Quattro personaggi in cerca di un posto

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“Presto! Chiamate un Esorcista! O un Elettricista o al limite un Paguro!”

“FERMI! A voi serve un Pubblicitario!”

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Mi sveglio trafelato e sudato e mentre respiro affannosamente, con lo sguardo di chi ha visto la morte in faccia, mi guardo attorno con l’agitazione e la convinzione che in questa stanza, al buio, dietro un qualche mobile, si nascondano loro: i pubblicitari. Mi seguono. Lo so. Non importa se non mi credete e pensate che sia pazzo. La storia dimostrerà che ho ragione.

 

L’alba deve ancora mostrare il proprio volto e il mondo sembra fare spallucce, con la convinzione che tutto si possa fare se si prende la decisione di farlo. 

Una sinfonia di moke che ribollono, di croccanti biscottate addolcite da marmellate e creme alla nocciola che si frangono sotto il peso dei molari, di cereali che sfrigolano nel latte caldo, di vasetti di yogurt arricchiti di nani bianchi che ti rendono l’intestino uno scivolo dell’acqua-park di Cattolica, sì che la merda non possa trovare scuse; succhi di frutta agitati, shekerati, mescolati e soppesati, barrette energetiche e brioches confezionate e una quantità disumana di sbadigli. 

 

Il cervello non è ancora in funzione e mentre bevi dal naso una tazza fumante di latte e menta, convinto che sia caffè solubile dal Paraguay, i tuoi muscoli prendono confidenza con la struttura portante. Muovono a scatti irregolari le zone periferiche. Braccia e gambe che scattano senza un perché. 

Il tavolo della colazione è un campo di battaglia.

Dalla televisione, trasmissioni fintamente in diretta, registrate la sera prima, mostrano persone troppo sveglie che blaterano come addormentati. Ma tutto è parte di un progetto mondiale chiamato «Sonno eterno». Ci informano che

 

“Ah ah ah! Si possono sbattere le uova anche con un vibratore.”

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Eterna gratitudine Bro.

 

Vestiti secondo l’usanza che il vostro ruolo impone, vi dirigete alle vostre postazioni e per farlo, spesso e volentieri, usate i mezzi pubblici. 

Cosa che mi irrita, perché mi tocca condividerli con voi. Voi.

 

Zaffate di profumi e acque di colonia della nonna che mi devastano l’olfatto, cappotti così spessi e ruvidi che mi prudono al sol guardarli, scarpe con i tacchi più rumorosi dei coinquilini del piano di sopra che suonano i bonghi, sguardi pieni di caccole messe in risalto dalle lenti giganti di occhiali enormi con montature abnormi e risate sguaiate, prive di motivazione, tentativo ultimo del vostro misero cervello che cerca un contatto con voi. Fallito. Si rassegna. Domani, forse, andrà meglio. Io puzzo, gongolo nella mia sporcizia, mi esalto per le croste e il nero che si forma negli anfratti più bui e oscuri del mio corpo. Sto bene così, mi sento protetto da un’esoscheletro invincibile. Senz’ombra di dubbio, migliore di quello di Elisyum. Checcevo’ poco.

kinopoisk.ru

“Ch’è st’odore?”

“Sì tu che sai da fregna!”

“No raga. È sto coso. È in biomerda.”

“Biomerda? ‘Né che se rompe, vé?”

“Macché. La biomerda è come il diamante.”

Il treno deve ancora arrivare e già una folla ebete e assonnata fa a gara per salirci. Estraggono smartphone dalle mille applicazioni e calcolano la probabilità che la giusta carrozza e la rispettiva porta si fermi proprio davanti a loro. Sgomitano. Tentano la strada del sotterfugio, ma è troppo presto e le capacità cognitive sono nulle.

 

“Hem… Tipo? Oh! Tipo?”

“He.”

“Hai visto là?”

“No. Che?”

“C’è il coso!”

“Chi?”

“Dai! Il coso! Quello che ha fatto quella serie là! Quella con la tizia che ha fatto quel talent che spopolava.”

“Boh.”

“Dai Bro. Quello là!”

 

Il treno arriva proprio mentre i due si fanno prendere dalla conversazione. La folla li atterra e si lancia alla ricerca di un posto libero. 

Io puzzo. Nessuno mi si fila e siedo senza problemi. 

I drammi colpiscono quotidianamente i gruppi di quattro, cinque, sei, sette, dieci persone che pretendono di sedersi tutti insieme. Dove cazzo volete andare?

 

Quello che mi stupisce è che si debba ricorrere ai pubblicitari per risolvere la situazione.

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Dopo interminabili sessioni tra ragionamenti filosofici, calcoli statistici, esperimenti su cavie e campionature random, dopo mesi di inarrestabile attività neurologica, dopo anni di pratiche fallimentari, le menti di questi ebeti piucchéppagati hanno prodotto i posti a quattro a coppie di due reciprocamente uno fronte l’altro.

 

Risultato: ci si siede un solitario senza amici e gli altri tre posti restano vuoti.

 

La mente umana è perversa e più l’intelligenza va scemando più ci si può prendere gioco di chi si ha davanti. Così…

Nuova sessione. Nuovi studi. Nuovi calcoli. Nuove cavie.

 

“Ho un’idea.”

“Vai.”

“Posso dire prima l’idea?”

“Vai, nel senso dì la tua idea.”

“Aaa.”

“Quindi?”

“Che?”

“L’idea.”

“Quale Idea?”

“Quella che hai detto di avere.”

“A che pro?”

“Per il problema del treno.”

“Rotaie.”

“Che centra?”

“Così non dobbiamo cambiare le gomme.”

“Il PROBLEMA DEI POSTI!”

“A.”

“Ma sei scemo?”

“Pubblicitario.”

“Hai o non hai una cazzo d’idea per la questione dei quattro posti che non vengono usati come si deve?”

“Certo.”

“E ce la vorresti dire?”

“Sicuro.”

“Oggi?”

“Si può fare.”

“ORA! DÌ QUESTA IDEA ORA!”

“Come siamo permalosi. Comunque pensavo di rendere i posti obbligatori per categorie di persone.”

 

Il silenzio ha un peso che gli stupidi non colgono.

 

“Si spieghi, signor pubblicitario.”

“ANZI!”

“Cosa?”

“Meglio ancora.”

“Come può essere?”

“Non per categorie, ma per singola persona.”

 

Il silenzio ha un peso che gli stupidi trascinano con assoluta leggerezza.

 

“Signor pubblicitario, io davvero non comprendo.”

“È chiaro, o villico! Lei ha pagato 5mila euro l’anno per fare foto a nastro ai suoi compagni, a pietanze che non mangerà mai calde, a paesaggi che non ricorderà se non per via di quella foto?”

“No. Sarebbe stup…”

“Ha mai creato presentazioni su tecnologici computer con futuristici programmi autonomi per campagne pubblicitarie prive di moralità?”

“No, certo che no. Non mi dirà che Lei…”

“Certo. Io sì. Io qui sono il massimo esperto. Il solo in grado di poter capire, ma data la mia sconfinata saggezza, tenterò di illuminare la sua misera mente.”

“Forse esagera. Io sono quello che paga.”

“Ci vogliono anche quelli, sa? Non si rammarichi per la sua condizione. Siamo tutti necessari a questo mondo.”

“Potrebbe semplicemente spiegare? Gliene sarei eternamente grato.”

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“Vede, quello che ho pensato è dare l’idea che quei quattro posti sono esclusivamente per quattro persone: La donna registratore di cassa anni ‘30, la donna con la sorella siamese attaccata al braccio, il militare africano col pene ascellare, il tipo col bastone colpito da malformazione asimmetrica che gli ha reso un braccio e l’arto inferiore e opposto, più lunghi degli altri due.”

 

Il silenzio ha un peso che non può essere usato come oggetto contundente.

 

Risultato. 

 L’inesperto e occasionale viaggiatore: si trova spiazzato e con rammarico lascia liberi i quattro posti andando a occupare il corridoio, intralciando il passaggi a chiunque. Solitamente sono equipaggiati di animali in cestini e valigie stile trasloco della vita.

Il titubante: fa per sedersi, ma i posti sono tutti liberi e non gli sembra il caso di assumersi la responsabilità di tale infrazione. Rallenta, si guarda attorno, fa colonna. Partono gli spintoni da dietro, lui si sente alle strette e sotto consiglio: «Che lo poggi sto culo lì che sta’ tutto libero?» si siede vicino al finestrino. Continuerà a guardare all’esterno per paura degli sguardi inquisitori. Il resto della fila tirerà diritto per la logica dei gruppi.

I giovani in gruppo: i più fighi, i membri Alfa, si siedono senza porsi domanda alcuna, lasciando lo strascico di leve e parassiti che ronzano intorno loro a occupare lo spazio ristretto del corridoio. Si irritano se li urti per passare. Si irritano se chiedi permesso. Si irritano se li guardi. Costano alle famiglie centinaia di euro al mese in lozioni contro le irritazioni. Non faranno sesso prima dei 40 anni e solo con prostitute.

Gli autorizzati: alla fine i soli che dovrebbero sedersi non si siedono e i treni sono sempre pieni con posti liberi a macchia di leopardo.

 

Il più grande degli inconvenienti di percorso sono le signore con cappellino che parlano da sole cercando di far andare il treno più veloce.

 “Vai treno! Ciuuf ciuf ciuuuf!”

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