Pindolo al vento: ignudi alla meta

nessun commento

nudi su bara

«Posso raccontare una storia?»

«No.»

«Per quale motivo?»

«Perché no.»

«…» 

«Ti serve anche un motivo?»

«Se mi dicessi perché sarebbe una gran cosa, ma fai pure come ti pare.»

«Tutti così questi avventori. Privi di nervo, senza le palle per andare fino in fondo.»

«Non so nemmeno chi sei e se non mi vuoi dire il perché a me non frega un benamato cazzo. So che non posso farlo. Bene. Troverò altre locande dove andare a raccontare questa storia.»

«Ti credi furbo vero?»

«Io non mi credo niente. Ho solo i coglioni pieni di andare dietro ai pazzi. Se non vuoi sentire la mia storia fa lo stesso.»

«Vattene allora.»

«Con sua licenza vossignoria.»

Evitare lo scontro. Sempre. Arte nobile, la più nobile di tutte le arti piratesche. Se a prora navi governative minacciano l’esistenza stessa di una vita libera in libertà, allora si dovrà volgere il timone a dritta e mettere la poppa al nemico. Lontano il più possibile. Nascondersi. Vivere oggi, per vivere domani. 

Eppure se anche vi è del vero in tutto questo aulico favellare, il livello di sopportazione insito in ognuno di noi, quando la brocca è satolla, ci porta a prediligere la via dello scontro. Un esercito di febbricitanti e iracondi soldati dell’incazzatura, pregni di grezzo fervore, armati di un elenco infinito di “vabbè questa volta gliela faccio passare” su cui si innalzano grattacieli di bestemmie. 

(per altri rebus così: http://ruphus.wordpress.com/tag/rebus/)
(per altri rebus così: http://ruphus.wordpress.com/tag/rebus/)

Uno scontro nobile per la sopravvivenza del genere umano. Uno scontro che dovrebbe al fine portare a un accrescimento delle coscienze reciproche, ma che, in verità, provoca solo la cristallizzazione marmorea delle idee di ambo le parti.

«Hey tu!»

«Sì, Egregio.»

«Giusto per sapere, di che tratta la tua storia?»

«Se la vuoi sentire la senti, altrimenti torna pure alle tue faccende.»

«Sei proprio un gran figlio di puttana.»

«Ognuno ha la madre che si merita.»

«E va bene. Ma spero per te che sia una storia interessante.»

«Altrimenti?»

gatto arrabbiato

«Altrimenti un cazzo. Bastardo.»

Il punto è che la brocca della nostra sopportazione si riempie di tante piccole irrisorie divergenze di visione del mondo, della vita, di quello-che-volete-basta-che-non-sia-conforme-alla-vostra-idea-di-serena-convivenza-planetaria. Quando è colma strabocca e si svuota in una risoluzione lampo: fuoco di artiglieria pesante contro il popolo ignaro. Eh sì, ignaro. L’accusato casca con meticolosa precisione dalle nuvole, strabuzzando gli occhi, alzando le spalle e rispondendo al fuoco con “Mah Mah io, no no, io no, in realtà secondo me”. Boom! Ecco che il nemico ritrova se stesso: “in realtà secondo me”. Boom! Cazzo, è libero di escogitare un piano. Gli abbiamo concesso il tempo per riprendersi dalla sorpresa; ora ha la cognizione di essere sotto attacco, ma non è uno sprovveduto, sa che poteva accadere; sa cosa deve dire. Distrarre, sconvolgere, rigirare la frittata. Bombardieri alati decollano dalle portaerei dei quattro oceani per sganciare delle bombe di cazzate atomiche. Puttanate in parte veritiere col fine di alterare il punto della diatriba, per spostare il campo di battaglia in una zona più favorevole, così da poter assestare un contrattacco, che se non risolutivo, quanto meno lo conduca a un armistizio congiunto.

«Quindi la vuoi sentire la mia storia?»

«Solo se ti spicci.»

«Sarò celere.»

AMERICAN-HORROR-STORY--COVEN

C’era una volta un capitano di una nave. La sua grande passione era quella di solcare gli oceani, ma non lo faceva unicamente per se stesso. Il suo scopo era quello di portare i propri uomini, il suo personale equipaggio, alla scoperta di mondi nuovi e sconosciuti. Il suo operato e la sua nobile causa erano diventati così noti da avere sempre più uomini a bordo, tanto che si era convinto di poterci guadagnare qualcosa. Comprò una barca più grande e i suoi affari si impennarono ulteriormente. Comprò una nave ancora più grande e poi ancora ancora più grande fino a che le dimensioni erano così grandi da non essere più in grado di gestire una barca di tali dimensioni. Inoltre il rapporto con i propri uomini non era più quello di un tempo dove vi era una convivenza stretta, nel bene e nel male, dove vigeva la regola del mutuo soccorso. Ora le mille preoccupazioni, per far si che i suoi affari e tutte le spese che una barca di tale portata comportava, gli rubavano il tempo e la cura del dettaglio e a poco a poco gli avevano spento il sorriso. Gli uomini del suo equipaggio, in particolare quelli che lo avevano accompagnato fin dai primi viaggi, si erano accorti che le cose non erano più leggere e spensierate come ai tempi della piccola nave, ma le loro richieste di volerlo aiutare venivano accantonate con irritazione o con indifferenza – probabilmente dovuta a una questione di orgoglio, che è caratteristica endemica di quasi tutti i capitani – costringendoli ad assecondare gli ordini del capitano. Un giorno, mentre solcavano i lontani mari dell’Oceano Pacifico alla ricerca dell’isola di Stranalandia®, il capitano era assorto, come sempre più era assorto in questi ultimi mesi di navigazione, nei problemi di gestione che una nave di tali dimensioni comportava e che lui non voleva ammettere di non riuscire a governare. Fatto sta che nessuno si era più premurato di chiedere al capitano se gli servisse una mano nella conduzione, chi per non irritarlo, chi per completo disinteresse e chi perché tutto sommato lui restava il capitano e a lui gli concedeva completa fiducia nei compiti che gli spettavano. In molti, dunque, non si erano preoccupati quando sulla linea dell’orizzonte era apparsa una lunga linea scura che indicava la terra. Tra l’equipaggio cominciavano a girare le voci più assurde e bizzarre sulle creature che abitavano l’isola di Stranalandia®. Ma questo vociare non giunse mai alle orecchie del capitano, costantemente assorto nei suoi problemi. Più i giorni passavano più le miglia si facevano esigue, fino a quando, con l’ausilio di un cannocchiale, alcuni uomini avevano potuto notare che non si trattava dell’isola di Stranalandia®, ma di una lunga striscia di terra montuosa, circondata da scogli aguzzi e pericolosi. Ancora una volta l’equipaggio rimase tranquillo, forse un po’ agitato, ma fiducioso che a breve il capitano avrebbe manovrato con precisione. Ahi loro, il capitano non aveva la più pallida idea di cosa si era messo davanti alla sua nave e, solo quando udì le grida di preoccupazione si destò dal torpore per andare a vedere che cosa stava accadendo. Quando vide che la nave stava per andare a sbattere contro un’isola di montagna circondata da scogli, la sola cosa che gli venne in mente fu di fermare la nave. Purtroppo per lui, una nave di quelle dimensioni ha un abbrivio così elevato che non si può fermare se non in molte miglia di mare e con una decelerazione costante. La nave era destinata a scontrarsi e le sorti dell’equipaggio erano in balia del fato.

«Fine?»

«Sì. Fine. Ti ho detto che sarei stato celere.»

«Ma che storia è?»

«Una storia, come tante.»

«E la morale?»

«Ognuno ci legga la morale che più gli aggrada.»

«E gli uomini? Sono morti tutti? Ma questo cazzo di capitano? Ma guarda dove vai cazzo!»

«Beh, potrebbero essere scogli di marzapane e montagne di pane e nutella per quanto ne sappiamo. Sarebbe uno scontro soffice e dolce.»

«Maledetta quella volta che ho deciso di darti ascolto. Le tue storie non valgono un fico.»

«Hai proprio ragione: Maledetta quella volta.»

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.