Son qui per errore

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teste_di_maiale

Grasse risate

Il giorno volge alla fine in un cerchio rosso fuoco che sparge calore e amore nell’aria di questo terso cielo invernale.

“Potrei proprio andare a puttane.”

È sabato sera e sono solo come un cane mentre passeggio, braccio a coltello, nella nebbia umana che invade il centro storico di Padova. Mi faccio largo tra la folla già in frenesia premestruale per la fatidica corsa ai regali. Tutti partecipano e nessuno vince. Tutti che per settimane entrano e escono nei negozi, e alla vigilia è ancora tutto da comprare.

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“Mi manca il regalo per mamma, quello per quella troia di Jenny, il regalo per Luca…”

“Sei tornata con Luca?”

“No, cazzo, mai e poi mai, ma glielo consegno a lezione mentre abbraccia quella bagascia della sua nuova amichetta.”

“Sei proprio stronza, ahaha!”

“Così impara! Ahaha.”

“Poi?”

“Poi quello per te amour!”

“Io te l’ho già preso!”

“Ammorree!”

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Beh insomma, passeggio solo soletto in direzione di casa urtando monoblocchi mentali e relativi carlini incappucciati, quando mi squilla il cellulare.

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“Pronto?”

“Ciao, ascolta.”

“Dimmi.”

“Domani hai tempo e voglia di fare un articolo?”

“È sabato sera, se devo essere lì per la mattina non ce la faccio.”

“No, è  per il primo pomeriggio.”

“Ok. Che serve?”

“Puoi scegliere.”

“Pure?”

“Quello che non fai tu faccio io; hai la macchina vero?”

“Sì, sì, dimmi.”

“Calcio di serie D: intervista, cronaca e classico tabellino. Mi servirebbe con meno cronaca e più pathos.”

“O se no?”

“Ettore.”

“Ettore?”

“Non lo conosci? Oggi è la seconda notizia più letta sul sito del Corriere della Sera: dopo il Pd, ma davanti a Grillo, Imu e Berlusconi.”

“Chi è Ettore?”

“Un maialino morto.”

“Scusa?”

“Un piccolo maiale. Morto. ”

“Ah.”

“L’hanno rapito a questa ragazza che lo teneva in casa.”

“Mi spiace.”

“Poi lei ha messo gli annunci e parlato alla radio regionale.”

“Pure?!”

“Il giorno dopo si è trovata una ventina di sacchetti cuki con il maiale in pezzi, davanti casa.”

“Giura!”

“Cosa scegli?”

“Il calcio in D.”

“Non Ettore?”

“No.”

“Sicuro?”

“Fin troppo.”

“Basterebbe una piccola intervista alla padrona.”

“Chi sarebbe?”

“29 anni, volontaria al canile, vegetariana.”

“Calcio in D. Quanti caratteri?”

“Ti dico domani mattina. Sei sicuro sul maiale?”

“Oltre confine.”

“Ok. Ciao.”

“Ciao.”

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Scoprire di lavorare e alzarmi all’alba dei tempi un po’ mi rode, avevo altri progetti, ma almeno mi entrano quei due soldi che non guastano mai. La notizia del maiale mi resta in testa, e non mi capacito di come possa essere la seconda più letta del giorno. Attacco safari sull’iPhone ed entro sul sito del Corriere. Click.

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Immagine 1

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«C’è chi dice che è solo un maialino: ne arrivano tanti sulle nostre tavole.»

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Il titolo è un bomba. Il titolo fa molto. L’articolo un po’ meno, è la storia delle lacrime versate durante il funerale di pezzi di carne imbustata. Non dissimile da un normale funerale, invero, ma alla Coop fanno la raccolta per le popolazioni sarde, e c’è sempre bisogno di carne fresca.

.

“Che fare?”

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Immagine 2

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Il pensiero di un maialino in stile Babe, rapito, torturato e affettato come Dio comanda, mi tiene sveglio e passo l’ennesima notte insonne. Alle cinque la sveglia suona e mi incammino, ovattato dalla calabrogia, verso la stazione. Il treno parte con 5 minuti di ritardo. Il che è prassi e non mi allarmo. Ho la coincidenza alle 9:09, ma da orario dovrei arrivare 40 minuti prima. Al capotreno gli rode. Siamo io, lui, il macchinista, un vecchietto incollato al vetro, probabilmente dal giorno prima, e una signora minigonna inguinale, push up, calze strette per contenere l’incontenibile e trucco colante. Sembro l’unico che sa dove sta andando e perché. Al capotreno gli rode eccome e poco prima di Lonigo decide di spegnere tutto. Passano i minuti e le mezz’ore, mentre eurostar e regionali-veloci ci sorpassano.

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“Scusi – chiedo al controllore – ci muoveremo mai da qui?”

“Tra non molto si riparte.”

“A che ora saremo a Verona?”

“Con una cinquantina di minuti di ritardo.”

“Anche stavolta.”

“Non è colpa mia”

“Voglio sperarlo. E, di grazia, qual è il motivo?”

“Hanno rubato del rame. Finché non li mettono in prigione ‘sti extracomunitari non…”

“Pensavo andasse a corrente elettrica. Invece siamo così ricchi da avere treni a rame.”

“È nei cavi il rame.”

“Lo so. La scusa è vecchia.”

“Però è vera.”

“E i treni che ci hanno sorpassato sono magici?”

“Eh.”

“Immaginavo. Alla cassa mi farò dare il rimborso.”

“Ecco…”

“Che?”

“Non si può più chiedere il rimborso per il ritardo sui regionali. Se vuole il rimborso deve prendere altre tipologie di treno.”

“Non mi dire! Immagino sia per aiutare il cliente.”

“Eh.”

“So che non è colpa sua, ma non si vergogna a nome dell’azienda? Intendo senza scusarsi per il disagio.”

“Eh. Però può inviare una lettera in raccomandata alla sede centrale di Roma e aspettare il rimborso.”

“Mi dica che ha già sentito che funziona.”

“Eh.”

“Appunto.”

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Arrivo a casa con puntuale ritardo, ingurgito due twix, ergo quattro, e mi fiondo al campo.

La questione si fa seria. Sala stampa dedicata e riscaldata, telecamere, cronista, radiocronaca e varie testate giornalistiche. Quindicesima giornata di campionato: Dro vs Sacilese. Mah. C’è fibrillazione nell’aria, tutti si agitano e chiamano ipotetiche persone sparse per la regione. Il motivo non è il calcio: Le Universiadi. Bergoglio ne ha acceso la fiaccola.

Mi siedo e aspetto, la cosa non mi tange e non ne voglio sapere nulla. Fisso il campo vuoto, dalla postazione privilegiata.

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“Le Universiadi eh?”

“M.”

Un signore, tutto naso, con un microfono gelato a connessione diretta con la regia radio, mi parla con eccitazione.

“Ci sono anche atleti da urlo.”

“Che bello.”

“Tipo una tipa che ha fatto tipo qualcosa a Vancouver.”

“Tipo wow!”

“Tipo sai da quanto la Sacilese è in D?”

“No. Non sono pratico della serie D.” Mento: non sono pratico di calcio. Punto.

“Io me la ricordo da almeno tre stagioni, però sul loro sito non è riportato con precisione da quanto.”

“M.”

“Ha fatto acquisti nuovi?”

“Non le so dire. Non sono pratico.”

“Il Pordenone, oggi, contro chi gioca?”

“In verità son qui per errore. Avrei dovuto avere l’intervista alla padrona di Ettore.”

“Povero maialino!”

“Ah, conosce la storia?”

“Chi non la conosce!”

“Già, chi.”

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La partita comincia ed è il caos:

Il cronista parla in un microfono mentre la radiocronaca in un altro e i relatori stampa delle relative squadre chiamano come forsennati per sponsorizzare questo o quel giocatore. È una bagarre giornalistica. Non si capisce un beneamato cazzo e seguire la partita è impossibile.

Gol.

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Squillano più cellulari che in una hot room. È giovane, è prestante, è una promessa.

Gol. Doppietta.

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“Siamo una squadra fortissimi”

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Il manager quasi sviene, ma deve controllare l’eccitazione. Chiama altre agenzie.

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“È giovanissimo, può ancora imparare, è una promessa.”

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Questa volta il tono è dubbio e non si capisce se promette quelle qualità pur di venderlo o se davvero il giovane sia promettente.

Gol. Tripletta.

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Sborra come se piovesse. Non può più svenderlo. Deve assolutamente alzare il prezzo, ma ci aggiunge anche il numero 7 e il 3.

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“Un ’85 è vero, ma come difende lui…”

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Gol. La palla rimbalza male sul terreno e cambia direzione trasformando un passaggio energico nel gol della bandiera.

In sala stampa se ne fottono.

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“Tiro ad effetto con tocco sul terreno calcolato, nessuno in regione è in grado di fare altrettanto.”

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Dall’altra parte agganciano.

Gol. In regia erano distratti. Nessuno ha visto chi. I cellulari fremono.

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“CHI?” echeggiano all’unisono.

“Il 10 della Sacilese.” dico.

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Mi guardano cercando di capire perché fossi l’unico attento. Mi giustifico col fatto di essere lì per errore.

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“Dovevo essere da Ettore.”

“Il maialino! Che storia triste.” rispondono.

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Li guardo allibiti. Tempo una frazione di secondo e ritornano ligi al proprio dovere. Ormai non sanno più chi chiamare.

Gol.

.

“E adesso?”

“Il 6 su rigore. Chi è il manager del portiere del Dro?” Chiedo.

“Io. Perchè?”

“Sì è fatto espellere.”

“Quel troglodita! Chi lo vuole? È una causa persa!”

.

Come s’odono i tre fischi il mondo in sala stampa cessa di esistere. Chi va a casa, chi alla sala interviste e chi rincorre il carro attrezzi che gli porta via la macchina. A me tocca l’allenatore della squadra perdente.

È nero pece. Incazzato come solo la Polonia dopo la doppia invasione nel settembre del ’39.

Ho un calo di zuccheri e non riesco a ragionare.

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“È un problema di squadra, suo e dei giocatori, o di testa? Perché son quattro partite che vi fanno il culo e vi piallano allegramente?”

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Tutti si girano verso di me e cala il silenzio. Con eccessivo ritardo percepisco la tensione e gli sguardi interrogativi. Nella testa mi suona la voce del capo direzione sport che mi chiede se ho capito bene come si fanno le interviste. Mi rivedo mentre annuisco e lui che, pacca sulla spalla, mi congeda ricordandomi che mai e poi mai bisogna far incazzare gli allenatori. Mai.

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“Ettore?”

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Corro fuori dalla stanza giusto prima che una scarpa con i tacchetti ancora sporchi di terra si conficchi nella porta di compensato.

Lascio passare una mezz’ora, poi chiamo il collega dell’Adige e mi faccio dare le risposte.

Questa giornata ha accresciuto le mia capacità giornalistiche e mi ha impresso nel cuore la capacità di saper ragionare a mente fredda nonostante tutte le avversità; e se posso lasciarvi con una morale mi piacerebbe che vi ricordaste che sempre nella vita le cose potranno andare male, ma se vi offrono del maiale, prendetelo. Anche se non è vostro. Soprattutto se si chiama Ettore.

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2 comments on “Son qui per errore”

  1. belli i dialoghi nudi e condoglianze alla padrona di ettore, povero maialino!
    : )
    poi pensavo, vedi come tutto cambia al mutare d’un sinonimo? minime sfumature lessicali possono inficiare addirittura la morale di questo bel racconto. intendo, ok, tu dici “se vi offrono del maiale, prendetelo”. ma se invece di offrirvelo, vi danno del maiale, che si fa?
    ai posteri l’ardua sentenza (se non sono già andati a puttane)…
    : )))

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