Non a Vent’anni

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Non si dovrebbe morire giovani, perché non si è in grado di prendere una posizione sulla propria esistenza e non perché sia sbagliato. Nella morte in sé non c’è nulla che non vada. È solo un repentino cambio energetico, una scissione e una ricomposizione atomica che ci permettono nuova forma e, paradossalmente, l’eternità. 

Come si arriva alla morte. Ecco il vero punto. Non a vent’anni; non hai avuto il tempo materiale per arrivarci nel migliore dei modi, per guardare in faccia la vecchia mietitrice, sorriderle, prenderla sottobraccio e cantarle singing in the rain, sotto un cielo stellato; così, perché è la sua canzone preferita.

Non a vent’anni, mentre stai scappando da un mondo che corre, fregandosene di tutto e di tutti, che non ti guarda, ma ti giudica, che non ti aiuta, ma ti critica. 

Non a vent’anni cadendo da un dirupo.

Quando ho letto la notizia sul tragico evento ho fatto subito un pensiero piuttosto stupido, una di quelle correlazioni che si fanno ai giorni nostri, uno scarica barile deplorevole: ho pensato, ecco, non aveva l’attrezzatura adeguata. Ho pensato che non c’è abbastanza informazione, che non si dice chiaro e tondo che la montagna è la più affabile matrona e la più stronza puttana. Mi sono detto che quando si va in montagna ci si va con la testa, con l’attrezzatura giusta e con uno zaino con lo stretto necessario. Ho scorso nella mente tutte le volte che sono andato in escursione con amici e conoscenti, e la maggior parte di queste, i più non avevano mezzi adeguati.  Niente acqua, niente ricambio, niente rancio. Niente. Come se la passeggiata fosse equiparabile a comprare un gelato; una leccata e poi tutti a casa.

La ferrata dove è successo l’incidente la conosco bene. L’ho salita decine di volte perchè è bella e facile. Viene proprio detto chiaramente. Bella. Facile. 

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Entrambi i termini sono una puttanata. È bella se ti piace, e se ti piace, non è bella, ma divina.

Facile. Facile è un cazzo di mezzo termine di paragone. È necessario contestualizzarlo. Anche cagare è FACILE, non ci vuole una laurea, eppure passiamo i primi anni di vita con il culo invaso di merda e una decina di mani addette alla pulizia di cotanta beltà. Lo stesso accade quando i muscoli rettali se ne vanno in pensione sfanculandoci una serena vecchiaia.

Qui facile indica che una persona in buone condizioni fisiche può arrivare in cima. Null’altro. Non è facile. È possibile ai più. Ma sempre con le dovute precauzioni.

 

Mi accorgo di fare il saccente. Quella ferrata l’ho fatta con la giusta attrezzatura solo due o tre volte. 

Perché?

Perché poi la conosci. Diventate amici intimi. Tu arrivi ai suoi piedi e guardi in alto, alla cima che si perde nel cielo, e le sussurri i tuoi problemi e lei, la montagna, sembra fregarsene, non ti guarda nemmeno, non un singolo sguardo. Lei punta l’orizzonte, lontano. Tu invochi disperatamente aiuto, ti incazzi, vuoi essere ascoltato, vuoi che Lei si prenda cura ti te, che risolva i tuoi problemi in un lampo. La montagna non cede ai piagnistei, ma ti apre una via e in dolce silenzio ti fa capire che forse, se arriverai in cima, potrà cercare di aiutarti. E allora parti. Di getto. Così come sei. Tu. Solo. Contro il tuo destino. Non hai nulla perchè non hai pensato, perchè non potevi pensare. Nella testa ti vorticavano solo domande senza risposte, problemi senza soluzione e una continua e persistente forma di disagio. Hai uno zaino di pensieri che più avanzi più pesano. Cazzo se pesano. Ogni passo è fatica e il sudore comincia a bagnarti la schiena, il fiato comincia a mancare e la respirazione si fa più affannosa. 

Succede qualcosa in queste salite, qualcosa che non ti aspetti, più la fatica si fa macigno, più la voglia di annientare tutto e te stesso ti spinge al passo successivo. E sali. Sali e il mondo terreno si allontana, si fa piccolo. Sempre più su e sempre più in alto. E quando non hai l’attrezzatura alcuni passaggi pericolanti diventano mostri. Giganti alati che aspettano il tuo incedere, che faranno forza sulle tue debolezze e sulle tue paure. Tu hai rabbia, hai voglia di riscatto e tanta, tanta paura. L’adrenalina ti inonda il sistema vascolare e tutto cambia all’improvviso. Combatti per te, per la tua integrità, per la tua rivincita, perchè in quel momento non hai nulla da perdere, perchè la terra è così lontana che ti senti Dio, perchè vuoi arrivare in cima e sentire il caloroso abbraccio di questa grande matrona. Lotti, lotti e lotti.

Infine la vetta.

La matrona non si scompone, non ti guarda e continua a fissare l’orizzonte, non dice nulla, non ti abbraccia. Adesso che sei arrivato, che ti aspetti la ricompensa, che vuoi riscattare il tuo meritato abbraccio, questa non muove un muscolo. Nulla.

Rassegnato ti volti a guardare l’orizzonte.

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Bam! Una legnata di meraviglia, di pace, di serenità, di infinito, di possibilità, di nulla è perduto, di tutto può ricominciare, di autocompiacimento; ti dici: guarda dove sono, ci sono arrivato, guarda che roba, guarda il mondo, quel merdoso mondo quotidiano è in realtà magnifico, e le case e i paesi e i fiumi e le strade e gli specchi d’acqua, e il cielo e la linea dell’orizzonte e le tue mani e le tue gambe e i tuoi piedi roventi e…

Bam! Lo zaino di problemi, di pensieri e domande è sparito, volatilizzato nel nulla.

La grande matrona, fissando l’orizzonte, accenna un sorriso e il tuo cuore è finalmente in pace. Puoi anche piangere da tutta quella meraviglia e quella rilassatezza. Sei tu, di nuovo tu.

 

Posso capire perchè sei salito, non attrezzato, su quella ferrata, quella come potevano essere tante altre, e mi dispiace davvero tanto per quello che ti è successo.

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