Avati un altro!

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Sono sdraiato sul divano di casa, piazzato davanti al televisore a farmi bombardare da fasci di fotoni – e mentre vi scrivo una sensuale bocca rosso fuoco succhia il cazzo del suo bello tre file di sedili più indietro – mentre cerco di capire chi possa essere l’assassino. Secondo me è il maggiordomo. Per Orazio è il nipote del boss dei Karmina. Le prove contro il malavitoso sono schiaccianti eppure la chiave di ogni caso è un’attenta osservazione e analisi dei dati. Io lo so. Io sono bravo in questo. Orazio, però, è un raccomandato, uno che sa quel che fa perchè lo legge sul copione; e allora così sono tutti capaci a fare i detective.

 

“Non vuoi rispondere al cell?”

“Io?” dico

“No. La regina Elisabetta!”

“No, no, niente galline vecchie qui.”

“Rispondi?!?”

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Obbedisco.

 

“Pronto?”

“È il signor O. Leonardo?”

“Sì, mi dica.”

“Salve, sono….”

“Salve.”

“… sono G.P. del quotidiano. Sto sistemando l’organizzazione delle pagine della settimana prossima e sul Lunedì ci avanza una pagina di cultura. Le interesserebbe seguire la conferenza dei fratelli Avati? Lei sa chi sono? Si intende un po’ di cinema? Comunque non si preoccupi, è un articolo di grande respiro, circa trenta cartelle, che in caratteri fanno… tremilaecinquetremilaseicento. Ha detto di sì? Perché in tal caso le do il numero del referente 0461/****** che è l’interno e se no al cellulare. Ma lei ha il numero verde del suo ruolo?”

“Sì, va bene, ma non ho il numero verde e insomma, me la cavicchio…”

“Allora aspetti la richiamo così non spende.”

 

Mi guardo intorno confuso. 

 

“Che c’è?” mi dicono dal vicino divano.

“Mi ha detto che mi richiama perchè così non spendo.”

“Ma non ha chiamato lui?”

“Già.”

 

 

“Pronto?”

“Leonardo?”

“Sì.”

“Mi perdoni, stavo già chiamando io, vero?”

“Sì.”

“Quindi le andrebbe bene seguire la conferenza e fare l’articolo?”

“Nessun problema.”

“Perfetto. La aggiorno via mail.”

 

Due giorni dopo mi trovo al salone delle feste del casinò municipale di Arco. Una magnificenza di stucchi e lampadari di cristallo in cui è stato allestito un piccolo palco con un divano due posti e una poltrona. La serata prevede un dibattito sul cinema, sulla sua evoluzione e sul suo futuro attraverso gli occhi esperti del maestro regista Pupi (Giuseppe) Avati e del fratello produttore Antonio Avati. La serata non si rivela essere nulla di tutto questo. Il cinema è presente, certo, ma a emergere è la visione della vita di un uomo fuori dal comune dove tutto quello che dice risulta insindacabile, intaccabile, oro colato per plebe ignorante, nessuno escluso. Se volete saperne di più comprate il Trentino e leggete il mio articolo. Oppure cliccate qui e ammettete di essere dei taccagni da schifo.

 

Una serata perfetta incorniciata da momenti discutibili. 

Il tutto sarebbe dovuto cominciare alle nove, ma da buon segugio mi presento con una buona mezz’ora di anticipo. Mai più. La sala della conferenza è vuota e inaccessibile e la poca gente che c’è si muove all’impazzata avanti e indietro sventolando ventagli per rinfrescare quel calore che si autoproducono. Mi mettono ansia e non va bene. Mi dirigo al bar dove sciolgo i nervi con una media.

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“Ho visto che tenete la rossa della Forst, mi fa una media?”

“Ah, no, no, non la teniamo più da qualche anno.”

 

Allora perchè lasciare quell’invitante etichetta sulla spina? Guardo le altre etichette e opto per la classica premium, sempre Forst.

 

“Allora vada per la premium Forst; sempre media.”

“Anche quella non la teniamo. Abbiamo solo Peroni, alla spina, altrimenti Forst in bottiglia.”

“Vabbè però. Scrivete Peroni. Uno lo sa e si adegua. Fammi sta Peroni media, bella piena senza schiuma.”

 

Mentre il bipede barista rintronato cerca di mettere più schiuma che birra mi si avvicina il fotografo che mi coinvolge in un’amichevole chiacchierata sul nulla e sui suoi progetti futuri. Guardare un sacchetto di marshmallow che si squagliano al caldo sarebbe stato decisamente più interessante.

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I miei occhi sono come palline da ping pong che scattano prima alla birra, ancora ostaggio dell’incapace, e poi al naso stranamente aquilino del fotografo. È un bozzo quello? Secondo me è roba viva. Si muove sicuro. 

Cinque minuti per spinare una bionda banale sono anche troppi, così in un attimo di distrazione finisco il lavoro e me la prendo. 

 

Al mio nuovo amico fotografo viene la straordinaria idea di inserirmi nelle sfere alte. Mi presenta il sindaco, un tipo che fa il vecchio, ma ha appena una decina di anni più di me e in questa continua ambivalenza, come se fosse ricercata, ostenta giacca e cravatta, pantaloni eleganti e Hogan. 

Boia CAGNA!

Malauguratamente mi trova simpatico e si ricorda subito il mio nome. La cosa non è corrisposta, ma per fortuna mi basta un semplice «Arrivederci sindaco»; cosa che gli fa gonfiare il petto d’orgoglio.

Cotanta modaiola complessità sarà il primo a prendere parola nella serata. Ringrazia gli ospiti e, seppure con garbo, rinfaccia loro lo slittamento di questa serata a causa degli impegni imprevisti degli Avati.

Pupi sogghigna.

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Spiega che si è trovato costretto ad annullare l’incontro di settembre per cause mediche. 

A molti basterebbe questo per dimostrare che il sindaco non è proprio la persona più sveglia della sala, ma a Pupi no. A intervalli regolari, di punto in bianco, si alza dal divano e grida contro la prima fila: «Sindaco! Non si addormenti! Non faccia figure!»

 La conferenza prosegue in un silenzio rispettoso per captare ogni sillaba che questi mostri del cinema emettono.

Poi il turno delle domande del pubblico. Alzo la mano. Nessuno mi caga. A quanto pare un paio di tette gonfiate vuole dimostrare di essere bella dentro. Tentativo fallimentare:

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“Ma secondo Lei, al giorno d’oggi c’è posto per il signor o la signora nessuno, che accidentalmente partecipano a un provino, di assurgere a star?”

 Assurgere? Dove minchia l’ha pescata sta parola?

 Pupi:

“Stiamo parlando di Lei? In ogni caso, quando io e mio fratello facciamo i provini per qualche nostra produzione, dividiamo già in automatico il mondo dei provinanti in due categorie: i Bianchi e i Neri. Ora le spiego. I Bianchi sono Quelli che si presentano ciondolanti ancora assonnati che sono stati buttati giù dal letto a calci in culo dalla madre, moglie o fidanzata attraverso minacce come «Vai a fare sto provino e diventa famoso o ‘sta cippa che te la mollo ancora». Ma sono persone con un’idea negativa del  mondo, una assoluta certezza che tutto faccia schifo che tutto rema contro e che per loro ci sia solo la sconfitta. Bene, questi mi entrano in stanza mi sbattono il book davanti con quell’atteggiamento da tanto lo so che non mi caghi e scegli altri, e allora io, chi sono io, per non dare loro questa certezza? Me lo stanno chiedendo a gran voce! Ne hanno bisogno! Prendo il book li guardo e dico loro, no, mi spiace non è adatto per nessuno dei nostri ruoli. La parte bella è sentirli smadonnare mentre scendono le scale e vanno dalle loro morose e mogli o madri dicendo che glielo avevano detto, che era inutile, che è tutto già deciso e che il mondo è una merda. Io mi sento bene in questo, ho rispettato il loro volere e l’equilibrio del mondo.”

“E i neri?”

“Non appartiene ancora a quel gruppo. Magari più avanti le racconterò dei signori Neri.”

 

Alzo la mano.

 Questa volta è un clitoride scientifico-solitario che freme e si bagna al sol pensiero di rivolgere la parola a un grande.

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“Sa. Io mi ricordo i suoi film.”

 Pupi

“È una domanda? Mi fa piacere, la ringrazio.”

 ALZO LA MANO

Un occhialuto praticamente cieco fa sfoggio della sua conoscenza damsiana rivelando di apprezzare l’uso basso della macchina da presa. 

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Pupi ringrazia.

Alzo la mano. 

“Non c’è più tempo per le domande.” 

 

La cosa mi rode. Maronna se mi rode. Ora la folla si getta a farsi fare autografi su autografi tutti da Pupi. Decido che è meglio se mi rilasso e mi allontano dalla baraonda. Al bar non c’è nessuno e torno dal mio amico Non-so-spinare-la-birra-ma-lavoro-in-un-bar-di-lusso-perchè-la-mia-dieta-prevede-leccare-la-merda-fresca-di-culo-meglio-sul-culo. 

 

“Peroni media, grazie.”

“Non vuole la Forst in bottiglia?”

“Preferisco la quantità.”

“Media ha detto?”

Sì troglodita! Ci fosse casino qui intorno capirei, ma siamo io, te, un tipo strano con cappotto e Antonio Avati! Antonio?

“Sì, media.”

 Mi giro e lo guardo. Mi rode avere la domanda in gola. Lui mi guarda. 

 

“Lei è quello della prima fila che scriveva vero?”

 “Sì, sono io.”

“Vuole farmi quella domanda?”

Porca Eva una persona umana! Che spettacolo.

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“Era per suo fratello, ma forse può rispondere anche Lei.”

“Di che si tratta?”

“Il rapporto verità e menzogna; visto la dichiarazione di vostra madre e il fatto di Lucio Dalla, mi chiedevo quanto fosse importante la bugia, per Pupi, per costruire una verità forse ancora più solida e vera.”

“Lei ha letto l’ultimo libro, insomma.”

“No, ho visto l’intervista da Fazio.”

“Se mi ordina tre Campari e mi aspetta un secondo ne parliamo.”

 

Ordino. Dopo cinque minuti, in cui il cuore aveva trovato posto tra la faringe e la glottide, Antonio torna con in mano un libro, apre la copertina e mi chiede come mi chiamo. Autografo.

Poi prende due Campari e mi fa cenno di seguirlo, con un sorriso sereno che a me metteva solo ansia e terrore. Ci sediamo a un tavolino e dopo pochi istanti si siedono Pupi e sua moglie Nicola. 

 Adesso che cazzo faccio?

 

Antonio mi fa l’occhiolino e mi chiede se non voglio anche la firma di Pupi. Pupi mi lancia uno sguardo indagatore.

 

“Vuoi fare il produttore?”

“No.”

“Allora perchè ha firmato prima mio fratello?”

Dalla bocca non mi esce nulla. Il cervello si blocca, mi bussa ai padiglioni auricolari e mi sussurra: «Mo’ ràgnete. So’ tutti cazzi tói»

Pupi distende il viso e ridacchia.

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Tredici anni di vita buttati al cesso per uno scherzo. Sudo, ma sono più disteso. Pupi mi firma il libro e mi chiede della domanda. Sono commosso all’inverosimile. Si erano accorti di me!

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Ripeto il quesito e ascolto la risposta che diventa digressione sull’esistenza e sulle scelte del futuro che riguardano tutti noi.

“Che fai non bevi?” mi dice Antonio.

“La birra l’ho finita.”

“Quel Campari è per te.”

 

Il resto è storia intima, ma se ne sono andati altri tre Campari prima di trovare la strada di casa.

Un grazie agli uomini Avati!

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