Ricordati che se improvvisi ti serve un costume

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“Pronto, maschione?”

“We.”

“Oi.”

“Beh?”

“Hai chiamato tu.”

“Giusto. Che fem?”

“Boh.”

“M.”

“Nessuna idea?”

“Nah… Vègnit ki?”

“Va bom. ‘rivo.”

Il fatto è che quando sapevamo cosa fare filava tutto liscio e regolare. Ci si divertiva molto.  Davvero tanto. Però sono serate, o giornate, che non ricordo. Mi ricordo di aver riso e scherzato, di aver fatto belle cose e di aver vissuto delle belle emozioni. Però tutto si apre e si chiude così.

Quando non sapevamo cosa fare, invece, non c’era limite alla disgrazia; perché ci andava di prendere ogni occasione al volo e guai a lasciarsi scappare qualcosa. Mai perdere un input. Spezzi il divertimento. Il ritmo della vita.

Ritmo dell'imperatore, follie imperatore

“Non interrompere il ritmo! Il ritmooo!”

A dirvi la verità non ricordo se sto parlando di più serate o di una sola o di una giornata così lunga e perfetta che mi son sembrati giorni. Tutto sommato non poteva andare meglio.

Arrivo a casa di Lollo e visto che non ci passa una mazza ci mettiamo a cazzeggiare al computer. Cincioniamo su dei forum di fanatici truzzi che aizziamo inimicandoci un discreto numero di utenti. Fanno gruppo e ci insultano a rapida velocità con sequenze in codice che mai siamo riusciti a tradurre: Oh k cz vu? T nn 6 nsn! Torntn d tu madre badrakka! Nn sai cs sia la vera musika.

A onor del vero eravamo lì per far casino, ma rompere le balle al pc lascia un po’ il tempo che trova. Ti diverti all’inizio, quando riesci a rispondere in maniera egregia e forbita, quando lanci merda e questi non capiscono un’acca di quello che stai dicendo, ma poi il gap linguistico si fa voragine e non avevamo la ben che minima intenzione di sentirci reiterare le stesse incomprensibili frasi. Sicché ci venne in soccorso il re dei videogiochi della mia adolescenza: Monkey Island. Pirati. Pirati che fanno ridere e commuovere. Pirati che si prendono in giro, che si odiano e si amano, che imbrogliano e ingannano, che bevono e vivono sereni e felici. Che si vuole di più?

Monkey island 1, guybrush

“Pronto? Sì son sveglio. Son qui. A casa. Con Leo. Perché? Ma davvero? Ah, Va bene. Sì, sì. Sì lo faccio. Ma sì mi ricordo. Ok. Ciao.”

Tluk.

“Che cazzo fai Lollo! Hai spento sul più bello!”

“Andiamo.”

“E dove di grazia?”

“A fare la spesa.”

“I tuoi non la san più fare?”

“No. Da quando han deciso di partire all’alba con le mie due sorelle e di tornare tra tre giorni, abbandonandomi a me stesso con la sola tessera della Coop collegata al conto con cui possiamo pagare.”

“Mavvalà!”

La Coop, alias il supermercato, è un universo strano che per dei giovani minorati mentali ha solo pochi scaffali. Molto pochi. Tipo alcol e schifezze. Il resto precipita in una nebbia insignificante.

“Che si compera per un paio di giorni?” fa lui.

“E che ne so? – faccio io – Per sopravvivere credo servano patatine, birre, pop-corn, biscotti al cioccolato, patatine e birra.”

“E stecche di cioccolata.”

carrello-alcool

Carichiamo il carrello di ogni sorta di schifezze e ci dirigiamo al reparto alcol. Cominciamo a riempirlo con la birra meno cara e un paio di buona qualità. Giusto per tirarcela quel tanto che basta. Scorriamo le decine di bottiglie di vino che, come soldatini in parata, troneggiano perfettamente allineate, ritte e ferme, rigide come si conviene. Ma questa è roba snob, roba che avremmo saputo apprezzare tra qualche anno, quando capimmo la differenza tra vino di qualità, schifezza chimica e onestà. L’onesto è quel vino sincero, non eccessivamente economico, ma per nulla caro, che bevi goliardicamente e che irrora di felicità e serenità le gote di tutti. Il vino da feste popolari. Da feste dell’Unità. Da sagra.

“Bòza de vino e porsèo, no ghè niènt de pu bèo” La saggezza popolare ha il suo perché.

Ridiamo di queste bottiglie troppo evolute per le nostre leggiadre papille gustative fino a che non finiamo irrimediabilmente davanti ai superalcolici. Schifezze, per la maggior parte, che il nostro cervello capta così:

“Sai cosa mi piace dei fumetti?”

“Che sono storie inventate piuttosto plausibili che vorresti vivere?”

“E che ci sono i supereroi.”

“Ovviamente”

“Sono come gli eroi, capisci?”

“Ma sono super.”

“Esatto. Super è meglio.”

Da qui il semplice ragionamento: se super è meglio e alcol è buono, allora superalcol deve essere sublime. Caso risolto.

Cosa prendere?

Tante etichette su bottiglie dalle molteplici forme e colori sgargianti e liquidi raccapriccianti. La scelta si stava facendo ardua, fino a quando non comparve lei.

L’etichetta di una vita.

 downloadRUM DES ANTILLES CL.70

Un rum così scadente da rimanerci impresso a livello cutaneo, divenne la nostra marca, il nostro tatuaggio permanente, la nostra porta per l’aldilà, il carburante per le nostre giornate.

La scelta della cassa era fondamentale e noi si aspettava quella con Lei, con la dea delle cassiere, qualche anno più di noi e le curve al posto giusto. Il nostro viso ebete mentre poggiavamo il diluvio di alcol sul nastro la faceva sorridere. O era il sorriso o la bava che ci colava, ma quel che importa è che questo ci permetteva di pagare senza estrarre il benché minimo documento. Alla gente piace sentirsi apprezzata. Il problema fu che, capito il giochetto, non potevamo sputtanarcelo solo per provarci con lei e così nessuno ci parlò mai. Almeno fino a qualche tempo fa; devo chiedere quanto è profonda la tana del Bianconiglio.

“Che si fa?”

“Ci serve fonda.”

“Quanta?”

“Il giusto.”

“Vaschetta di gelato?”

“Tarifa.”

palette nel naso, gelato, olivaia, olivo             gelateria-tarifa-arcoscemi, olivaia, sguardo demente, dementi, fattoni, fatti

Tarifa è l’oasi del gelato dove si andava a mangiare una piccola vaschetta da mezzo chilo a testa. Il giusto. La merenda dei campioni. E per inciso, il miglior gelato della zona. Almeno al tempo.

“Per me una vaschetta da mezzo”

“Termica?”

“No no. La mangio subito.”

“Quanti gusti?”

“Tre. No, niente coperchio. Mangio or ora.”

“Ora?”

“Mi dà il cucchiaione?”

Fatta la fonda si iniziò di gusto. Quello che non ti aspetti è come si possa passare senza rendersene conto, da una semplice bevuta in olivaia a questo:

Bidone, Scemi nei bidoni

Credo che la cosa sia degenerata alla terza birra e alla prima di rum, tanto che solo con eccessiva calma mi accorsi che si erano aggiunti anche gli altri: Fufetta, Piro, Dade, Manu, Cisco,e Bel Tipetto. Un gruppo di pazzi sclerati in balia dell’alcol, allo stato brado, liberi in una città spenta. Il paradiso per le cazzate. Credo che finimmo in quel bidone giocando a nascondino. A tarda sera. Ai giardini. Dell’ex ospedale. E del parco giochi. Chiusi entrambi da enormi cancellate, come possono testimoniare i miei pantaloni con areazione testicolare.

“Presi coglioni!”

“Cazzo! Te l’ho detto che il bidone della carta non era il massimo.”

“Lo sarebbe stato se non avessi tolto il freno alle ruote e non avessimo cominciato a muoverci.”

“Lo sai che non posso non toccare le leve.”

“E allora non ti lamentare.”

“Sorridete!” 

Facce sceme, stupore

“Chiamiamo Alessia?”

“Si dai! Chiamiamo!”

“DAI NO! SIETE SCEMI?”

“Perché no?”

“SECONDO TE?”

“Fermi tutti – dico – chi minchia è Alessia?”

Poi in un flash allucinante: ricordo come sono finito nel bidone della carta. Dopo il gelato siamo saliti in collina, sotto gli olivi, dove c’è una panchina con tavolo e lì abbiamo cominciato a bere e a ciacolare e i due cervelli malati si sono messi a parlare di occulto. È stato allora che abbiamo chiamato la massima esperta: Fufetta, detta The Ring.

Detta The Ring perchè era più facile da ricordare del nome della tipa che esce dalla tivi e non si fa i cazzi suoi.

The Ring

Dopodiché abbiamo chiamato tutti per fare una seduta spiritica. Con alcol, tra gli alberi, e il sole che cala. Gran bell’idea del cazzo. Fattostà (grafia arbitraria, decidi se tenere o cambiare in “fatto sta”) che siamo entrati in contatto con Alessia e, sì, ci ha dato il suo numero di cellulare.

Quel rum è buono, lasciate che ve lo dica.

Con la strizza nelle mutande e tonnellate di merda causa suggestioni random di pazzi omicidi che cercano proprio noi, decidiamo di scendere in città, alla luce, tra la gente, per tranquillizzarci e dimenticare. Ci bevemmo sopra e optammo per i giochi infantili. Perché da piccoli non esistono problemi. Da piccoli.

Noi, invece, eravamo un cumulo di problemi irrisolti, quindi nascondino si fa dove è vietato entrare. Logica ferrea.

“Oh.”

“Eh.”

“Tu non hai sete?”

“Sì, ma sta tutto a casa, qui non c’è più niente.”

“…”

“TUTTI A CASA DEL LOLLO!”

E via di cocktail improvvisati con quello che si aveva. Ricordo con meraviglia la becerità delle composizioni contrapposte all’eccessiva cura e attenzione nella preparazione. Roba da sfigati cronici, ma al tempo era potere. Nei film ti fanno vedere che chi ha il potere chiava.

                                                chitarra, suonare, alcol rum, Rum, bianco nero, vuoi un po'?

Non so, ma a noi le somme facili ci piacevano. Due più due è il massimo.

Passammo la serata a giocare alla play, a Guitar Hero, a suonare la chitarra, a sfidare tutti a dama alcolica, a cucinare pasta a tarda notte e a sporcarci. Sporcarci. Con cosa? Con quello che c’era. Cioccolata, panna, terra dei vasi, cenere del caminetto. Si improvvisava.

Eravamo carichi. Davvero carichissimi. Chi si infrattava in una camera, chi in un’altra, chi se ne usciva di casa per trovare una ragazza più grande di lui, venuta apposta in macchina da chissà dove per salutarlo, liberandolo un’ora dopo con tanto di sorriso sornione; chi sporca armadi con sostanze spermatiche, chi si fa beccare in interviste al microfono con tanto di set fotografico e poi…

Poi mi cade l’occhio su questa.

paperella-gomma

Una paperella da bagno. Una bellissima paperella da bagno.

“Lollooooooooooooooooo!”

“Ah, sei tornato! Com’era Merlino?”

“Non è Merlino”

“Si che lo è. No cara, non serve che smetti. Che c’è?”

Mostro la paperetta.

“Senti, scusa, io e il mio amico dobbiamo far ‘na roba. Lecca questo intanto. Se ti si asciuga la bocca, lì c’è una bottiglia dell’acqua.”

“Lollo sei un mostro!”

“Ti sei appena beccato Merlino. Tu sei il mostro; e poi a lei piace.”

Usciamo dalla camera e all’unisono chiamiamo i due collaboratori.

“Floriaaaan! Ci serve uno che fa il video e uno che fa le foto.”

“Dadeeee! Ci serve uno che fa le foto e uno che fa il video.”

Non riescono mai bene i sincro, ci avete fatto caso?

In pochi minuti eravamo immersi nella vasca da bagno a fare i bambini dementi con la paperetta. Da qui l’idea successiva di creare un set fotografico per calendari.

Questo è un assaggio.

Calendario sexy, nudo in vasca

Com’è finita quella serata è materia per un altro intervento, ma mi commuovo ancora quando mi ritornano alla mente quelle giornate, vissute con l’innocenza del nulla è sbagliato, del chissenefrega siamo giovani, con la certezza che le brutte cose e i nostri problemi sono così grandi da essere totalmente insignificanti, se affrontati in gruppo; le risate facili, le battute stupide, le prime cotte e le prime seccate.

Su tutto spicca una foto, un ricordo, un’emozione fissata nel tempo e nella mia mente. Noi, ammucchiati sull’erba, brilli di energia, ebbri di speranza e voglia di conquista.

Amici, serate, perfette, gioia, ubriachezza, molesti, parco, sdraiati

Solo che, se eravamo tutti sdraiati, chi ha fatto la foto?

By Alessia’s Spirit.

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