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robert louis stevenson

Luogo.

«Allontanarsi dalla linea gialla. Treno in transito al binario tre.»

Il treno passa con ritmica presenza assecondando lo stridulo vociare della gente con un perfetto acuto di freni d’emergenza.

“Perché l’ha fatto?”

“Era più semplice spingere che saltare.”

“Più semplice? Mi sta prendendo per il culo?”

“No.”

“Credi di diventare famoso? Credi che si parlerà di tè? Forse, ma quanto pensi che possa durare? Qualche altro spiantato farà una cazzata diversa e ti ruberà il palco.”

“Non ha capito. Io non cerco fama o altro. Era solo più facile.”

“Facile? Più facile gettare un tuo coetaneo, un sedicenne, sotto il treno che…”

“Buttarmi? Sì, lo è. E poi io sono più vecchio.”

Altro Luogo.

Piccolo paese in un bassopiano montuoso. Su tripadvisor vengono date due stelline all’unico hotel e una stellina e mezza al rispettivo ristorante. Qui la vita sociale si riassume nell’incularsi a vicenda; in tutte le specifiche del termine. Persino le vacche si fanno domande sulla propria esistenza in questo anfratto remoto. È una vita chiusa, lontana dagli agi e dai costumi della città. Si finisce al bar perché non si sa dove altro andare e perché, in fondo, ogni volta, è una bella storia da raccontare.

Luogo.

Tutto trascorre con la precisa ticchettante essenza del tassametro. Tutto è regolato al minuto. La sveglia, il bip elettronico del cartellino che segna l’inizio della giornata di lavoro. La pausa pranzo di un’ora, possibilmente meno, perché il già calcolato straordinario non può sottrarre il tempo al serale allenamento di Yoga-fitness-palesta-attività. Senza contare che nel fine settimana la moglie/il marito-amici-parenti hanno già organizzato e prenotato la visita-l’escursione-il ristorante. Allora si torna a casa non più tardi delle  :  perché se no la cena si fredda e i-bambini-devono-essere-messi-a-letto, il lavoro finito, il film guardato.

Altro Luogo.

“Sat cossa podem far?”

“Cossa?”

“Andar al bar”

“No l’è ‘na cativa idea”

“No boci! Gh’è la festa d’addio del Tullio”

“Ostia! En Doe?”

“El g’ha prenotà na sala tuta per lù lì dal Magnadòr”

“Che bòna!” 

“Vai che nem!”

Al Magnador ti prendi una sala e sei libero di portare tutto il bere che riesci a portare, che per gente di quel luogo sono cisterne senza fine. Null’altro che l’inizio di una serata come tante con una bella variabile ipotetica sul risultato finale.

Luogo.

“Parliamoci chiaro, giovanotto, non stiamo scherzando. Hai ammazzato un ragazzo, ci sono testimoni che hanno visto la scena e di sicuro per te cominciano i guai. Dicci perché l’hai fatto.”

“Per semplicità. Era più facile.”

“Devi smetterla con questa storia. Perché cazzo hai ammazzato quel tipo?”

“È stato molto più facile.”

“C’era di mezzo una ragazza? Vi stavate contendendo una ragazza?”

“È stato solo più semplice così.”

“È una questione di droga? Un pagamento non fatto?”

“Non siamo nei film. Sì, questa è una grossa città, ma mi creda, non ho nulla a che fare con la malavita.”

“Sei un assassino, un criminale, questo ti segnerà a vita. Tu sei tra i cattivi. Ricordatelo.”

Altro Luogo.

“Alora ‘ndemo dal Tullio senza nient en man? En penser, no?”

“Va che basta ‘l penser, ostia!”

“Va bom.”

“Scolta, va che me sa che l’è mejo se ‘ndemo en bici.”

“Ah, me sa de sì.” 

“Ah, la vedo bruta fis!”

L’hotel-ristorante è in campagna, lontano da quel che la gente del posto chiama centro. È un casolare a due piani molto grande con un giardino tutt’intorno che per le cene d’estate è un bijou. Il piano superiore è privato, mentre sotto vi sono le sette, otto sale prenotabili, più un grosso salone libero. Un dannato pappagallo che non sa né volare, né parlare ti accoglie all’entrata. Fa il morto, gli riesce così bene che probabilmente lo è. Forse è impagliato.

Luogo. Qualche giorno prima.

“Hai finito di preparare gli ultimi esami?”

“La spesa non l’hai ancora fatta questa settimana.”

“Ci troviamo per un aperitivo?”

“Cenetta che è un po’ che non ci si vede?”

“Hai ancora testi da preparare?”

“E se organizzassimo un pomeriggio di relax?”

“Andiamo al cinema?”

“Cena all’ All You Can Eat?”

“Devi finirmi il lavoro entro la prossima settimana.”

“Hai prenotato per mamma?”

“Hai imparato le mosse che dopodomani hai l’esame di Karatè?”

“Quando ti diplomi? Laurei? Quello che è?”

“Mi ha detto Carla che se non puoi oggi lei è libera anche domani, ma non prima delle 15.00.”

“Ti sei trovato un lavoretto?”

“La bolletta te l’ho data l’altro ieri, l’hai pagata?”

“Le pulizie le hai fatte?”

Altro Luogo.

Tutti si avviano con passo cadenzato verso la sala, molti già carichi da precedente sosta al baretto per ricarico energie. Altri sono seduti e il tavolo è già cosparso di birre aperte e lattine accartocciate. Tre scatoloni ricolmi di alcool sono tenuti all’esterno, in fresca, e una cassa riproduce un’infinita playlist da un’anonimo lettore mp3. Musica buona, s’intende.

Si salutano e si abbracciano come se non si vedessero da decenni, eppure a inframmezzare le note di sottofondo si odono le classiche domande. Come va. Che si dice. Fine. Dai convenevoli si passa alla birra. Cascata di bionda acquosa Germania che solletica i fegatini degli avventori che per non essere scortesi ordinano delle medie a caso. Qualcuno le berrà; qualcuno le pagherà. Qualche pizza per assaggio da condividere e poi ordinano per davvero. Le voci alcoliche si confondono e si sovrastano: tutti che parlano con tutti e smozzicano e bevono e parlano e sbrodolano e i primi effetti dei mostri personali assopiti cominciano a mostrarsi. 

Luogo. Sempre qualche giorno prima.

“Hai deciso cosa fare poi?”

“Poi quando?”

“Dopo la laurea.”

“No, non ci sto pensando.”

“Perché?”

“Ho un sacco di altre cose per la testa.”

“Sì, ma dopo?”

“Non ci ho ancora pensato, non mi viene proprio da pensarci.”

“Guarda che è importante. Io fossi in te continuerei.”

“Se così sarà, sarà”

“Però pensaci.”

“Va bene.”

“Non dirmi va bene quando sai che non va bene.”

“Va bene ci penserò, cazzo!”

“È inutile che ti incazzi.”

“Mi fai girare i coglioni, mi fai!”

“Dove vai?”

“Fuori.”

“Non tornare tardi.”

“Farò quel cazzo che mi pare?”

“Non prendere la moto.”

“Sì che la prendo.”

Altro Luogo.

Per qualche assurda ragione un pennarello indelebile fa capolino sulla tavolata e le menti offuscate cominciano a impreziosire i bicchieri del locale con deturpanti vane amenità, mentre ad un capo del tavolo si decantano i pregi della matematica che va a braccetto con l’alcolismo.

“Um pàr um”

“Tuta la barca”

“Trema el vecio”

“Mio!”

“No caro, g’ho mes do.”

“E mi um.”

“Sète toni”

“Càterina”

“Tuta la barca”

“Nòve nòni”

“Càterina”

“Scusate potreste abbassare il vo…”

“CÀTERINA”

“ÒTO OTAVIO”

“TRÈMA EL VÈCIO”

“TRÈMA EL VÈCIO”

“TRRRR”

“TUTA LA BARCA”

“MIOOO”

“Bastardo! Dai movete!”

“Puntone!”

“Cazzone ti muovi?”

“Ti brucia che ho fatto punto?”

“Scusate potreste abbassare il vo…”

“UM PÀR UM”

“SÈTE TONI”

Luogo. Ancora qualche giorno prima.

Sfrecciare per le strade della città di notte è stare su di un’isola esotica in mezzo a una cultura che non è la propria. Il casco ovatta i suoni e la velocità li dilata, li muta in un linguaggio comprensibile da pochi fortunati. Le immagini scorrono ad alta frequenza andando a completare la costruzione di questo mondo estraneo eppure così confortevole e intimo. Buio e luminoso, scuro e fortemente colorato. Un mondo perfetto.

90, 100, 120, 160, 180, 210, 230.  L’adrenalina ti investe e tu finalmente cessi di esistere in quel mondo di preoccupazioni, troppo frenetico e veloce; e il tuo ultimo pensiero è quanto paradossale sia la situazione, che per scappare da un mondo ai mille all’ora si debba usare la velocità. Macchine, palazzi, persone, i bar, i locali, il vociare, le sirene, le grida, i silenzi e ora le forme, i colori, la magia, la melodia, la perfetta coesistenza del tutto.

Altro Luogo.

Il locale sta chiudendo, sono passate le undici e a poco a poco gli avventori sono invitati a uscire, mentre nella saletta il disagio si fa presenza e inonda l’atmosfera di superficialità e banalità. Gli sguardi tra i sessi si fanno ammiccanti e si pregustano spassosi retroscena da  raccontare il giorno dopo, ammesso che si riesca a formare un ricordo. All’ennesimo richiamo qualcosa si smuove e la voglia di cambiare aria convince il gruppo a spostarsi. Nessuno vuole che nelle vene cessi di scorrere l’euforia, significherebbe ritornare alla sobrietà, verso uno stato esistenziale controllato, con la mente che pensa e il corpo imprigionato in una landa desolata, fiacco e incapace di scappare, vittima cosciente dell’arrendevolezza. Si deve bere ancora. Si deve bere di più. Si deve annebbiare e bloccare ogni minima forma di pensiero. Pensare è pericoloso, pensare uccide, ti uccide. Sono ammesse solo le risate sguaiate e alcoliche. 

“Nem al gat?”

“Nem.”

Un fiume incontrollato di bacchici effluvi di carne umana si inoltra nella notte sbraitando, lacerando e disturbando qualsiasi essere vivente o cosa che incontra nel suo incedere. Le piante sul marciapiede, le più giovani e innocenti, vengono sradicare a calci e i sostegni frantumati. Con lucchetti di recupero vengono legate tra loro le biciclette di sconosciuti malcapitati, mentre altri spaventano le coppie appartate nelle macchine.

“Lo succhi anche a me dolcezza?”

“Smònta zo da quel machinàz e càva le màm da me sorèla”

L’orda entra al pub. Si beve perché è giusto.

Luogo. Quella mattina.

Il sole che si innalza tra la foschia mattutina, là sul fondo dei binari, è un bel punto interrogativo. Lo sguardo si perde nella sua brillante presenza, ancora non acceca e diffonde sulle membra stanche il tocco leggero del tepore. È un calore intimo e genuino, è come dovrebbe scorrere il tempo, con la regolare lentezza e sicurezza della natura. C’è così bisogno di un tranquillo ticchettio, soave e appena accennato che non irrompa nella vita con la decisa ritmicità del martello sull’incudine. Che possa avanzare senza  preoccupazione, senza caricarti di un’ansia immotivata, perché il tempo scorre sempre uguale, e quei che lo fanno percepire il doppio o il triplo più veloce son da punire e io voglio che la gente capisca che non si può far accelerare il tempo e creargli ansia, e crearla a noi, e rimanere ansiosi nell’attesa di avere tempo per noi, per se stessi, come se già la natura non ce ne desse occasione, ma noi siamo stupidi e non capiamo e roviniamo gli attimi, i piacevoli istanti e le ore e i giorni. Il sole là sul fondo dei binari è proprio un bel punto interrogativo retorico che vale la mia decisione. Sento l’annuncio di un treno merci in rapido passaggio al binario tre. È questo. Mi guardo attorno a osservare i miei compagni di giornata. Tutti di fretta, al cellulare, che parlano, che scrivono, e si appuntano e organizzano, e si arrabbiano, e vorrebbero potendo, decidono, sospirano, fumano, e bevono, aroma di caffè, il burro delle brioches, un ragazzino che decide di non andare a scuola per godersi il tempo che ha aspettando sereno quegli attimi di esistenza, e anche lui guarda il sole là sul fondo dei binari, e il treno arriva facendo sussultare tutta la piattaforma, e fischia, e io che prendo i suoi sedici anni e li getto in pasto a (D)dio.

Altro Luogo.

L’alcool scorre a fiumi nelle gole arse. Le grida che si confondono e le parole che ormai non esistono rendono inutile la conversazione di gruppo. Si creano le coppie della serata, non andranno tanto più in là. I culi e le tette vengono frizionati e toccati senza troppe remore, con l’ovvietà di un dato oggettivo, mentre le lingue cominciano a incrociarsi senza sapere con precisione chi si abbia davanti. I vasi sanguigni gonfiano gli anfratti cavernosi che premono sui pantaloni, e fremono per uscire a caccia di figa, di sesso. Senza sofismi. L’ora è tarda e anche da qui ce ne si deve andare. Palpate, ruttate, e lingue. Tutti se ne escono, se ne vanno mano nella mano, lingue in bocca e cazzo in tiro. È l’ora di un sacrificio. Si grida ancora, si vuole svegliare il mondo che non può dormire, non gli è permesso. Sul ponte viene innalzata una bicicletta, qualcuno filma col cellulare, gli altri gridano e gridano e gridano, poi il silenzio, trenta metri di volo. Addio ai ricordi. È meglio così.

Qualcuno se ne va dal ponte, qualcuno si scopa la cameriera sull’argine. E va bene così. Domani è un altro uguale giorno di merda.

Ogniluogo.

La noia e l’impotenza dell’esistenza, oggi.

Astrid Lindgren autrice di Pippi Calzelunghe

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