Marina

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È il 1988. Credo sia gennaio. Un vento lugubre s’insinua nella vallata e fa ondeggiare l’abitacolo, le piante di ciliegio ai quattro angoli dell’appezzamento sono coperte dalla neve dell’ultima nevicata e le assi marce della cancellata, quelle poche che sono rimaste, cigolano una sinistra nenia. Non è uno stridere irrispettoso o una melanconica sinfonia, quanto un sincero omaggio, un estremo saluto, forse un po’ lacrimoso, ma incredibilmente leggero. È il 1988, fuori fa freddo, sono da sola, ma serena e sono ufficialmente morta. In questo freddo inverno che gela i monti, mentre le membra giacciono inermi sul pavimento della roulotte, il mio ultimo respiro condensa in un’aria stantia che sa di vecchio, senza che nessuno lo veda, nemmeno i miei figli. Non sono dispiaciuta di essere morta, ma sento di dover lasciare un segno, anche piccolo, un ricordo. Mi piaccio.

Mi piaccio anche adesso che mi vedo pallida e senza vita, stramazzata al suolo in un sol colpo, stesa a terra in questa posa che non è certo degna di una madre di tre figli; con la gonna e la maglia sollevate che lasciano intravedere le cosce e la pancia. Una gonna bellissima, con tanti fiori colorati, colori caldi, aranci e rossi intensi che sanno di estate. Quanto mi piaceva l’estate. Mi ricordo quando con una carrozzina, una di quelle vecchie, con le ruote grandi e bianche, insieme ai miei tre amori andavo a passeggio per la città. Attraversavo i giardini del centro, sempre ben curati e annusavo l’aria. Vi era un’esplosione infinita di note profumate, un’orchestra intera a disposizione dell’olfatto che armonicamente penetrava dentro di me. Era come farsi una doccia calda, ti sentivi coccolata. Mi piaceva questa città, piccola quanto bastava per donare a tutti la propria tranquillità. L’ho ricercata per molto tempo e finalmente qui l’ho trovata. Scorrazzavo tra le vie e i porticati, a testa alta, gridando silenziosamente che ognuno doveva poter essere quel che si sentiva. Non mi piaceva discutere della questione, ma volevo che si capisse, che fosse chiaro per tutti quanto fosse importante; non solo per me.

Essere ciò che siamo realmente. Molte volte non lo puoi spiegare.

Mi piaccio. Sono alta e magra il giusto, per una settantaquattrenne con tre figli a carico. Ho le gambe slanciate e snelle, e un bel sorriso in volto. Alla mattina andavo sempre al tabacchino all’Inviolata a comprare le sigarette, tre o quattro per volta. Alfa, senza filtro. Ci andavo quotidianamente per via della proprietaria, una tabaccante burbera e severa, ma molto buona e per quella birbante della sua nipotina. I suoi piccoli occhi sporgevano a malapena dal bancone e mi fissavano mentre sedevo a fumare di fronte al chiosco. Un giorno, mentre questa farsa si ripeteva per l’ennesima volta, mi si avvicinò un signore e sedendosi vicino a me prese anch’egli a fumare. Feci un sorriso alla bambina e questo, guardandomi, rise a sua volta, espirò un po’ di fumo con qualche colpo di tosse e mi disse che avevo un bel sorriso e che spesso, un tale sorriso, è frutto di molta sofferenza. Ricordo che si augurava che non fosse il mio caso; poi si era tolto il cappello, aveva salutato me e i miei figli e se ne era andato.

Non mi sono sempre piaciuta. C’è stato un tempo che non mi sentivo bella. È stato un tempo buio con molte ansie e insicurezze. È importante sentirsi belle. Volevo lottare per essere bella, ma non potevo, non era il tempo. Mi sentivo a disagio in tutti i luoghi e in qualsiasi situazione. Non credevo possibile trovare una soluzione e più crescevo, più soffrivo. Spesso mi chiudevo in camera mia, senza la compagnia di nessuno, da sola con la mia fantasia. La fantasia è un posto stupendo, in cui il cielo è sempre terso con qualche nuvola di zucchero filato; dove cammini scalza su un soffice manto erboso, color smeraldo, che si trova ovunque. Dove fa sempre caldo e tutti sorridono. Dove c’è sempre un grande albero in cima alla collina con una bella altalena per poter sognare ancora di più. Eppure tutto questo non ti aiuta nella realtà. Arriva un tempo in cui la sofferenza ti mette alla prova e ti impone una scelta. Decisi di comunicare ai miei genitori quanto male stavo con me stessa, quanto poco mi piacevo. Non ce l’ho con i miei genitori, erano persone semplici e quella loro naturale forma d’essere era il loro pregio e un forte limite. Non credo che mi volessero male, più semplicemente non riuscivano a capirmi. La mia decisione, aprirmi con loro, fu un grande passo, forse nel vuoto, ma lo rifarei.

Avevo trentasei anni quando mi librai nell’aria, libera. Quella mattina mi sentivo parecchio agitata, sentivo che dovevo farlo, ma non capivo come. Mi si arrovellavano nella testa decine di possibili soluzioni, ognuna delle quali apriva molteplici scenari dal finale incerto. Stavo passeggiando in città immersa nei miei quesiti, se fosse veramente il caso di parlare a cuore aperto con i miei genitori o se non fosse meglio tenere tutto per sé, stringere i denti e andare avanti, mentendo a sé stessi prima che agli altri, quando passai davanti alla vetrina di un negozio di giocattoli. Dietro uno scivolo di plastica colorato stava una carrozzina di quelle vere, con dentro due bambole molto carine. La carrozzina non sembrava in vendita, ma mi piaceva. Decisi di entrare e riuscii a convincere il negoziante a vendermela, bastava che gli pagassi le due bambole. Spingendo la carrozzina cominciavo a sentirmi meglio. Mi sentivo a mio agio. Osservavo le due bimbe che sembravano guardarmi con apprensione, così sorrisi e fu come se percepissi una loro distensione. Anche loro si sentivano a casa. Passai in un negozio di vestiti e mi presi una bella gonna azzurra, una camicia bianca e un cappellino azzurro. Poco prima di arrivare a casa avevo deciso di mettermi i nuovi acquisti e di mostrarmi in tutta la mia bellezza. Mi sentivo speranzosa e sicura di potercela fare.

Ricordo di essere entrata in casa lentamente, spingendo i due pargoletti senza far rumore, come se avessi paura di svegliarli. I miei genitori erano in salotto, mia madre sulla poltrona davanti alla radio e mio padre intento a sintonizzare una qualche stazione. Non si erano accorti della mia presenza, così salutai.

Quando mi videro rimasero un attimo in silenzio; poi mio padre scoppiò a ridere. Rideva di gusto, una risata grossa e sincera. Ripensandoci credo si sentisse sollevato, credo pensasse che finalmente mi ero ristabilita, che ero uscita dal mio cupo mondo per affrontare la vita di petto senza troppi pensieri. Quella sua risata mi aveva dato una certa forza e sicurezza. Sorridevo. Mia madre sorrideva. Mio padre era sollevato.

Avevo cominciato a parlare a briglia sciolta, spiegando del mio periodo buio, di come ero insoddisfatta di quel che ero, di come avevo sofferto in silenzio e di come, ora, volevo agire. Più parlavo più mi sentivo sicura di fare la cosa giusta. Ma i miei genitori si incupirono e quando dissi loro che quel giorno Enrico Ferrari era bel e morto alla giovane età di trentasei anni, qualcosa si incrinò per sempre. Mio padre diventò violaceo e mia madre si mise a piangere. Ero Marina e quelli nella carrozzina sarebbero stati i miei figli. Ricordo come il calore che avevo provato in quel pazzo balzo nel vuoto si tramutò in una fredda pioggia. Non riuscivo a credere quanto fosse difficile essere sinceri e che questa fatica era tanto più grande quanto più ostinata era la sordità di chi non vuol sentire. Mio padre mi picchiò e mi cacciò di casa.

Ricordo che avevo passato buona parte della notte a piangere su di una panchina vicino al fiume e mentre piangevo non riuscivo a non pensare a quanto bene ero stata con i miei nuovi vestiti e che bella sensazione avevo provato a trovare il coraggio di essere sincera, con me e con i miei cari. A tarda notte mio padre mi raggiunse, mi aveva cercato in macchina e quando mi aveva notata si era avvicinato, aveva aperto la portiera ed era  rimasto lì, col motore acceso, ad aspettare. Salii in macchina e tornammo a casa. Durante il tragitto non aveva pronunciato parola alcuna, ma quando ero entrata in camera e mi ero stesa sul letto lo avevo sentito discutere con mia madre che mi avrebbe aiutato. A modo suo mi amava ancora.

Due giorni dopo mi avevano portato in un manicomio e lì ci rimasi per molti anni. Cercavano in tutti i modi di convincermi che quella che dicevo di essere non ero io, che la mia vera natura era essere Enrico, un uomo forte e intelligente, che ero malata, ma che se avessi seguito le loro cure sarei tornata alla vita. Inutile dire che tutte le pastiglie che prendevo e le sedute di elettroshock che facevo non intaccarono il mio “morbo”. Non so dire se la terapia che mi davano fosse sbagliata, ma sono certa che non puoi curare una non-malattia come se lo fosse. Io mi sentivo Marina. Tutti i giorni, in ogni momento; e mi piacevo. Cominciai a piacermi anche con la faccia cupa, con i postumi dell’elettroshock che mi faceva battere i denti per molte ore, con i lividi per le botte che mi davano quando mi vestivo con le gonne. Ho sempre adorato le gonne, mi fanno sentire libera e bella. I giorni passavano ininterrottamente tutti uguali l’uno all’altro e io non smettevo di piacermi, di sentirmi Marina, ricca di una bellezza più duratura di quella esteriore. Alla fine del 1963 dovettero dimettermi. Ricordo la lettera che mi avevano consegnato qualche giorno prima di essere rilasciata, la risposta dei miei genitori al direttore del manicomio che comunicava loro la fine del periodo di cura e il malaugurato insuccesso. Avevano scritto che non sarebbero venuti a prendermi e che si rifiutavano di darmi asilo e relative cure. Ero molto triste. Prima di finire in manicomio avevo lavorato per qualche anno e messo da parte un discreto gruzzolo che mi permise di acquistare una roulotte. Chi me l’aveva venduta si era offerto di portare la mia futura dimora fin dove avrei voluto. Durante quelle fugace traversata mi ero decisa a passare dai miei genitori. Quando mi videro non erano per nulla contenti. Mia madre piangeva in un angolo del giardino e faticava a guardarmi, mio padre si era affrettato a rientrare in casa, furibondo, e quando ne uscì aveva con sé la mia carrozzina con i due bambolotti. Ero molto sorpresa di ritrovarla ancora lì, integra e ben conservata. A modo loro mi amavano ancora, purtroppo non era il tempo e loro erano persone semplici. Caricai il tutto e ripartimmo. Avevo deciso di trasferirmi in un piccolo paesino. La gente di paese è davvero strana, vive come se fosse un’unica persona e vede gli estranei e la novità con sospetto. I primi anni sono stati difficili, venivo emarginata, non considerata, spesso presa in giro. A me non importava. Io mi piacevo e a me questo bastava. Successe così, in modo del tutto inaspettato, una mattina, mentre andavo a prendere le sigarette con i miei figli, un signore mi salutò e con lui un altro e un altro ancora. Ero diventata una di loro e cominciarono a chiamarmi Lamarina, tutto attaccato. È stato davvero bello, avevo di nuovo una famiglia. Che bella quella città. Che bella l’estate.

Fuori dalla roulotte Lerino, un piccolo bastardino di tre anni e mezzo, il mio ultimo figlio, mi chiama perché ha fame. Gratta sulla porta nella speranza che mi svegli e lo serva. Oggi non lo posso accudire, non potrò più farlo, qualcun altro verrà a prendersi cura di lui. Mi piaccio davvero, morta o meno, mi piaccio e sono felice, sollevata e contenta di aver avuto la forza di fare in modo di piacermi per gran parte della mia vita.

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