La merda a gl’irti colli

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cacca all'aperto

Che situazione del cazzo. Mi fa male la pancia.  Fa un male porco e non riesco a farmelo passare. Le vampate di sudore freddo mi smuovono la schiena. Sudo e mi sento ancora più vulnerabile, ma devo resistere. Non posso abbandonare questa cazzo di sedia. Ho la merda che mi bacia le mutande e non posso liberarla. Oh cristo che dolore infame. Maledetto panino con la milza e interiora di capra. 

Di fronte a me un’avvenente donna in carriera. Siamo a cena, una cena di lavoro.

«Ci mettono un po’ a servire gli antipasti.»

«Qui li faaanno al momen..to.»

«Tutto bene?»

«Sì sì. Mi dev’essere andato di traverso un tozzo di pane. Non si preoccupi.»

Non posso alzarmi e andare al bagno. Ci sono stato pochi minuti fa, prima di stare così male. La mia unica soluzione è sorridere. Stringere il culo e sorridere. Come quella volta all’Anima. Certo, là il problema era inverso, il senso di marcia invertito: mi preoccupava quel che poteva entrare, non quello che poteva uscire.

«Mi dai del Lei adesso?»

«Mi è uscito naturale.»

Auch. Devo evitare una certa terminologia. Ho un quintale di merda che ribolle e preme per uscire.

«Capisco che siamo qui per lavorare, ma rimane comunque una cena, dammi tranquillamente del tu.»

«Sarà fatto. Ecco che arrivano gli antipasti.»

Arancini di riso al nero di seppia

«Polpettine di alici al nero di seppia?»

«Mie.»

Me le vado proprio a cercare. Già provare a mangiare sarà un’impresa epocale, se poi mi metto in difficoltà scegliendo bagole di merda al sapor di pesce, stasera qui faccio il botto.

«Coni di salame felino con ragù di cinghiale?»

«Della signora.»

Merda. Perché qui tutto ricorda la merda? È mai possibile?

«Non mi dare della signora. Suvvia. Non è un bel modo di tentare un approccio.»

«Un po’ di garbo non guasta mai. »

« Allora buon appetito, anche se non si dice.»

Se sapete che non si dice perché vi ostinate a dirlo e a sottolineare il fatto che non si dica? Si potrà prendere una posizione chiara in merito? O lo dici, perché ti va di dirlo, o non lo dici e non caghi il cazzo a chi lo dice. Altrimenti che cos’è questo? La sagra del mostriamo quanta cultura si è infusa in noi? Auch. Devo stare attento a quel che penso. Devo cercare di ricordarmi del pitone marrone che da venti minuti preme per venire al mondo.

«Mmm. Molto buoni. I tuoi? Poi parliamo del tuo progetto.»

«Vuole, perdoni, vuoi assaggiare? Non sono niente male. Il nero di seppia ti esplode in bocca.»

Kaboom. Basta che non mi esploda il culo in questo istante altrimenti qui ci riempiamo di merda putrida tutti quanti. Finiti gli antipasti devo trovare una scusa per andare al bagno.

«O no grazie, non ti disturbare, finisco i miei e aspetto il secondo, se no chi riesce a mangiare tutto? Fanno porzioni grandi qui.»

«Sì, ho notato, sono molto generosi.»

Porzioni grandi? Ma che davvero? Tre polpette sarebbe generosità? Tre cornetti che paion merda è abbondanza? Se non fossi occupato a stringere il culo ti farei vedere il panino che mi sono ingurgitato a pranzo, quella si che è abbondanza. Abbondanza radioattiva. Mi sta demolendo dall’interno. Merda acida.

«Scusami solo un momento, vado a rispondere a mia madre che ha chiamato già due volte. Sai come sono, si preoccupano in fretta e si agitano per nulla.»

«Nessun problema. Ne approfitto per andare alla toilette delle signore.»

«Ah. Ok.»

E adesso? Questa non ci voleva. Mi tocca far finta di chiamare. Rimarrò al telefono fino a quando non se ne torna al tavolo e in quel momento mi fiondo al bagno e libero il mostro. Poi troverò una scusa per giustificare la lunga telefonata. Ora l’importante è defecare. E in fretta.

Nemmeno a farlo apposta il telefono squilla e dall’altra parte della cornetta l’anziana sgravatrice richiede i miei servigi.

«Sì pronto, ma’?»

«Ah buonasera! Hai mangiato?»

«No ma’, sono a una cena proprio adesso.»

«A queste ore?»

«La gente normale non mangia alle cinque.»

«Sì, ma io alle cinque ho fame, che ti devo dire.»

«Lasciamo stare. Che fai?»

«Nulla. Ti chiamo dal gabinetto che faccio la numero due.»

«È ma cazzo, è una congiura!»

«Una che?»

«Niente. È che oggi devo ancora farla.»

«È importante farla. Vai al bagno e falla.»

«Non è così semplice.»

«C’hai problemi? A me la dottoressa aveva dato delle supposte effervescenti. Ti liberi in un lampo.»

«No, ma’, è che, possiamo non parlare di merda mentre sono a cena?»

«Si, ma la devi fare.»

«Ah ma’ lo so, che cazzo.»

«Tutto bene per il resto?»

«Sì sì, benone. Ti devo lasciare. Ciao, ciao.»

Sta uscendo. Le sorrido e le faccio un cenno simpatico con la testa. Strizzo un po’ gli occhi e le faccio segno che in cinque minuti sarò da lei. Gira l’angolo, gira l’angolo, gira l’angolo e… Fatta. Culetto mio fatti capann.

«È no, però, dai, ma che scherziamo?»

Bagno fuori servizio

La latrina maschile è out of order, che poi è il modo chic per dire che s’è ‘ntasata. Devo assolutamente liberarmi. Non posso affrontare una cena in queste condizioni, non una cena di lavoro, io mi butto in quello delle donne e chisseneincula.

Appena entro il circo di Moira Orfei mi accoglie in tutta la sua deflagrante portanza scenica. Il bagno delle donne è diviso in settori precisi, adibiti a precise funzioni, in cui l’ammasso botulinico dà sfoggio delle proprie abilità metamorfiche. 

Donne al bagno

I lavelli, che credevo utili per l’igiene delle mani o per darsi una rinfrescata, sono in realtà la zona della malta fina. Le creature femminili si inarcano, culo in fuori e viso in alto a toccare quasi lo specchio, per cospargersi di polveri colorate attraverso pennelloni che estraggono con maestria da naniche borsette, che sempre nella mia ingenuità pensavo fossero custodie per cellulari. A sinistra davanti ad altri specchi, questa volta sprovvisti di lavello, si crea la fila per tingere ciglia, sopracciglia e labbra con sostanze viscide e appiccicaticce. A questo punto, in disparte, un piccolo lavello accoglie le fasi finali del restauro: lavaggio mani e tecnica dell’angolo del fazzoletto bagnato per correggere eventuali sbavature. Estasiato da cotanta efficienza vengo riportato all’ordine prima dagli sguardi interrogativi della mandria di doppi cromosomi X e poi dal mio basso ventre che esige vendetta.

Apro una porta, mi chiudo all’interno, slaccio i pantaloni, e già questo è un sollievo, pulisco la tavolozza e la predispongo all’impatto col mio culo e. 

È più forte di me. Occasioni di questo tipo non capitano spesso, non si può vivere di rimpianti, nemmeno se fossero inezie. Un rimpianto è un rimpianto, provoca insoddisfazione; e uno oggi, uno domani, poi si finisce per credere di essere dei falliti che si arrendono alla vita.

Stringo i pugni e digrigno i denti dando inizio allo show. Comincio con qualche scoreggia di preavviso, giusto per cogliere la loro attenzione. Sento delle risatine contenute, mi sentono, posso passare alla seconda fase. Rilascio bagole di merda che con precisione chirurgica entrano in acqua accompagnate dal caratteristico splash. Altre risatine. Mi abbandono a un’esclamazione.

Questa è una cacca

«Ah! Numero uno fuori.»

Ridacchiano a denti stretti, intente a combattere la forza di gravità che inesorabile trascina verso il centro della terra i loro culi flaccidi.

Tamburello con i piedi, prima in modo ritmico, poi cacofonico, come se avessi perso la sicurezza e qualcosa mi avesse distratto. Sbuffo. Più volte. Non sono sfiati di noia, ma di tensione, di sforzo.

Ridacchiano ancora.

Comincio un profondo e lungo «Ohooo» che va aumentando di intensità. Contraggo i nervi e all’apice dello sforzo vocale la citazione cinematografica trova il suo compimento.

Leonida_sul_cesso_questa_è_diarrea

«OhooooooooooAaaaaaa! Quel merdoso numero due, perché si nasconde? Quel merdoso numero due perché non vuole uscire?»

Grido e mi lascio trasportare dall’emozione. Un fiume di merda nera cola a picco dal mio sfintere anale alla ormai non più candida tazza. 

«Quel merdoso numero due perché non vuole uscire!?»

Sbatto i piedi come se facessi dei sobbalzi e i pugni sulle pareti lignee che fungono da separè.

Non ridacchiano più. 

«Wuaaaaaa Attaccatevi alle vostre chiavi inglesi! Allà si cacaaaa!»

Mi faccio prendere la mano e non mi accorgo del silenzio che mi circonda. Nel bagno non è rimasto più nessuno. Mi pulisco il deretano e con calma e senza fretta mi risciacquo le mani e mi dò una rinfrescata al viso. Decisamente meglio e senza fare la fila aspettando il processo rigenerativo delle balde giovini.

«Eccomi qua.»

«Hai risolto con la mamma?»

«Sì, sì, nulla di preoccupante. Aveva semplicemente un piccolo problema idraulico.»

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