Folle di folletti folleggiano follemente; ‘fanculo.

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Fuori dalle mura di casa, una fitta nebbia avvolge l’abitato. Nulla di nuovo sul fronte padovano, eppure oggi destarsi ha un sapore diverso, come se nell’aria ci fosse della strana elettricità. Mi guardo attorno e penso che con molta probabilità è una questione di riposo. Ormai ogni notte dormo sempre meno e questo potrebbe aver provocato una certa disfunzione cerebrale. Mi illudo che un buon caffè mattutino possa riattivare le sinapsi. Preparo la moka facendo attenzione a versare l’avanzo di caffè sul fornello e con altrettanta cura spargo la soave polvere nera tra il lavello e il resto del mondo. Compongo i pezzi e accendo il fuoco.

Gorgoglia. Spengo. Mi scotto sul manico. Spando caffè. Impreco. Verso nella tazzina.

E finalmente sorseggio il nero buongiorno che a macchia d’olio si diffonde in tutti i capillari e mi infonde la forza necessaria a percepire le più piccole vibrazioni negli equilibri di madre natura.

Quella sensazione, però, non accenna a sparire. Cosa sarà mai?

Mi vesto pensando se sia il caso di cambiarmi le mutande. Suppongo di sì, ma non hanno ancora un odore acre; forse potrei, meglio di no. C’è già una strana puzza in giro, qualcosa deve accadere; sta per accadere, ne sono sicuro. Lo sento.

Passo metà della giornata guardandomi le spalle con la paura e il timore che qualcuno voglia attentare alla mia vita.

Ma perché, mi domando, che cosa avrò mai fatto, che tipo di informazioni possono ricavare da me. Perché cazzo mi vogliono?

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Passeggio in Piazza delle Erbe, tra le bancarelle del mercato, quando un luccichio lontano, un tenue bagliore color rossastro coglie la mia attenzione.

Mentre mi perdo nel suo rossore mi sembra di udire una musichetta. Una nenia leggiadra, rassicurante, calda e avvolgente. Alcune parole aleggiano nel vento musicale:

«….puoi…fare mai.»

È bella.

È un incanto.

È come se la conoscessi da tutta una vita.

È rassicurante.

Oh…

«…puoi, fare…non puoi fare mai.»

Boia merda! Sta arrivando il Natale.

Questione di attimi, tutto comincia a viaggiare a velocità doppia, tento di correre il più lontano possibile perché è ancora troppo presto per il Natale, per le compere, i festoni, le decorazioni. No, no, no! Devo trovare un rifugio. Dove?

Lo spirito del Natale (che nella mia testa ha le sembianze di Steven Seagal in “Duro da uccidere”) si impossessa del corpo di un bambino decerebrato. L’infante in crisi mistica comincia a correre sospinto dai roboanti calci del mastoplastico Seagal: abbandona i suoi amichetti su di una collina.

“Carlo se n’è annato!”

“Mbhè? Chi se lo caga quello!”

“Ma sì, lascialo anna’ che tanto con o senza de lui ce sta a rode er culo uguale.”

“Eh sì. No sapemo che stracazzo fa’!”

Se riesco ad avvertire tutti in tempo ho una buona possibilità di rallentarne l’arrivo.

“Gente! Gente!”

“Mbeh?”

“Sta arrivando il Natale!”

“E ce devi cacà er cazzo proprio a noi che sta’ pe’ arrivà?”

Nessuno mi crede. È un classico. Tento il tutto per tutto:

“Fermate er nano che sta’ a córe’!”

Lo inseguo, ma è viscido e nanico e mi sfugge a ogni angolo. Lo vedo entrare in una casa dove Théoden sotto acido, tagliato con stricnina, fissa con ammirazione una palla di natale. Una di quelle con la neve che scende. Dai mo! Una di quelle robe sferiche trasparenti con dentro un paese inesistente e persone felici che non si lamentano se le metti a testa in giù, le rigiri, gli dai uno scossone e le guardi annegare sotto uno strato di neve. Ecco, quelle. Il nano posseduto si fionda su quello che sembra un innocuo pandoro e sale verso la soffitta, entra in una stanza, trova la finestra spalancata e, senza sapere come cazzo abbia fatto a rimuovere il pandoro dalla confezione e a riempirlo di polvere bianca, sparge l’antrace misto cocaina su tutta la città. Sono arrivato tardi. Il Natale è ufficialmente cominciato. La gente respira la diabolica polvere e un istinto al regalo, all’acquisto e allo sperpero si sostituiscono agli obiettivi di vita.

“Cosa vuoi fare da grande piccolino?”

“Voglio regalare la wii!”

“Vuoi regalare la wii?”

“Sì, così poi me la regalano anche a me.”

Assieme alle sacre festività sopraggiungono i pranzi coi parenti. Tornei per stomachi forti, gare di resistenza all’ingordigia, ampliamento dell’esofago, turpiloquio del basso intestino e il temutissimo Pentatlon della Smorifa per il peggior regalo ricevuto.

– Fase uno: Consegna del pacchetto. La carta è riciclata, sulla stella dell’alberello di natale disegnato campeggia un poco visibile 2012.

Fase due: Rassicurazioni retoriche. “ Sì, ma oh, è una cazzata, giusto un pensiero.”

Fase tre: Scartare con cura.

Fase quattro: Scartare con foga.

Fase cinque: Malcelato sollievo.

Ogni fase sforza i muscoli facciali già duramente provati dai lauti pasti natalizi.

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Smorfia uno: Non dovevate. È un sorriso di gioia per il bel pensiero che nasconde un più che ovvio timore per il più che possibile regalo di merda; nascosto da una vecchia carta natalizia con i segni dello scotch del Natale passato.

Smorfia due: E quindi perché? È un sorriso che si spezza e che si sforza di restare tale. Cela un sincero: Se è una cazzata, perché l’hai regalata a me? Tienitela, no?

Smorfia tre: Vediamo. Si apre con cura il pacchetto per rivalsa. Mi dici che è una cazzata? Bene io ti faccio vedere che ci tengo lo stesso e apro con parsimonia il tuo poco impegno.

Smorfia quattro: Anche se. Va bene la parsimonia, ti ho dimostrato che ci tengo, ma fammi vedere che cazzo mi hai preso.

Smorfia cinque: È bellissimo. I nervi su impulso del midollo spinale incitano i muscoli facciali a un autentico giubilo. La resa non è delle migliori, d’altronde non ha mentito: è proprio una cazzata.

Passano le abbuffate e i parenti, coperti di polvere e perbenismo, tornano nel dimenticatoio dal qual sono usciti. Siamo tutti più carichi di lardo e alcol, che non fa mai male; di grana, non Padano, che comunque non fa mai male e di oggetti prendi-polvere a scadenza semestrale, che verranno smaltiti col nuovo anno ai più disparati compleanni o anniversari.

Non vi è tempo per rilassarsi, al limite è concesso allentare la cinta, perché a breve sopraggiungerà il temutissimo capodanno. Un giorno come tanti altri, ma il primo di una lunga seria di giorni qualsiasi. Il suo essere primogenito gli dona la possenza di un valore così ampio che tutti ne vogliono fare parte. Negli ospizi, i vecchi in carrozzina oliano le rotelle, risciacquano le flebo e cambiano i pannoloni. I grandi organizzano cene stravaganti, a prezzi esorbitanti, per poi vomitare il tutto qualche ora più tardi provati dai folli balli che li vedranno coinvolti. Sono grandi, autorizzati dall’età a fare i bagordi, ma sono fuori allenamento. I giovani fino all’ultimo momento raccontano puttanate colossali su cosa faranno questo capodanno. Sarà sicuramente il migliore. Sarà dura superarlo.

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“Che fai a Capo?”

“Abbiamo noleggiato uno space shuttle e aspetteremo il nuovo anno in orbita! Voi?”

“Noi abbiamo ottenuto il permesso dalla Guinnes per festeggiare nei suoi capannoni e bere la prima birra di questo 2014!”

Gli organizzatori di eventi, di tendoni e di normali serate in discoteca, sponsorizzate come innovative e irreplicabili esibizioni, lavorano nell’ombra dell’opportunismo e della falsa speranza. Sono loro che avranno la meglio. Tutti finiranno per frequentare un postaccio anonimo, rivelando e presagendo un anno del tutto identico a quello passato; o peggio. Tranquilli andrà così. Non potrei sopportare di leggere sulla bacheca: «Questo 2014 è stato fantastico! Che lo sia anche il 2015.» Sono un nostalgico, mi affeziono alle tradizioni; esigo, pretendo, ordino che nel venturo ultimo mese di questo nuovo anno mi si palesi un sincero odio: «Speriamo nel 2015! Questo 2014 tanta merda fu.»

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E poi; la befana.

La vecchia più innocua del mondo. Un’anziana signora che dall’inizio dei tempi tenta di donarci una seppur piccola perla di saggezza. Ma noi, ingordi figli di buona donna, le rubiamo il regalino, un fazzolettino carico di mandarini e arachidi. Sbigottiti e offesi agguantiamo la vecchia e gridiamo all’eresia. Si innalzano cataste di legna e la povera millenaria signora viene data alle fiamme. Le urla strazianti della malcapitata non fanno breccia in nessun cuore. Pietre pulsanti, grigie come il nostro animo. A noi tutti un solo nuovo unico pensiero: SALDI.

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E ancora corse, e sperpero e vestiti, e oggetti prendi-polvere e pensieri e pensierini. Un nuovo anno è sopraggiunto. Odora di vecchio. Odora di già visto.

In fondo la questione è più che semplice: se non siamo noi a dare una svolta, un netto e deciso cambiamento, se siamo succubi del “ci va bene così”, del “ci accontentiamo di poco”, del “ meglio la serenità che la felicità”, allora non cambierà mai nulla. E io lo so. A star sereni non si fa fatica. Buon anno sfigati, buon 2014 a tutti voi che come me non farete un cazzo di nuovo per un netto cambiamento, perché vi va bene così, ci piace essere sereni. È facile. È gratis.

Anche la felicità è gratis. Shh!

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1 comments on “Folle di folletti folleggiano follemente; ‘fanculo.”

  1. Nel leggere questo post mi sono sentito come quando bevo un amaro: è buono, ma dio mostro se è amaro!! E’ quel buono che ti torce le budella, ti ammazza un pò le papille gustative, eppure te lo gusti comunque, perchè oltre all’amaro è fottutamente buono. Tipo un Unicum, estremamente violento ma splendido al tempo stesso. Chapeaux.

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