Universitette e piselli laser

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È un cambio repentino. Il salto decisivo. È varcare il confine. Essere oltre. Aldilà.

 

“Mi dia la fototessera, la ricevuta di versamento della tassa di preimmatricolazione, le carte di preimmatricolazione compilate in tutte le loro parti e il numerino della prenotazione del turno.”

 

“Quale tassa di preimmatricolazione?”

“Avanti un altro!”

 

Era il 2008 e ancora credevo che tutto potesse cambiare. 

 

“No, mi scusi, magari ce l’ho; solo che non ho capito cosa dovrei avere.”

“Ha o non ha fatto un versamento?”

“Sì, ne ho fatto uno.”

“Di preimmatricolazione?”

“È proprio questo che non so. Non aveva un nome e non gliel’ho chiesto.”

“Mi faccia vedere.”

“Tenga.”

“Come vede questo è da €13.78.”

“Sì, vedo.”

“Questo è per il test d’ingresso.”

“Vada nella stanza qui affianco, acceda al portale dell’università, inserisca i suoi dati, stampi il modulo di preimmatricolazione…”

“Quello l’ho fatto.”

“…e anche il bollettino. Deve pagare alla banca Antonveneta. Poi torni qui, mi porta la ricevuta e procediamo al rilascio del libretto e del badge elettronico.”

“Grazie. Buona g.”

“Mi dia la fototessera, la ricevuta di versamento della tassa di preimmatricolazione, le carte di preimmatricolazione compilate in tutte le loro parti e il numerino della prenotazione del turno.”

 

Il primo impatto mi aveva lasciato in bocca quell’amaro che mi avrebbe dovuto far presagire le peggio sventure. Una delle mie grosse colpe è non saper riconoscere i segnali. Siamo inondati da segni che ci avvertono di fare o non fare qualcosa. Il mio problema è che mi scappa da ridere. Sempre. 

Strappano il cuore a forza dal mio vicino di banco?

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Ahahahah. Che spasso! Guarda come fa tum tum!

 

Quando sei dentro al sistema vieni inconsapevolmente inglobato e a te, vittima ignara, non resta che scegliere a quale categoria appartenere. 

 

Che tu lo voglia o no, ora sei un universitario e questo non lo puoi più cambiare. Il mondo attorno, quello della bassa manovalanza, quello delle scuole professionali e quello della gente di strada ti evita; fingono simpatia nei tuoi confronti, ma per loro sei l’aristocrazia della vita. Gente che si vanterà di aver studiato, che guadagnerà di più e che si vanterà di questo; gente che non sa cosa sia la vita, a cui sorridere e, nascostamente, odiare. L’universitario è feccia per chiunque. 

Sei Universitario. 

FINZIONE

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REALTÀ 

studiare

FINZIONE

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REALTÀ

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FINZIONE

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REALTÀ

Quando ti rendi conto di far parte di una categoria a se stante sei già invischiato in un percorso accidentale che ti identifica in varie sotto-categorie, ben chiare e distinte, che non si mischiano e non si contaminano, se non con l’odio reciproco: Ingegneri che sputano sugli Architetti che vomitano sugli Storici dell’Arte che ridono degli Archeologi che si fanno beffa degli Storici che taglierebbero la gola ai Letterati che non vedono l’ora di scoparsi quelle del Dams e di Progettazione e Gestione del Turismo Culturale che se sapessero come fare riderebbero di quelli di Filosofia impegnati in ragionamenti scontati sull’etica della Medicina e della ricerca scientifica, mentre cavie da laboratorio con nomi di intellettuali di ogni sorta vengono sezionate e i loro corpicini insanguinati, saccheggiati durante la notte, utilizzati come gravi nello studio del piano inclinato.

 

È una guerra. Sei in prima linea, nessuno ti ha detto nulla, ti sei svegliato una mattina e all’odore di caffè si mischia quello di peli bruciati: il tuo culo è arso dalle fiamme e non puoi gridare. Segnaleresti la tua presenza, spegnerebbero il fuoco e te lo metterebbero in culo con la scusa che può solo che far bene. 

Però gridi. O ridi.

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Il tuo ano a traforo del Frejus è ora pronto per laurearsi, specializzarsi e tentare il dottorato. Se mai arriverai al mondo del lavoro il tuo fondo schiena sarà così allenato che tutta quell’esperienza ti remerà contro: sceglieranno qualcuno più giovane, col buco ancora chiuso, inesperto, probabilmente uscito da una professionale, che in cambio di uno stipendio non si lamenterà di nulla. Anzi. Gli piace. 

 

Eppure…

 

La cosa peggiore in tutto questo è andare al bar e sentire gli scontri tra finti intellettuali. 

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I finti intellettuali sono gli universitari agli albori, quelli al primo o secondo anno, che sono convinti di essere già oltre, di avere nella loro testicciola la risposta a tutti i problemi della vita. Tutti ci passano, nessuno ne è immune. I fiumi di alcol che si riversano nelle vene di questi smaliziati li autorizza ad un aumento vertiginoso del tono di voce. Tutti devono sentire i loro dibattiti.  

 

Siedono al tavolo, magari in gruppo con altre persone, parlando ognuno con i propri vicini, quando a uno dei due salta in mente di sfoggiare la propria competenza esponendo una personale opinione su sofisticherie intellettuali di ‘sta cippa. All’altro capo del tavolo l’acerrimo rivale si desta dal torpore di una conversazione spiccia con la vulva tardoliceale o primina, estrae il proprio membro flaccido e lo inturgidisce. 

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A questo punto è una gara a chi sborra più lontano.

Santi e poeti vengono invocati senza l’uso di sfere poké.

I volumi si impennano.

I clitoridi si bagnano e si schierano o da un lato o dall’altro.

Il duello masturbativo comincia a fare scintille.

Altri membri tentano di frapporsi per spodestare i due contendenti, ma questi incrociano i flussi in una temporanea alleanza; inseminano l’intruso e tornano a pisellarsi. 

 

Entrambi sanno che stanno dicendo la stessa identica cosa, ma ci deve essere un solo vincitore e la posta in gioco è alta. L’onore, e fiumi di tette ebbre. L’acne è appena sparita e finalmente il gentil sesso si è reso conto che non sono i muscoli di uno stronzo che vuole al suo fianco, ma il cervello semi-evoluto di uno sfrontato qualsiasi, almeno fino alla fine dell’università, quando questi saranno lasciati per il vecchio strafatto di viagra col portafoglio gonfio da far schifo.

 

Se non si tratta di penetrazione il maschio intellettuale non soffre di eiaculazione precoce. La battaglia è lunga e senza pause. Si inasprisce e scivola su banalità ininfluenti e prive di senso. L’80% del sangue rigonfia i corpi cavernosi dei lottatori e il restante 20% muove maldestramente i muscoli facciali. L’alcol sorregge l’impalcatura. 

Oramai i membri hanno dimensioni innaturali. Obelischi pulsanti carichi e pronti a far fuoco.

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I seni baldanzosi gridano e incitano i propri beniamini. Promettono le meglio meraviglie. Acrobazie sessuali e riproduzione sincronizzata, dal vero, del loro porno preferito.

 

I testicoli sono pronti.

 

I seni baldanzosi si sbottonano.

 

Il cuore sobbalza, perde un battito, si agita e triplica l’attività. Anche la bile viene pompata nel sistema vascolare e indirizzata sull’arma del delitto.

 

I seni baldanzosi si denudano.

 

È l’assalto finale; i due, cazzo in resta, corrono l’uno verso l’altro tra le urla della folla, sono ebbri di foga, di figa, di grida; un ultimo acutissimo latrato:

“Perchè sì, ho ragione io!”

“Perchè sì, ho ragione io!”

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Una nebbia candida e fitta si dirada in un silenzio attonito e incredulo. Nessun rumore. Il vento non sibila. Non si muove nulla né qui né all’orizzonte. Tutto è cosparso di calda, melmosa e appiccicosa crema bianca. I membri tornano alle naniche dimensioni mentre i legittimi possessori restano a terra, accasciati e invischiati nel loro reciproco sapere. 

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“Chi ha vinto?” domanda Seno baldanzoso.

 

Poco distante dal teatro dello scontro un Portatore Sano di Steroidi inciampa in se stesso per essersi momentaneamente dimenticato quale piede far avanzare in una normale camminata. La caduta coglie l’attenzione di tutti.

 

Gli sconfitti restano a terra. 

Gli intellettuali salvi si pietrificano annusando il pericolo: perdita topa.

La topa si domanda se forse, per oggi, visto che, non sarebbe il caso di, ma solo per oggi.

 

Un intellettuale in preda al panico si lancia verso l’ignoto:

 

«Di noi serbate, o gloriosi, ancora 

qualche speranza? In tutto

non siam periti? A voi forse il futuro

conoscer non si toglie. Io son distrutto

né schermo alcuno ho dal dolor, che scuro

m’è l’avvenire, e tutto quanto io scerno

è tal che sogno e fola

fa parer la speranza. Anime prodi,

ai tetti vostri inonorata, immonda

plebe successe; al vostro sangue è scherno

e d’opra e di parola

ogni valor; di vostre eterne lodi

né rossor più né invidia; ozio circonda

i monumenti vostri; e di viltade

siam fatti esempio alla futura etade.»

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Seni baldanzosi si commuovono a udir cotal soave bellezza e ingenuamente chiedono che qualcuno possa spiegare il dono che Musa ha donato loro.

 

“È una visione negativa sul futuro della magnificenza dell’arte rispetto ai grandi scrittori del passato.”

 

“Mah, in verità, se andiamo a contestualizzare la strofa, che non è oggetto a sé stante, ma si inserisce in quella che è la canzone leopardiana “Ad Angelo Mai”, credo si possa dire con estrema certezza che il riferimento non sia nello specifico agli scrittori antichi, quanto piuttosto a tutte quelle personalità capaci di creare arte, vissute in un passato remoto, nella classicità del tempo.”

 

“Non concordo assolutamente. Se ben ricordi nella strofa precedente era il “clamor dei sepolti” ad essere evocato, pertanto dovresti sapere che all’epoca, Angelo Mai, riscoprì, dopo diciotto secoli, un’opera di Cicerone. È a costoro, ai Cicerone della storia, ai grandi latini e greci, ma sempre scrittori, che Leopardi si riferisce.”

 

“Ma per piacere! …”

 

I membri vengono sfoderati e inturgiditi. Un nuovo scontro sta’ per compiersi.

 

Seni baldanzosi sono tutti per loro.

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