Manuali di base. Vitae Editore

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A Ernest Hemingway

Anno 4102. Sono passati più di duemila anni dal giorno in cui guadagnai la vita eterna. Per errore, non certo per merito e da allora vivo con la voglia di morire. Mai punizione fu più atroce, mai verdetto più spietato, mai l’agognata meta più disfatta che successo. Perché? La questione è.

Sono le 17.07 e mi girano i coglioni. Dalla vetrata del bar guardo la gente correre a destra e a manca convinta di sapere dove stanno andando; eppure nessuno lo sa. Sono trascinati o si trascinano a vicenda: chi dal figlio, chi dalla moglie, chi dalla morosa, chi da quello o quella di cui si è invaghito. O invaghita. Un’intera specie collegata da infiniti fili sottili.

“La libertà!”

“Sì! Liberate la libertà!”

Anno 4102. Gente che si scarrozza senza meta in questa angusta città grida un mantra antico. Non sanno il significato, ma si sgolano per il suo potere evocativo. Nel loro animo percepiscono la grandezza di quel che la parola nasconde! LI-BER-TÁ. Il sangue si ossigena solamente pronunciandola. Un fremito di passione innata ti scuote da dentro e i peli delle braccia si rizzano sull’attenti. LI-BER-TÁ. La vogliono, la agognano, necessitano della sua linfa vitale. Ogni tanto ne fermo uno.

“Che cos’è la libertà?”

“È come quando hai la possibilità di fare quello che vuoi.”

È davvero questo il senso? Duemila anni fa era diverso, o forse mi illudo, con l’età tendo a confondere i secoli. La libertà era un buon caffè alla mattina. Cazzo quanto mi manca, non esiste più un solo chicco di caffè in questo mondo di merda, qui ci si sveglia col vicks tripla azione. Fanculo, quella roba quando ero piccolo mia madre me la metteva sul culo, sotto i piedi e sul naso. Prima ancora libertà era la patente. Ora ti sparano un raggio tra le orecchie e le tue molecole si scompongono e si ricompongono a Cincinnati, in Ohio, odierna capitale dell’impero cinese. Niente da dire, hanno fatto il culo agli occidentali e ce lo siamo meritato tutto. Boia di un Giuda, voglio dire, ci siamo fermati a guardare quante fighe potesse aver un uomo per essere considerato rispettabile, mentre loro si sfruttavano a vicenda con bassa manovalanza e prodotti di scarto. Tutta una facciata. Nel cuore pulsante della campagna cinese si lavorava alla qualità, alla raffinata produzione; squadroni di “turisti” venivano mandati in ogni angolo del globo a studiare usi e costumi, gusti e ideologie. Nel momento di maggior debolezza, impegnati ad annusarci il dito per sentire se sapeva di merda, questi se ne escono competitivi in prezzo e qualità. Ci hanno venduto il nostro io, ma d’importazione. Si sono comprati mezzo mondo, tranne Cuba e la Repubblica Popolare Democratica di Corea. L’occidente di duemila anni fa non esiste più e nessuno se n’è mai accorto.

“La libertà!”

“Sì! Liberate la libertà!”

Anno 4102. I tipi continuano a correre in un garbuglio di fili e contro fili. Le forze premono  o strattonano sul ventre e sul capo.

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“Dobbiamo andare a fare la mia libertà, e poi andiamo a trovare la mia amica Libertà, che sono due settigiorni che non ci vediamo, ma l’ho sentita liberamente ieri e liberamente ci siamo dette che eravamo libere di vederci al Liberty Center.”

“Ma ho detto a Tino che oggi ero libero per seguire una partita di calciolibertà al Liberty Stadium!”

“Tu e Tino ci siete andati nove settigiorni fa a quello scempio! Che c’è di libero nel vedere due squadre che si amputano le gambe a vicenda a inizio partita e poi prima di svenire si sfidano a colpi di falcetto rincorrendosi su carrozzine a motore solo per poi riconquistare le proprie gambe?”

Mi sono fatto grosse risate guardando quelle partite. Ho riso per la crudeltà e l’efferatezza di questi scontri per la vita, per la LI-BER-TÀ. Ho riso ricordandomi di quel che succedeva con i gladiatori e con i cristiani o con chi per loro. Il mondo è sempre rimasto lo stesso. Eppure ricordo come libertà, in certi momenti storici, fosse una parola importante, con la quale si è combattuto per conto e in nome di un ideale.

Prima ancora libertà era andare a letto tardi. Ci fosse ancora un sole che valga il nome che porta, forse ci sarebbe anche una distinzione tra il dì e la notte. Il sonno è un coma autoindotto. Ti sdrai, ti colleghi a un tot di cannule e macchine varie, imposti un settigiorno e liberora in cui svegliarti e poi ti ficchi in un cazzo di coma nero come la pece. Non senti, non vedi, non sogni. Prima ancora la libertà era sognare. Adesso quel magico mondo onirico lo chiamano libera realtà virtuale 8D. Ci sono più D che peli sul culo di ognuno di noi. Guardi questi mondi costruiti e sei convinto siano prodotti del tuo subconscio, delle tue volontà più recondite. Il tutto è basato su quel principio che duemila anni fa sottostava alla pubblicità. Ti faccio credere che ne hai sempre avuto bisogno, ancor prima che fosse inventato e ti convincerai di volerlo; e lo comprerai. In questo secolo è ancora più ridicolo. Degli stupidissimi nanodroni suonano alla porta, ti consegnano un pacco e lo paghi. Quando lo apri è come se lo avessi sempre desiderato e non ti fai alcuna domanda. La pubblicità si è evoluta ed è sparita, cosa che dovrebbe essere un bene, perché potrei guardare un film dall’inizio alla fine senza fastidiose interruzioni; se solo esistessero ancora dei film. Si è scoperto che il motivo per cui si guardavano non era altro che provare delle emozioni, immedesimarsi e vivere storie che non ci appartengono entrando in empatia con uno o più personaggi. Sicché l’evoluzione ha prodotto fiale ormonali, estrapolate mille anni fa da soggetti costretti alla visione di tutta la cinematografia fino allora prodotta, che ci si inietta nelle vene. La cosa divertente è che i titoli son rimasti gli stessi: Titanic? Un brivido di eccitazione, la sensazione di avversione al potere, il rischio e la paura di esporsi troppo, l’eccitazione della conquista, il brivido del pericolo, l’orgoglio di resistere, la rassegnazione della sconfitta e l’amore. Non credo che queste vibrazioni al giorno d’oggi siano così codificate, ma ogni tanto un Titanic me lo sparo. Mi domando se esiste una “pellicola” in grado di farmi provare quella libertà che ho sempre pensato essere l’originale. Di solito giro con un po’ di fiale di Quentin T. e dei fratelli Coen. Ovviamente questi film sono illegali. Sono la droga dei poveri e dei disadattati. I reietti di una società malata di LI-BER-TÀ.

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Com’è cominciato tutto?

Una barzelletta dei miei tempi diceva «giocando a scacchi in parrocchia», ma la verità è altra. “Tutto” è iniziato come sempre iniziano le storie, con quel «C’era una volta…», che perdura ancor oggi in questo 4102.

C’erano una volta degli uomini, i più saggi e intelligenti della città, che decisero di radunarsi attorno a un tavolo per dirsi in faccia le proprie idee. Ognuno di loro era convinto che ciò fosse la rivoluzione mentale più grande dalla scoperta della ruota – e del conseguente rapporto con le distanze – e della birra, che nobilita l’uomo a capire chi uomo è; imponendo a questi di far da sobri quello che si era detto da ubriachi, insegnando ai più, la virtù del silenzio.

Questi uomini avevano deciso di fare un primo incontro di prova. Non si videro per tutto il giorno, e poi a sera, quando l’intera giornata pesa sulle spalle come un macigno di colpe e sconfitte, si trovarono al tavolo centrale della locanda di città, dopo l’ora di chiusura. Funzionava. Ognuno a turno esprimeva il proprio pensiero e sebbene a volte succedeva – più spesso di quel che si vuol fare intendere – che vi fossero notevoli divergenze, ognuno ne prendeva atto e vi meditava. A volte – più spesso di quel che si vuol fare intendere – i toni erano accesi, irriverenti e grezzi. Forti e costruiti. Eppure ognuno di loro accusava il colpo, si indispettiva, ma vi rifletteva. A tarda notte, esausti e soddisfatti, decisero di provarci nuovamente la settimana successiva. Anche quella notte gli uomini si trovarono e, quando la città lasciò libero canto ai grilli, cominciarono a esprimere le proprie opinioni. Funzionava. Più esausti e più soddisfatti di prima, decisero di provarci nuovamente la settimana successiva. Quella settimana, però, presero la decisione di rendere pubblica la discussione. Come luogo per il confronto si scelse il teatro cittadino così da permettere a tutti di seguire l’evento. Funzionava. E meglio. Il giorno seguente tutta la città fremeva di libertà di espressione, di critica e di autocritica. Improvvisamente il raziocinio si impossessò di tutte le menti, dal sindaco al lattaio, dalla madre alla serva. Ognuno si esprimeva con sincerità nei modi più disparati. Chi di cattiveria e chi di eleganza, chi di presunzione e chi con garbo; retorica e favellare si intrecciavano a tutti i livelli sociali e relazionali. E tutti, tutti, subivano, davano e pensavano. Per tutta la settimana non si registrarono violenze di alcuna sorta. 

Un paio di giorni prima del nuovo incontro, le menti meno abituate cominciarono a sentire il peso del pensiero, una sorta di stanchezza non fisica, ma mentale, che andava a loro scapito, impedendo una rapida e facile attività cerebrale. Questi decisero di ovviare alla fatica prendendo a prestito le parole di quelle figure che ritenevano più vicine ai loro pensieri. Queste, a loro volta, si stancarono e decisero di fare lo stesso con figure non ancora esauste che si avvicinavano al loro pensiero. A poco a poco il pensiero di tutti fu delegato via via verso la cima di questa piramide sociale che vedeva al vertice gli uomini più saggi e intelligenti. 

Gli uomini saggi e intelligenti si accorsero che la popolazione si era divisa secondo i loro pareri e cominciarono a provare un senso di superiorità legittimato. Le accese discussioni non funzionavano più. Più gli uomini saggi e intelligenti si gridavano le loro idee, più la parte di popolo che li seguiva come pecoroni le gridava alle altre greggi e più il loro orgoglio si gonfiava. Pomposi e boriosi, gli uomini saggi e intelligenti non discutevano più per progredire mentalmente, ma per accaparrarsi più gente possibile così da avere maggior rispetto. Cominciarono ad auto adularsi mentre i propri seguaci si impegnavano ad assomigliare in veste e modo ai loro idoli-padroni. Più la somiglianza era realistica, più alto era il rango sociale al quale si apparteneva. Tutti si intromettevano nelle discussioni altrui riportando le parole del proprio idolo-padrone senza che queste centrassero qualcosa – sempre ammesso che ancora le capissero – col solo scopo di portare alto il vessillo di un pensiero in cui si erano ritrovati.

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Da allora le cose non sono cambiate molto. Si pensa sempre più a come si appare agli altri, non curando l’interno della confezione e ci si intromette in fatti e discussioni con le parole di chi abbiamo eletto nostro pensatore; perché aprire bocca ci fa sembrare buoni, giusti e importanti. Non sappiamo quello che diciamo, non siamo disposti ad accusare il colpo e abbiamo smesso di pensare. Perché quello che ci viene più facile è guardare quanto siamo belli davanti allo specchio.

Questo è l’anno 4102 – – – – 2014.

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