L’antico smegma andava portato in salvo

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Mettetevi nell’ordine delle idee di essere inevitabilmente e imprescindibilmente, dannatamente stronzi. Tutti lo siamo. Pure tu. È una condizione intrinseca che non si può debellare: esisterà sempre qualcuno a cui starete sul cazzo, a prescindere. Al quale non andrete a genio, così, a pelle. Che vi odierà semplicemente perché esistete. Tutto questo perché siamo curiosi. La curiosità è la forza motrice del mondo. No, la figa è la conseguenza: siamo curiosi di sapere come si sta là dentro, convinti, e non a torto, che ogni antro inguinale sia accogliente in modo diverso e, come per un vestito, per capire come ci sta, dobbiamo provarlo. Tutto qui; semplice; facile; innocente. Almeno fino a quando non è comparso il moralismo. Il perbenismo marcato salute. L’innocente canotta dell’uguaglianza miracolosamente candida. L’accecante luce del bene.

Un dannato sfacelo.

Da quel momento fu tutto un «Al lupo! Al lupo!». 

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“Ma stai scherzando? Non mi dirai che si è fatto Quella che stava con Quello?”

“Sì, eccome. E Lei si è fatta il FratelloDiLui. Ma ‘sto qui non lo sa.”

“E lei sa di lui e st’altra?”

“Eccome! E dovresti vedere che scenata!”

“Noo! Davvero? Ecch’è successo?”

“Beh lei…”

“Hey!”

“Che cè?”

“Arriva!”

 

“Ammmore! Come stai? Ma ti trovo una meraviglia! Vero Cla?”

“Èccerto! Checce’ dici de bello?”

“Tessòre, che care che siete! Senza di voi non saprei come fare.”

 Spettegolare

 

In primis le donne, ma in esto loco virtuale non tralasceremo il Recentemente-Detto-a-Torto, Sesso Forte.

Stronzaggine che trasuda come il grasso dalla carne che griglia.

Lui e Lei.

Sono in biblioteca, insieme, che studiano due materie diverse perché frequentano facoltà differenti. Lui un tipo atletico con la felpa sportiva, che sembra non capire un cazzo di diritto civile di sta cippa. Viso curato, sbarbato e capello mosso con effetto gel. Ma giusto un filo. Lei vorace e procace linguista, truccata e vestita di tutto punto. Completa esercizi grammaticali con matite colorate, agghindate da cuoricini di gomma, disutili in caso di effettiva necessità. Gli orecchini tintinnano di continuo, ma non distraggono quanto quel seno abnorme offerto al rachitico pubblico. Il giurista vede gli sguardi bavosi dei disadattati del tavolo, che senza troppe remore si incantano ove le curve delle soavi colline dipingono la valle del DolceLatte. Le sinapsi cerebrali degli allupati permettono ragionamenti semplicistici. Grandi tette + messe in mostra + studia lingue = …

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Le labbra sono due canotti.

L’eccitazione generale è così prorompente che “l’aura” magica dei nostri novelli Sayan si ingigantisce sollevando il tavolo di qualche centimetro.

 

= non me la darà mai, ma sta sera pugnetta in grande stile. Un segone diverso, una nuova musa per il mio nettare.

Lei lo sa che il grado di gelosia del suo bodyguard cresce esponenzialmente, ma non può non essere stronza e giocare con se stessa. Dalla porta d’entrata della biblioteca entrano tre aitanti giovani: belli, alti e allenati. Li guarda per bene, li osserva accuratamente. Dai capelli alle spalle, immaginandosi di poter accarezzare quelle rigide schiene. E poi i glutei e le cosce e gli allenati polpacci. Le nuvolette di pensiero dei poveretti mostrano un tenero e arrendevole: beati loro. Il suo uomo l’ha vista, lei si voleva far vedere, e lui lo sa, eppure è nero come la pece. La guarda mentre lei fa finta di niente. Lui le chiede di uscire, devono parlare, le deve dire che non gli va bene che faccia la troia con tutti. Lei esce e si sente presa in giro, stretta in una morsa letale, le sue ali le vengono tarpate, lo accusa di essere irrispettoso, di fare il doppiogiochista, perché lei sa come si comporta con i suoi amichetti dopo gli allenamenti, quando bevono al pub, quando fanno a gara a chi rimorchia di più. Lui nega. Lei alza la voce e parte una scenata 50% odio, 50% recitazione teatrale. Pensa che è la volta buona, che lo molla sicuramente, che lui è un figlio di buona donna, no, di troia. Non si risparmia. È una scenata a regola d’arte. Lui si sente preso in contropiede. È spiazzato e non sa cosa fare. Prova il pugno di ferro. Le intima di fare silenzio, che si sta rendendo ridicola, che se ci sono dei problemi ne possono parlare, ma non in questo modo. Il cortile è ora una grossa arena. Le curve si schierano chi per l’uno chi per l’altra. Non è una questione sessista, è puro pathos, è godere dei problemi altrui. Tutti ne traiamo conforto e per dieci minuti, come avvoltoi del disimpegno, ci nutriamo di macabro divertimento. 

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“Hai sentito la puttana?”

“Chi, lui?”

“Come lui? Guarda che la puttana è quella troia della sua morosa!”

“Solo perché non sai chi è quello lì!”

“E chi sarebbe?”

“Quello se l’è fatto pure una mia amica!”

“Ma era impegnato?”

“Ovvio. Altrimenti mica sarebbe uno stronzo.”

“Che c’entra?”

“Boia s’è figo!”

“Mamma mia, davvero!”

“Io non me lo farei scappare così stupidamente.”

“Lo pedinerei giorno e notte…”

“Gli succhierei l’anima!”

“So io cosa gli succhieresti!”

“Che zoccola che sei! Però sì che lo farei!”

 

Finisce che lei se ne va in lacrime mentre lui se ne fotte altamente. La folla si disperde e tutto torna nell’anonimato. Inevitabilmente le scintille di una inarrestabile reazione a catena svolazzano nell’aere alla ricerca di una miccia. E la trovano. 

 

Lui ha le palle girate perché non ha capito come gli eventi siano precipitati in così breve tempo. Non si addossa colpe, ma sa a chi donarle. La colpa è di quella sua ormai ex morosa che fingeva. Fingeva affetto e bramava fama. Gloria. 

Vuole vendetta, no distrazione. Deve staccare la mente, il cervello deve elaborare la disgrazia. Dai suoi occhi non scenderanno lacrime, non ancora. È acido. È furibondo. Chiama un amico e con lui si dirige al pub dove racconta la sua versione dei fatti. La ragazza si trasforma in un verde mostro tutto seno e niente cervello capace di iniettare nei malcapitati un liquido stordente. Questi si sentono attratti e cadono vittima di un sonno mentale. Diventano succubi, zerbini, marionette in mano a un dio sconosciuto. Ci vuole fortuna per rompere l’incantesimo. Fortuna: un tiro al bersaglio da bendati; tu sei il l’obiettivo. 

Mentre racconta tracanna birra come acqua fresca in una giornata d’arsura. Entrambi si gonfiano di alcolici. Dimenticare, cancellare, andare oltre. Che altro altrimenti?

Sono le due del mattino e il locale chiude i battenti. Non si può andare a dormire, il sonno risveglia i mostri del passato, gli insuccessi si palesano come pilastri insormontabili, monumenti al ricordo della propria inettitudine. Allora avanti: i due marciano nella notte, parlano e sparlano, gridano e inveiscono contro passato e futuro.

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Al lato della strada una ragazza dai facili costumi li avvicina proponendosi alleviatrice di tutti i mali. È provocante e svestita quanto basta perché entrambi le dicano sì. Il prezzo, inoltre, è onesto. Troppo onesto. I due accettano e in pochi istanti un furgone bianco con vetri neri li affianca facendoli salire insieme al femminil placebo. Altri otto mentecatti alcolizzati e infoiati occupano i restanti posti. Il furgone è al completo e sfreccia verso una meta ignota. L’eccitazione mista a terrore per l’inaspettata sorpresa riempie il van di glaciale silenzio. Tutti si guardano e si studiano.

Il mezzo si ferma e la procace dea gli invita a scendere. Davanti a loro una casa di campagna, una bella villa isolata dal mondo.

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La puzza di morte e fregatura serpeggia tra i presenti, ma altre ragazze, svestite, completamente svestite e brille, li invitano a entrare. È buio pesto, ubriachi e eccitati non possono che avanzare verso l’ignoto. 

In fondo è come provarsi un vestito, no?

 

L’atrio è maestoso. Lampadari di cristallo penzolano dall’alto soffitto riverberando la fioca luce in un incanto luminoso. Specchi e vasellame completano il corredo. Legno e statue marmoree si uniscono all’effetto meraviglia. I dieci ometti vengono condotti in una stanza vuota, tutta vetrate con spesse tende rosse, sei candelabri spargono un minimo di luce e al centro è depositata un’enorme tavola rotonda in legno massiccio. Vengono disposti a cerchio intorno al tavolo, in piedi, con le mani poggiate sul piano in bellavista.

 

“Adesso vi togliamo i pantaloni.”

“Mentre io mi metto nuda sotto il tavolo e vi succhierò l’uccello.”

“Uno per volta e voi dovrete rimanere impassibili. Chi verrà scoperto sarà eliminato.”

“Ne rimarranno solo due. A questi una bellissima sorpresa.”

 

Ormoni, come se piovesse, spurgano dai corpi eccitati dei dieci concorrenti. È un gioco erotico con sorpresa finale. Il timore lascia il posto alla perversione e il maschilista senso di vittoria prevale sull’imbarazzo di avere peni a distanza ravvicinata.

 

Il gioco ha inizio e fremito dopo gemito la schiera dei fortunati si assottiglia. I nostri due sono ancora al tavolo e sembrano restare impassibili. Un altro si è esposto, non ha saputo contenersi. Chi l’avrebbe detto che questa roulette di cazzi e pompini avrebbe avuto i nostri due come vincitori. La ragazza esce da sotto il tavolo pulendosi con un fazzoletto alla bell’e meglio. Dopo un veloce inchino si congeda per una doccia d’obbligo.

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Due ragazze conducono i vincitori in un’altra stanza, molto simile alla prima, ma con un materasso posto a terra invece del tavolo. Sopra di questo una ragazza bendata, inginocchiata, sulla cui schiena è posto un biscotto. L’amico ha un sussulto.

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“Che c’è? La conosci?”

“No, no.”

“Sicuro? Non mi prendere per il culo.”

“No, no. Davvero.”

 

Le regole del nuovo gioco sono ancora più semplici. Una gara di velocità a chi viene prima. Niente fluidi in corpo, chi finisce lo deve fare sul biscotto. Chi non finisce è castigato, chi finisce per secondo è punito. Al primo chissà. Ma l’amico sa. Ha già giocato e quella volta se l’era scampata per un pelo. Al primo, nessun premio eppure nessun premio fu così di sollievo.

I due si accordano su chi sta dove e al via comincia la sfida. Faticano a guardarsi l’uno in fronte all’altro. Forse nemmeno un minuto e l’amico già riempie il biscotto, seguito a pochi istanti dell’altro che viene inveendo contro l’ex. Gloria. Le vallette ridacchiano e si complimentano con i maschietti. All’amico viene chiesto di uscire dalla stanza. Lui sa. Non guarda. Non saluta. Si veste e testa china esce chiamando qualcuno al cellulare. Nella stanza le vallette prendono il biscotto e lo mettono da parte. Gli chiedono di vestirsi e di aspettarle lì. Lui è solo nella stanza, mentre l’amico aspetta fuori dalla villa. Dopo dieci minuti le ragazze riappaiono nella stanza e lo fanno sedere su di un trono. Lo legano braccia e gambe. 

 

“Al secondo arrivato punizione.”

 

Nella testa si immagina l’amico che si sollazza in un’altra stanza con altre ragazze, forse decine, ma è soddisfatto di questa posizione punitiva che promette del sesso violento. È eccitato.

 

“Dal secondo arrivato, il biscotto vien mangiato.”

 

I tentativi di liberarsi sono inutili e non fanno che aumentare i momenti in cui la sua bocca urlante viene riempita a forza dal dolce biscotto. Una volta mangiato viene liberato e se ne esce tra le grida e i conati di vomito. Sull’uscio, reggendosi alla colonna delle scale fa in tempo a vedere il suo amico salire in macchina e baciarsi con una bionda fanciulla.

 

“Quella macchina…

  Quei capelli…

   Gloria!”

 

 Mettetevi nell’ordine delle idee di essere inevitabilmente e imprescindibilmente, dannatamente stronzi.

 Anche tu.

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P.S.  Siete Curiosi? QUI

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