate le autorità! Non si registrava un terremoto così forte dal 1976!”

 

Lui: “ Scusi dottoressa, la coperta non serve. Trema davvero tanto”

La dottoressa: “ Ti è per caso passato per l’anticamera del cervello che magari le sta salendo semplicemente la febbre? Sai che è normale? Cosa vuoi che ci faccia io?”

Lui resta allibito.

Dopo dieci minuti un medico decide per simpatia di trattenerla fino alle otto di sera. 

Lui resta allibito. Torna a casa per riposare.

 

Qualche minuto prima in una stanza adiacente:

“Franco sono finiti i manichini per esercitare gli specializzandi a una corretta fleboclisi”

“Usiamo i pazienti”

“Come?”

“Tratteniamone qui un po’ e li sottoponiamo a una terapia e.v. Tanto basta sparargli dentro 200 cc di soluzione salina e siam tutti contenti.”

“Teniamo anche quella che trema che facciamo uno scherzone ai novizi?”

“Bella lì, fatta!”

 Quando ci si diverte è un peccato smettere e così a Lui è comunicato che la tratterranno per 4 o 5 giorni. Lei viene trasferita a nefrologia.

 

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“Che sarebbe nefrocoso?”

“Ecchenesò io? Mo’ guardo che c’ho l’ aifon”

“Brao”

“Grasie. Dice che è ‘na cosa che studia e si occupa dei reni”

“Ma non c’aveva da cagar fuori un alien e stoppete?”

“È quello che diceva, boh. Che faccio mi preoccupo?”

“Vabbè, coso, mo’ vai a vedè come sta, e te diranno”

 

Un policlinico è grande, si sa, per questo ti aiutano con i cartelli. A destra obitorio, a sinistra… il resto.

 

“Scusi nefo, nefres, nefrocoso?”

“Non qui. Credo sia nell’edificio centrale al terzo piano. Ci può arrivare anche da là in fondo. Segua il corridoio fino agli ascensori.”

“Millegrazie.”

Agli ascensori Lui non fa in tempo a premere il pulsante che le porte si aprono e una barella, due medici e una valanga di sangue gli sono innanzi. Nessuno si muove. Chi è dentro è dentro, chi fuori, fuori. 

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“Che fa non sale?”

 Arrivato al terzo piano è tutto un mistero. Lui decide di chiedere informazioni, ma alla reception non vi sono infermiere. Ferma un medico che lo informa che son solo sei mesi che è all’interno dell’istituto e che quindi non ha la ben che minima idea di dove si possa trovare nefrocoso, ma che al quarto piano ne avranno un’idea migliore.

Sicuramente.

 

“Scusi? Nefrostacippaintrovabile ‘ndo sta?”

“Guardi, io sono un’infermiera. Mai sentito ‘sta cosa. Di che si occupa il reparto?”

“Reni divorati da alien in ansia da prestazione.”

“Forse quel medico là ne sa qualcosa.”

 

Seduto su di una sedia, tutto accasciato, ricoperto di ragnatele e polvere, siede un barbuto anzianotto vestito di un camice ingiallito dal tempo.

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“Mi perdoni”

“…”

“Scusi?”

“…”

“A mummia svejate!”

“Chi? Cosa? Obbedisco re Vittorio!”

“Mi scusi cerco nefrocoso’stacippaintrovabilelapregomidiaunamanoalmenolei”

“…”

“Daje! Ripijate!”

“Ricordo che si doveva scendere a valle e attraversare il fiume infuocato e solo colui che si prostrerà a Dio avrà il permesso di accedere al cammino finale che lo condurrà vittorioso a nefrologia”

 

Sarà strano, ma le indicazioni del nonno portarono Lui alla stanza indicata.

 

“Maronna! Nun ce posso crede! Che tè successo? Tutta ‘na ruga! Tutta magra magra e che stai a fissà? Maronna! Son arrivato tardi”

“A frocio! Son qui.” Lei lo apostrofò da due letti più in là. 

“Allora che ti han detto?”

“Che devo stare qui e fare la terapia antibiotica endovena”

“Ma cos’hai?”

“Male”

“Si, ma cosa?”

“Questa è stata la diagnosi del medico. Mi ha guardato, ha letto le analisi del sangue e  scuotendo la testa fa: no no no. Eh, mi spiace, ma ha male.”

 Lui resta allibito.

Dopo un’ora entrano uno dopo l’altro quattro tipi incamiciati. Una ragazza con le braccia animate di vita propria, una ragazza con vocina squittente, capello biondo corto, con una decina di libri, uno per tasca, un ragazzo pustoloso che starnutisce in modo ipocondriaco per ogni sintomo di qualsiasi paziente e un professorone tutto pancia che sbuffa gas solforosi tra una domanda e l’altra.

Parlano a raffica di quanto tempo resta ai vari degenti, raggelando la stanza, parenti e pazienti. 

 

Solo poi si accorgono di non essere a geriatria. Si scusano accusando velatamente la difficoltà di capire la differenza, data la media d’età.

 

I giorni successivi le atrocità, le barbarie e i dettami si fecero più fitti. Infermieri menefreghisti e incapaci, amanti del sangue, forano vene e arterie nel tentativo di approvvigionarsi di più sangue possibile dalla sacra fontana da loro creata. Medici che non si abbassano a sostituire flebo esaurite, in quanto il loro lungo periodo di studi e privazioni li autorizza allo sfruttamento della bassa manovalanza: gli infermieri della gleba. Terapie e esami inutili vengono predisposti per tutti i pazienti, resi intontiti e inabili da pasti disgustosi, privi di fonti energetiche e da luci al neon appositamente calibrate per mettere in stand-by il cervello. Chi ha il camice ride di chi è convalescente e dei parenti che, costretti da una mistica nonché fasulla benevolenza, si sorbiscono ore di parole crociate e discussioni prive di un fulcro cruciale.

 

“Ah, sei venuto a trovarmi!”

“Sì”

“Che dice la zia Anna?”

“È successo che il cane dei vicini ha sbranato una gallina del Martino.”

“Ma sei più andato alla sagra di Caltarunio?”

“Ho visto che sta arrivando il pranzo.”

“Ma sì, oggi va anche piuttosto bene.”

 “ Tre verticale: perdita di tutte le vite in una realtà parallela.”

 “GameOver”

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