Pitiriasi versicolore recidivante

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Pitiriasi versicolore tette

Sono irrequieto. Me l’ha detto dio. Con la «d» minuscola. (O muta).

Sono disteso a mo’ di salamella, avvolto in venti e più giri di lenzuolo intriso di sudore. Mi muovo convulsamente. Respiro affannosamente. Nella mia testa si susseguono decine e centinaia di immagini raccapriccianti che sono restio a narrare. Eppure un senso di mutua condivisione mi spinge a farlo.

Nel sogno mi trovo in una di quelle città in cui la vita è felice fino a quando un qualche pazzo, ente, E.T. o riccone non decide di voler conquistare il mondo. È il mio caso, ma non sono per nulla tranquillo: non sento il sonoro della WB; e men che meno vedo all’orizzonte il castello della Disney. Qui le cose sono reali, qui si rischia la vita per davvero. A quanto pare, un genio incompreso, col naso bitorzoluto, la gobba sulla schiena e la faccia sfasciata da anni di acne cistica decide di sviluppare un virus capace di estinguere il genere umano così com’era conosciuto fino ad allora. Il Virus, contrariamente alla norma, ha dimensioni notevoli che lo rendono visibile a occhio nudo. Ho presto appreso che la gente comune lo chiamava Progenie. Ti coglie alla sprovvista. Si insinua dapprima nel corpo femminile, con un periodo di incubazione di circa nove mesi, dopo di che viene rigettato ed espulso. Non è certo il momento di cantare vittoria: il virus, sebbene fuori dal corpo umano, raddoppia la sua incisività andando a colpire a macchia d’olio tutti i parenti dell’infetta, di ambo i sessi. Tutto questo è ancora nulla: il Virus ha l’infame capacità di instillare nei soggetti colpiti la sindrome di Stoccolma. Costoro non possono più fare a meno del Progenie che li ha colpiti e si sentono in obbligo di accudirlo e di mantenerlo in vita.

Il progetto Progenie sfuggì di mano al suo creatore e con la perdita dell’antidoto si perdette la cara vecchia umanità. Il mondo intero a poco a poco divenne succube della Progenie. Solo pochi esemplari umani si sono salvati e sembra che vivano in comunità nascoste sotto il mantello della Terra. Il mondo così compromesso cominciò a darsi un orientamento e uno sviluppo incentrato sulla tutela di Progenie. Progenie cresceva a vista d’occhio e nulla si poteva più fare per contrastarlo. Progenie cominciò a esigere più cibo, più spazio, più agi, più protezione. Sebbene nulla si sarebbe potuto fare per contrastare la rapida crescita del virus, un gruppo di sprovveduti, di  disperati, si allearono per tentare di limitarlo; ma le loro forze, i loro attacchi e le loro strategie si infransero contro muri di pannolini imbottiti di merda, dai quali fuoriuscivano torrenti di piscio bollente. Chi sopravvisse venne catturato e costretto a forza in camere buie dalle cui pareti copiosi getti di vomito li colpirono fino a scioglierli a poco a poco. I ribelli di tutto il mondo si arresero e fuggirono nel ventre della Terra senza mai più ribellarsi. Progenie nel corso dei secoli acquistò sempre più abilità ai confini col soprannaturale. Riuscì a captare le onde mentali di ogni individuo e in base alla loro frequenza a trovarvi un’occupazione. Con lo stesso metodo riuscirono a trovare le menti nelle quali è assopito il gene della ribellione e a separarli dal resto della comunità segregandoli in Centri Aperti dove vengono quotidianamente controllati e dove questo pericoloso gene viene monitorato e assopito, senza che questi se ne rendano conto. Come so tutte queste cose? Anch’io possiedo quel gene, anch’io sono rinchiuso in uno di questi Centri Aperti. Anch’io sono sottoposto alle atroci torture che Progenie ci impone. Anch’io sono un Educatore dei Centri Aperti Estivi.

Eppure il mio gene non si è assopito, il mio gene si è risvegliato e ho coscienza di quel che mi accade. Preferirei non sapere, preferirei non essere sveglio.

Mi desto all’improvviso in un bagno di sudore, incapace di muovermi perché mummificato all’interno del mio lenzuolo, con gli occhi sbarrati che cercano un punto conosciuto nel buio pesto della camera. Era un sogno? Sto ancora sognando? I battiti del cuore rimbombano in tutta la stanza e sembra che questo voglia farmi saltare la cassa toracica. A poco a poco la mia vista si abitua e mi oriento. I battiti rallentano e il respiro si fa meno affannoso. Sono calmo.

Che cazzo di sogno. Basta peperonata dopo la mezzanotte.

È notte fonda, ma questo favellare convulso tra le sinapsi mi toglie il sonno definitivamente. Sono le tre del mattino e mi avanzano ancora troppe ore prima di tornare al “lavoro”.

Nella solitudine della mia stanza accendo un piccolo lume di cera e mi metto a riflettere. Lo sforzo è inutile. O ragiono o guardo “I figli della Lupa XXX”, che a quanto pare dev’essere un prequel perché di figli nemmeno l’ombra, ma la Lupa dal pelo lungo si mimetizza perfettamente in quella fitta foresta di cazzi. Se tanto mi da tanto è il solito filmaccio col finale spoilerato dallo stesso titolo. Infami!

Non tutto il male viene per nuocere e quando il mio amico Cazzo 4 stana la nostra lupa solitaria (che quella è sola come Biancaneve e i sette…) parte un dialogo al limite del sopportabile. Come non so, ma devono andare alle Poste.

Sia benedetto l’hard! Mi ricordo improvvisamente che devo rinnovare la poste-pay scaduta  a giugno.

Albeggia. Mi desto ufficialmente. Mi lavo ufficiosamente. Faccio una buona colazione e comincio quelle due ore di training autogeno specifico per affrontare le temibili Poste Italiane. Uomini tutto d’un pezzo si sono accasciati e ridotti a briciole d’infamia nelle file d’attesa per pagare un semplice bollettino postale.

Lo sportello apre alle 8:30 antimeridiane cosicché alle 7:10 presidio l’entrata, ma sono già il quarto. Davanti a me tre ottuagenari che mi sorridono allegramente.

Che cazzo c’hanno da ridere non lo so. Poi capisco: vanno a ritirare la pensione.

I miei dannati soldi. Riderei anch’io; e invece piango.

Gli ammassi di rughe informi notano la mia inquietudine e non appena apre lo sportello, il solo sportello, l’unico su otto disponibili (visto che la fila fa solo il giro del paese due volte) si inventano domande a cazzo da fare alla commessa che, complice, decide di raccontare gli ultimi pettegolezzi di questa cloaca di comunità. Dopo un’ora e mezza è il mio turno. Anzi no. Uno spilungone mi supera e parla all’impiegata guardandole le tette. La cosa sembra piacerle e si allontanano entrambi per buoni quindici minuti.

Noi ce le abbiamo così, che ve devo di'
Noi ce le abbiamo così, che ve devo di’

Ma scopate a casa! O almeno fateci guardare, o partecipare: un orgione tutti insieme, ci si distende i nervi e poi via tutti alle proprie mansioni.

Invece no. Mi appoggio al vetro antiproiettile con la fronte e mentre guardo la sedia vuota innanzi a me sento le vibrazioni dei colpi del pisello dell’aitante laido Dongiovanni.

Lei ritorna allacciandosi la camicetta e mi chiede di che cosa avrei bisogno.

«Sì salve. Sono Andrea Rocchi del servizio controllo dipendenti di Poste Italiane.»

Panico.

«Mi dica…»

«Stiamo facendo dei controlli a campione, tout court a sorpresa, per verificare l’operatività dei centri e del personale che ne fa parte.»

«…»

«In modo tale, lei mi capisce vero, che si possano scovare quelle incompatibilità gestionali, sia di natura logistica e strumentale, sia di carattere umano.»

Panico a garganelle.

«Qualcosa da dichiarare a riguardo?»

«Beh…»

«Si?»

«Ogni tanto…»

«Mi dica, mi dica.»

«Sì insomma…»

«Non sia timida, non la mangio.» Sorrisone.

Sorrisone Progenie

«La macchina dei rinnovi si inceppa.»

«Allora proviamola.»

«Ora?»

«Sono qui apposta per sveltire il servizio, trovare l’intoppo e risolvere con ogni mezzo l’ingorgo della burocrazia postale. Sa, vogliamo dare l’esempio per questa nazione. Non vorrà mica tirarsi indietro e ostacolare la riforma interna di un nobile ente come Poste Italiane?!»

«No assolutamente.»

«Molto bene. Allora mi faccia il rinnovo di questa poste-pay.»

Le porgo la tessera magnetica scaduta e di rimando ricevo un consiglio che possiamo riassumere in: non fare la strada corretta, prendi una scorciatoia con i rischi che comporta e dei quali io non mi assumo alcuna responsabilità.

Mi viene così riproposto una sostituzione di tessera, come se la mia fosse stata rubata o smarrita. E questo cosa comporta? Che i venticinque e più euri sonanti che risiedono docili docili all’interno del suo chip, improvvisamente si materializzano nella casse dell’azienda.

«Sa, così non deve attendere il rinnovo.»

«Preferirei rinnovarla.»

«Allora noi da questo ufficio non possiamo fare nulla. Deve chiamare il numero verde.»

«In un altro ufficio?»

«Cosa?»

«In un altro ufficio si può fare o è solo attraverso il numero verde?»

«Solo con il numero verde.»

«…»

«Come sono andata?»

«In che senso?»

«Se ho svolto bene il mio compito di impiegata.»

«È nella media italiana.»

«Un buon risultato!»

«Diciamo che se lavorasse bene quanto piglia cazzi allora quello sì che sarebbe un buon risultato. Arrivederci.»

Col tempo record di un’ora e quarantacinque minuti per quattro persone esco dall’ufficio postale con quel senso di angoscia che mi prende quando so che sta per andare male qualcosa. Compongo il numero verde.

«Salv.»

«Se desidera operazioni per il libretto risparmi digiti uno.»

«Noooo!»

Una cazzo di segreteria preregistrata. E adesso? come ne esco? come chiedo informazioni? Ah no, è vero! Alla fine delle opzioni c’è sempre «resti in linea per parlare con un operatore.»

«… digiti nove. Per riascoltare questo messaggio digiti zero oppure riagganci.»

«Noooo!»

Possibile che tutto quello che ha a che fare con carte, uffici, impiegati statali, parastatali e affini sia totalmente, DNAmente, fottutamente paragonabile a un cesso intasato nella Striscia di Gaza?

Riprovo ad ascoltare, ma o confermo il rinnovo senza sapere cosa comporta o rinuncio. Rinuncio in attesa di capire cosa è meglio fare e mi avvio al “lavoro”.

«Maestro!»

«Elia! … Cos’è?»

Bambino cacca

«È la cacca del Tomas!»

«Perché?»

«Ha detto che potevamo prenderla.»

«Non è vero! Non è vero maestro! Me l’hanno presa loro senza chiedere!»

«No! È lui che mente! Mi aveva detto che potevo!»

«Ti ho detto che è mia e che non potevi toccarla. Vero maestro che non la possono toccare?»

«…»

Sono le nove di mattina e piove come solo a luglio può fare. È una pioggia fine e costante che a tratti si rinforza. Davanti a me l’eternità, la concreta consapevolezza che anche oggi potrebbe essere l’ultimo giorno. Sono solo bambini. Solo bambini. Non sono i virus del mio sogno. Quello era un sogno. Quello era un sogno. Quello era un sogno. Quello era un sogno…

Un gruppo di bambini si fa una serie di segni con gli occhi e in men che non si dica, senza farsi vedere si nascondono nel corridoio antistante il disimpegno del bagno. Si guardano attorno con circospezione e dopo qualche secondo di attesa cambiano sguardo. I loro occhi si fanno adulti, vissuti, capaci di qualsiasi malvagità. Uno di loro mostra un foglio con un elenco numerato e tira una riga sopra un punto. Poi estrae una teca con la dicitura “Target” estrae diversi fogli con le immagini di tutti gli educatori.

«Quest’anno è lui che dobbiamo tenere sott’occhio più di tutti gli altri. Ci hanno segnalato che forse si è reso conto di quel che accade. Dobbiamo riassopire il gene e riportalo al livello beta. Fate attenzione. Prudenza e intelligenza.»

«Capo?»

«Dimmi Rachael.»

«Proporrei l’appeso.»

«E appeso sia! A turni di tre per giorno ci attaccheremo a lui come sanguisughe. Voglio vedere la sua maglietta a sera toccare il pavimento. Siamo intesi?»

Bambini indemoniati sguardo pietrificante

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