La crisi che non ti aspetti è una questione di tempismo

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Barbone_ubriaco

Luogo comune e frutto dell’ipocrisia che in questa modernità regna sovrana è il disprezzo per chi si ubriaca. Perché bere fa male, ma con moderazione allo Stato non spiace. Più equilibrio, allora. Un signore che scopro chiamarsi Ministero della Salute da un balcone antistante una piazza gremita urla la sua dottrina.

“Fratelli, io vi dico, non guidate se bevete, non commettete atti impuri se bevete, non ascoltate il Diavolo Traditore, quel serpente sovversivo che vi sibila le peggio scorrettezze col fine di corrompere la vostra anima! Siamo qui riuniti, qui io e lì voi per dire no a questo male sociale e sono sicuro che anche voi volete vivere in un mondo migliore dove i nostri figli potranno correre felici in campi verdi, caldi e perennemente soleggiati.”

 Le ciminiere commosse sono unanimi col boato fragoroso di giubilo della folla, i motori di tutta la nazione rombano per convinta solidarietà.

 “Adesso andate fratelli amati, concedetevi una meritata pausa, fermatevi a rifocillare le vostre membra, su, correte e gioite, insieme cambieremo questo mondo; per voi, oggi, per i nostri figli, domani! Forza ai calorosi, che birra gelida li aspetta e brulè a chi ha freddo e bombardino ai sofisticati e vino rosso ai nostalgici e cocktail alle giovani menti e rum per chi sa ciò che vuole.”

 Ministero-della-salute

Per fortuna, posso ancora gioire delle chicche dei grandi ubriaconi, gente ormai rara, sostituita da ignoranti alcolizzati, troppo giovani per non morire, gentaglia che si attacca alla bozza perché è figo, spregevoli fegati incapaci di costanza e privi di quel nerbo atto alla genialità.

 

È l’alba di un giorno qualsiasi e sto andando al lavoro. Devo prendere un treno, uno qualsiasi, lo scelgo e ci salgo. Mancano ancora quindici minuti alla partenza, ma la nebbia e il freddo mi costringono ad appallottolarmi sul sedile a guardare i binari. Non c’è quasi nessuno, nemmeno il sole, impegnato a chiudere giornata altrove. Al mio fianco si siede un signore di una certa stazza che non credo si lavi da tempo. Tra le mani stringe un’onesta colazione a base di Tavernello e formaggio. Fuori dal vetro un netturbino raccoglie i mozziconi di sigaretta e le cartacce che la gente moralista non riesce a buttare negli appositi contenitori. Eppure credo di aver sentito dire qualcosa in merito anche da parte del signor Ministero della Salute, anche se probabilmente mi sbaglio, spesso lo confondo col Dottor Mafia. Infatti credo di sbagliarmi, Mafia è quello dell’ecologia, sta cercando di portare più energie rinnovabili in questo paese e si occupa dello smaltimento dei rifiuti. Sì, doveva essere stato Mafia a parlare del concetto di salute legato ai rifiuti. È che si assomigliano. Mafia e Ministero, intendo.

 statomafia

Il tizio della colazione energetica mi tocca sulla spalla.

“Vede l’ugola?”

“Come?”

“Se vede l’ugola.”

“No. Ma non credo di capire.”

“Mi par strano. Come si fa a non vedere l’ugola.”

“Non so nemmeno dove devo guardare.”

“Ma secondo lei? L’ugola.”

 

Mentre lo dice i suoi occhi mi indicano la direzione.

Nei sedili di fronte ai nostri è seduta una ragazza che non avevo visto. Quando si è seduta?

“Allora? Quest’ugola, la vede?”

“Veramente no.”

 

La ragazza o finge di dormire o è tra le braccia di Morfeo, ma la sua bocca non è aperta.

 

“È sicuro di stare bene?” Mi chiede.

“Io si.”

“Secondo me no. La vede l’ugola?”

“Non vedo nessuna ugola.”

“Guardi che mi pare strano.”

“A me no. Forse non si chiama ugola quello che dovrei vedere.”

“Potrebbe non sembrare, ma son chirurgo.”

“…”

“So cos’è un’ugola! La vede?”

 

Guardo ancora una volta la ragazza. È davvero bella. Ha dei folti capelli ricci e un bellissimo viso. Indossa una giacca di pelle color senape sopra di una maglietta nera, attillata, che le esalta le curve. Un seno che appare divino, ma qui stiamo sofisticando; maledetta tecnologia applicata ai reggiseni; è da criminali. Puff… e spariscono. Voglio credere che siano vere, belle, sode, accoglienti.

Più in giù un’aderentissima mini…

Vulva 

“La vede l’ugola?”

“Sì.”

 

 

Rimaniamo in silenzio per una buona mezz’ora fino a quando il cacciatore di ugole smarrite si volta nuovamente verso di me.

 

“Secondo lei perché?”

“Cosa?”

“È davvero sicuro di stare bene?”

“Certo.”

“A me non sembra. Non capisce nulla. Secondo lei perché, l’ugola?”

“In che senso?”

“Lo vede che non sta bene?”

“In che senso, perché l’ugola?”

“Perché ci mostra l’ugola?”

“Non saprei.”

“Lei non è un tipo curioso. Non si fa domande. Io mi faccio un sacco di domande. Per questo mi sono chiesto perché ci dovesse mostrare l’ugola.”

“Magari non la voleva mostrare a noi.”

“Chiaramente. Però la voleva mostrare.”

“Chissà.”

“Crede che la volesse mostrare proprio a noi? Io non credo. Sa cosa credo?”

“Cosa?”

“Secondo me si è dimenticata di mettere le mutande.”

“Com’è possibile?”

“Alla mattina tutti abbiamo particolarmente sonno.”

“Sì, ma le mutande?”

“Certo!”

“Ma va’…”

 

“Non le ho messe di proposito perchè sto facendo una cura e non posso far assorbire la crema a tessuti che non siano quelli corporei; vi è chiaro, ora, il concetto? Barbari ignoranti!” 

 

Si alza e se ne va.

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“Mah.” Dice l’omone.

“Che?”

“Non mi convince.”

“…”

“Secondo me se l’è proprio dimenticate.”

“Però lei dice di no.”

“Sì, ma se non voleva dei barbari ignoranti a commentare la sua ugola bastava mettere una gonna lunga. Quella è più una cintura larga.”

“Anche questo è vero.”

“Vede che qualcosa non quadra?”

“È sì.”

“Vuole un sorso?”

“No, grazie. Ho già fatto colazione.”

“Lei non sta bene.”

“Adesso perché non starei bene, sentiamo.”

“Fa colazione col vino.”

“Non io, di certo.”

“Allora cosa centra la sua colazione con la mia offerta?”

“Io credevo che…, nulla, lasci perdere.”

“Credeva cosa?”

“Che stesse facendo colazione.”

“Qui? Con vino e formaggio?”

“Deve ammettere che era fraintendibile.”

“Non credo. È pesante bere alcool già a colazione.”

“Sì, ma sono le sei e mezza.”

“Sì, ma colazione l’ho già fatta. Posso bere.”

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Dio salvi gli ubriaconi di stile e professione.

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