Prepuzio: tira e strappa

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Stanchezza

Sono giorni che non mangio un pasto sano, non dico una pietanza cucinata a regola d’arte, ma nemmeno un piatto di pasta scotto con del sugo di pomodoro, una foglia di basilico e una grattugiata di grana. Panini, hamburger, pizza, falafel, patatine fritte e treni. Diciamo che i treni non li mangio, ma con la frequenza e la regolarità con cui li prendo mi sembra di essere sotto antibiotico. 

«Ne prenda uno al mattino e uno alla sera.»

«Prima o dopo mangiato?»

«Come preferisce.»

Treni, la purga che ti coglie alla sprovvista, che ti lascia il dubbio del placebo, quell’attimo esatto in cui pensi che tanto ormai non sortirà l’effetto desiderato e vai a giocare a calcetto con gli amici e mentre siete ai rigori una scarica di merda ti cola per le gambe. Tutto come previsto, ma con qualche ora di ritardo. Treni, appunto.

Trenitalia ritardi

Sono giorni che non dormo in un letto che possa definirsi completamente mio, che mi lasci fare i sogni che voglio. Nei letti degli altri non ci riesco. All’improvviso, mentre veleggio a largo di un’isola caraibica, irradiato da un caldo sole estivo e rinfrescato da una brezza di tramontana, sento un vocione gridare improperi?, consigli?, chiacchiere da bar?  

«We nigga, che stai a gridà? Boia cagna! Sono le sei e quaranta della mattina, ho la schiena a pezzi, le caccole che si aggrappano alle ciglia supplicando pietà, la nausea per la tensione, la testa che chiede dieci minuti di sonno, ancora, per piacere, solo dieci, e tu gridi a squarciagola? Che te stai a di’ tu e tutti li amichi tua? Che ve dovete di’ de così ‘mportante a ‘ste ore della mattina? ‘N do cazzo c’avete d’anna’?»

Sono giorni che non mi rado e che non faccio una doccia come si deve. Se non posso stare tranquillo sotto l’acqua calda tutto il tempo che voglio, se non posso asciugarmi nel mio asciugamano, se non ho il mio deodorante, il mio dentifricio, la mia calma, e non la ho perché non sono cose mie, non è casa mia, non è il mio fottuto appartamento, allora non è una doccia. È più una sguazzata, un tuffo rigenerante?

Per cambiare sono in treno. Ciuf ciuf.

«È libero?»

«Prego si sieda.»

Suore. Anche loro non stanno mai ferme; sempre in giro. Ma che c’avranno da fa’?

«Scrive?»

Boia cagna! È una di quelle che parla col prossimo. Ti prego, non a certe ore. Provo a rispondere a monosillabi nella speranza di scoraggiarla. Si può realmente scoraggiare una che ha dentro di se la forza della fede? 

«M.»

«Anche a me piace scrivere. Scrivo spesso e un po’ di tutto. Lei cosa scrive?»

«Un po’ di tutto.»

«Credo che scrivere sia un modo di aprirsi al mondo, di aprire la nostra anima.»

«Su questo ha ragione.»

«Non si finirebbe mai di scrivere. C’è tanto da dire, tanto da raccontare.»

«Vero.»

«È famoso?»

«Chi? Io? No signora.»

«Le piacerebbe?»

«Relativamente.»

«Non è una risposta, è più una non scelta. Bisogna essere sicuri di quello che si vuole, consapevoli anche delle rinunce che comportano le nostre scelte.»

«Sì, d’accordo, ma non le nego che una certa fama non mi dispiacerebbe, ma non sono interessato alla popolarità, mi piacerebbe essere conosciuto, in un certo modo, per quello che scrivo, come scrittore, non come divo.»

«Continua a essere una non scelta.»

«Si vede che non ho ancora le idee chiare.»

«Dovrebbe.»

«Ci penserò su.»

Mi sta portando nel vivo di una conversazione pericolosissima. Sono assonnato e anche se fossi sveglio ne uscirei distrutto in tutte le mie certezze. Opto per la palpebra calante e nella consapevolezza della mia sconfitta lascio il campo abbandonandomi alla stanchezza. I sogni in treno sono veloci, si muove tutto a velocità doppia, come se qualcuno avesse impostato l’avanti veloce. Tutti che si muovono buffamente e celermente con vocine squittenti e impastate. Sogno paesaggi cittadini grigi, distese di istituti bancari, plotoni di banchieri, mandrie di commercialisti. Provo a chiedere del denaro a ciascuno di loro.  Mi rimpallano di posto in posto, con tecniche sagaci e trucchi confezionati alla perfezione; giochetti calcolati al millesimo. Poi il sogno si adegua alla realtà. Nel luogo dell’impossibile dove la fisica non soggiace alle proprie leggi, dove ognuno è libero di essere e fare ciò che più gli aggrada, anche in questo ultimo angolo di libertà, nel profondo della propria immaginazione, anche qui, nei sogni, non ti danno un centesimo bucato. Uno che sia uno.

«È per una buona causa.»

«Non importa. Lei non ha denaro.»

«Questo lo so. Se ne avessi non verrei a chiederlo.»

«Ma io non gliene posso dare. Perché lei non ha il doppio di quelli che chiede.»

«Mi sembra ovvio. Se avessi il doppio dei soldi che chiedo che cazzo vengo a chiederli a fare?»

«Funziona così.»

«Che non ha senso lo sapete?»

«Per noi ce l’ha.»

«Chiaramente.»

«Vediamo cosa posso fare per lei.»

«Grazie.»

«Quanti soldi ha?»

«Dieci euro.»

«Allora, scorporiamo l’iva supponendo che lei decida di …hgadj… e supponiamo che la sua sarà un’azienda …hgadj…, è giovane e quindi prende l’incentivo per …hgadj…, è nuova giusto?, si è nuova, e contiamo che possa lavorare sette mesi su nove, ammortizzando il tutto…hgadj…in cinque anni…; le possiamo dare tre euro e settantacinque centesimi al 10% di interesse annuo.»

«Se le do subito quattro euro e la mando a fanculo mi abbuonate le ultime due rate?»

«Dovremmo aumentare il tasso…»

«Fanculo.»

In questi momenti capisco i vari Dr. Male, Pinguino, il creatore dei Teletubbies, tutti alla disperata ricerca di fondi, costretti a ricattare il mondo per cifre spropositate così da poter ricavare la misera somma utile ai propri progetti. Perché se ricatti i governi mondiali non li puoi tenere in ostaggio per qualche milione, sei costretto a cagare fuori dal vaso, a sparare alto, altrimenti non verresti preso in considerazione.

Il dramma umano insito nel cattivo? Non lo vedete anche voi? Tutto quell’esubero di capitale così strenuamente ricattato che gli ha permesso di avviare l’attività che sognava e il cuore gli si apre compassionevole, voglioso di dare una possibilità ad altri di poter fare lo stesso. Immagino i cattivi che rimettono in circolo, nei mercati del mondo, questo esubero, come elemosina ai prossimi ricattatori. C’è quasi poesia in tutto questo. C’è umanità.

Dr. Male

Ho sempre avuto un debole per il lato oscuro, per i cattivi, perché a loro nulla è dovuto, sono costretti a ingegnarsi, a trovare la soluzione più adatta, a vivere nell’ombra; fuggiaschi, sempre tesi e mai rilassati. Costretti ad arrangiarsi con le proprie mani, con pochi amici al seguito, e sempre attenti a escogitare soluzioni e piani B per qualsiasi evenienza. 

speciale-supereroi

I buoni sono la feccia dell’umanità, bagnati da una protezione divina, amati dal popolo, idolatrati e divinizzati. Non devono chiedere mai, sono serviti e riveriti, unti nell’olio della fortuna, accuditi, coccolati e rispettati. Ma non hanno ingegno, non hanno anima, non hanno uno scopo. Esistono in funzione del male. Sono i cattivi che ne permettono l’esistenza, che li alimentano, che paradossalmente li giustificano. Nei buoni non c’è poesia, non c’è nei loro occhi il sogno di un futuro, la voglia corrosiva di poter fare con le proprie forze. Non hanno quel desiderio oscuro che ti logora dall’interno, che arde di passione, che ti spinge verso i tuoi limiti, che te li fa conoscere e superare, perché la meta è il sogno di una vita. Perché nulla è così importante, niente ti fa sentire più vivo.

caos

Che senso ha seguire le regole dell’onestà, quando soggiacere a queste regole paga solo se sei un eroe? Nella mente malsana della nostra umanità, i buoni sono gli eroi e non le persone comuni e oneste. Queste non hanno fama: e senza la notorietà hai il potere persuasivo del bene? L’onesto non è un buono, l’onesto è un gran coglione, preso in giro da tutte le caste e dai suoi stessi avi. L’onesto è lo stadio iniziale del cattivo. L’onesto è un cattivo ipotetico, in potenza, che diventerà tale quando raggiungerà una propria coscienza di classe. Fateci caso, i cattivi non sono disonesti, sono estremi, brutali, subdoli, scaltri e leali. Il disonesto non è altro che un finto onesto, mascherato da eroe che vuole tutto per se, sempre di più e ancora e ancora. Un cattivo, un cattivo vero, ha uno scopo, ha un obiettivo, fuori dal quale non gioca.

I cattivi sono una costruzione e costrizione sociale, di uomini capaci ancora di sognare, di avere uno scopo, un obiettivo, disposti a tutto pur di realizzarlo. 

The end.

Ringrazio la combriccola di nigga sbronzi alle sei del mattino e la suora loquace con la quale abbiamo parlato perfino di porno (ma questa è una storia che merita un post a parte), le ore insonni, i giorni pregni il cibo spazzatura («Grasso che cola – come dice la mamma di Ferrara quando lui suda.» cit. R.Benigni) e i soldi che da qualche parte ci sono e otterrò. Per farmi perdonare, dichiaro vincitori del concorso “Prepuzio: Tira e strappa” mai indetto, ma pur sempre valido, tutti i miei seguaci segaioli, premiandoli con una carrellata di fregna.

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tette

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Stay tuned
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