Fischiettare

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Penuts fischiettare

Se ne va un pezzo di storia, una storia che non frega un cazzo a nessuno e che ha a che fare con il mio insignificante piccolo mondo; un pezzo di storia di questo paesino. Tanto piccolo e stupido da essere costruito ai piedi di un monte franante. 

Dalla vetta la roccia stanca pretese un soggiorno a valle con la compagnia di buona parte dei paesani: invitati-deportati. I superstiti, gli esclusi, spostarono le case sul costone di destra; e la roccia viziata si impuntò testarda per ritornare a valle, in un’eterna diaspora a ritrovare i propri avi. Il paesino lo ri ri costruiscono tra le due frane; perché qui le cose vanno così. E qui nasce la mia storia; successiva a quella di due vasti incendi. È la storia di altre mille anime o poco più o forse mia e solo mia. 

Se n’è andato un altro piccolo tassello di questa microscopica storia.

Un uomo in una bara all’inizio di un nuovo percorso. 

È il pensiero di molti e mi sforzo di credere che possa essere, al fine, vero. Mi piace l’idea di un continuum spazio temporale, di un tempo che non scorre nel suo incedere, di uno spazio che non occupa nella sua presenza, sebbene abbia tangibili problemi con la reggenza. Imperatori empirici del caso e dell’onniscienza. 

«Perché lo conosco, perché lo so; a prescindere.»

«Mi scusi, Eccellentissimo, che gusto prova nell’assoluta conoscenza?»

«Tutti e nessuno.»

«Sembra ridicolo.»

«È la mia essenza. Io sono il tutto. Conosco tutto. Decido tutto.»

«A cazzo di cane.»

«Mi compiaccio che abbia notato l’eiettabilità del pene canino e la sua perfezione.»

«Veramente… Sinceramente ogni parte del mondo ha il suo Lei. Con regole diverse e risultati escatologici diversi e ricadute nella realtà catastrofiche. Un concetto di perfezione che sarebbe un tantinello da rivedere.»

«Sono proprio un burlone.»

Un burlone che dona il libero arbitrio. La libertà di dire e fare quel cazzo che ti pare. Il punto è il “ridotto” codice legislativo che prevede ammende e condanne per i trasgressori. Come a dire che puoi parcheggiare a Milano infrasettimanalmente, dove ti pare, anche in terza e quarta fila. Solo che se sei fuori dagli appositi spazi ti arriva una multa o il sequestro del mezzo. 

This is freedom! 

Non so perché sono a questo funerale. Li odio. Tutti tristi a dire addio tra singhiozzi e singulti e solo pochi temerari un sentito arrivederci. Che cazzo ci faccio qui, in brache corte e canotta. Ho ancora le macchie del ragù di nonna sulla panza. La chiesa strabocca di persone imbellettate, con vestiti scuri, neri come la pece su cui capeggiano dannati marchi della moda. Perché anche la tristezza deve seguire la tendenza. 

Però sono tutti qua e ci sono anch’io.

Quell’uomo nella bara, con me ha ben poco a che fare. Più di qualche battuta con lui non l’ho spesa, eppure sono stati attimi folgoranti e indimenticabili e la sua figura, ancora oggi enorme, si staglia nella mia memoria come un faro nelle notti tempestose. Ero piccolo, un infante col pallone sotto braccio, un martello in tasca e tante idee per la testa. Lui un nonno alla buona, armato di sorrisi e spensieratezza. 

Fischiettava. Cazzo se fischiettava. Nenie, sinfonie o motivetti improvvisati. Mi ricordo che lo guardavo risalire la via Trapione con la sua consorte mentre sfrecciavo a cavalcioni di una Graziella arrugginita o di una mountain bike rossa fiammante.

«Leonardo!»

«Ciao!»

Null’altro. 

Bastava, cazzo se bastava. Lui sorrideva e ti salutava con la sua mano gigantesca. Io ridevo di gusto e sfrecciavo via. Crescendo il nostro rapporto si è fatto più intimo, ci siamo avvicinati così tanto da esporci a un più personale 

«Come va?»

«Tutto bene.»

Lui sorrideva. Io ridevo. Lui cominciava a fischiettare.

Giravo in un vicolo e fischiettavo anch’io. 

In quegli anni, proprio per causa sua, avevo preso l’abitudine di non suonare più i campanelli. Cazzate tecnologiche che non servivano. Arrivavo sotto casa dei miei amici e fischiavo. Una, due, tre volte. Al limite gridavo i loro nomi; e quanto bello era: il vento tra i vicoli sibilava la sua presenza, mentre il sole faceva capolino a chiazze qua e là, tra le mura a secco delle case, tra i cortili e sui balconi. I miei richiami si stagliavano altissimi sopra la cappa estiva e risuonavano nel cuore del paese dando il via a mitiche e intramontabili giornate di spensieratezza. Tutto perché un uomo fischiava e sorrideva.

Spesso non si bada a queste piccole meraviglie, tesori sepolti nei nostri ricordi, così preziosi che preferiamo tenerli segreti o al limite da accennare in qualche cena conviviale.

Quell’uomo inerme dentro la bara amava.

È morto perché ha deciso così. 

«La vita, questa mia vita, è trascorsa impeccabilmente in ogni suo attimo e non vedo  perché prolungare questa bellezza con una sofferenza. Mi vogliono donare giorni su un letto d’ospedale, togliendomi le forze con fiumi di chimica selvaggia, privarmi della parola, impedirmi di camminare, di uscire in questo cazzo di mondo che ho amato quanto e soprattutto per mia moglie. Mi vogliono impedire di fischiare. Per qualche anno di brodo e uno statico orizzonte dietro le tende canute? Per vedere chi voglio, chi amo, chi mi vuol bene, dalle alle? Leonardo io non ci sto.»

Prima ancora che potessi dire che aveva ragione, che condividevo la sua scelta, quell’uomo nella bara riprese a fischiettare.

Io non lo conoscevo. Non intimamente, intendo. I nostri incontri erano fugaci, sempre per strada e tra le vie di questo nostro paese. 

Quello è stato il discorso più lungo che abbiamo mai fatto in venti anni. Era gennaio e lo incontrai come sempre lungo la via Trapione. Stavo correndo alla fermata del bus per tornare in quel di Padova. Lui mi blocca e mi saluta. Mi sorride e io gli sorrido. Mi chiede come va e dove vado di corsa. Rispondo col contagocce come stupidamente si fa quando si ha fretta. Stupida fretta. Però trovo il coraggio di domandare come se la passasse.

Mi dice che dopo la morte della moglie le cose sono stazionarie. 

Per molti di noi, probabilmente anche per me, stazionario è un buon segno, ma lui era fatto di una pasta diversa. Doveva esserci del pepe nelle sue giornate. Dannati imprevisti, problemi, risoluzioni, domande, idee, ragionamenti. Qualcosa, purché vitale. 

Cominciai a guardarlo per davvero. I suoi occhi erano stanchi e non più sereni come un tempo. Il volto era smagrito e solcato dalle rughe della preoccupazione. Sono rughe diverse, profonde, scavate dai turbamenti, dalle irrequietudini e dall’amarezza. Stazionario era tutto fuorché positivo. 

Mi racconta cosa gli sta capitando, quale male lo sta divorando. Poi devo salutarlo. Lui mi sorride e io rido. Si volta, fa qualche passo verso casa e come ai vecchi tempi comincia a fischiettare. Allora mi volto di scatto e lo guardo darmi le spalle e camminare con calma e serenità cullato dalle sue docili note. Mentre vado verso il bus fischietto. 

Sento solo un rauco e lontano:

«Ah bom, non sei ancora diventato grande!»

Credo sia una delle cose più belle che mi abbiano mai detto e per dovere di cronaca il nostro ultimo discorso. Da allora non l’ho più rivisto, sempre preso tra un avanti e indietro fugace, tra il lavoro e i mille e più problemi che si sommano uno sull’altro in una pila infinita di irresoluzione. 

Che cazzo ci faccio, io, qui, a questo cazzo di funerale, unto di cibo, miscredente, estraneo in patria, lontano e così vicino a quell’uomo nella bara. 

Il feretro esce dalla collegiata e si dirige al cimitero. Io non lo seguo. Non riesco a entrare nei cimiteri durante il giorno. Di notte, quando non c’è nessuno, mi sento più a mio agio. Quell’uomo nella bara se ne sta andando per sempre e con lui un pezzo della mia infanzia. Un pezzo di storia insignificante per tutti all’infuori di me. Il corteo funebre si allontana e resto solo sulle scalinate della chiesa. Intorno a me nessuno, ma non è questa la solitudine che sento. Rimango muto a fissare il cielo e lo scorrere delle nuvole che mutano forma, si rinnovano, nascono, cambiano, crescono, si fanno minacciose, si dissolvono e allora penso che tutto è in continuo mutamento e che forse…

Mi accorgo di fischiettare quando al mio fischio risponde un altro zufolio, incerto, ma genuino. Lo cerco con gli occhi e vedo un bambino in bici che segue i miei fischi. Io gli sorrido, lui mi sorride. Lo saluto e mi saluta; poi se ne va per la sua strada.

Ecco che cosa ci faccio qua in brache corte e canotta sporca di ragù.

fischiettare_fischio

Mi scuso per le decine di volte che ho detto cazzo, ma avrei potuto usare un linguaggio ben più scurrile anche tralasciando le bestemmie che non sono nella mia indole. Avrei potuto dire cose disgustose come “sudore di vagina che mi cola dalla fronte”, per il quale, tra l’altro, c’è da ringraziare un Richard Benson all’apice del lancio di polli morti e cacche di cane in decomposizione. Avrei potuto sostituire i cazzo con termini ben più aulici o altisonanti perifrasi, ma cazzo è quel che voglio dire, è la mia personale punteggiatura.

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