Più o meno come fa un piccione

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Cazzo sadomaso

PREMESSA: Questo post è stato riscritto nella sua totalità grazie all’intervento della mia editrice (Oh yeah! Ho un’editrice: che non pago.) La prima volta che lo scrissi misi le parole una di seguito all’altra in un flusso continuo dettato dalla rabbia. Ne risultò un testo carico d’odio, non che non dovesse esserci, ma che per l’irruenza con la quale è stato scritto mancava di struttura e raffinatezza. Il pezzo era in buona sostanza grezzo, rude e senza quella furbizia malcelata che l’avrebbe contraddistinto. Avrei presentato un post crudo che si atteggiava a pezzo subdolo, tagliente e perspicace; senza peraltro esserlo. Spero che questa riscrittura l’abbia reso quantomeno più leggibile.

La maggior parte delle volte non si viene ascoltati. È un dato di fatto e non serve risentirsene. Conviene, tuttavia, perseverare, affinché possiate trovare qualcuno che vi ascolti. L’importante è rimanere concentrati e, individuato l’obiettivo, rimanere focalizzati su di questo. Puntatelo dritto negli occhi. Fissatelo intensamente. Adottate lo sguardo del cacciatore umbro che viene caricato da cinque cinghiale imbufalite e con voce calda e rassicurante, la stessa che Rocco nazionale usa per rassicurare le portatrici sane di ani da sfondamento, dite: 

«Hai sicuramente ragione. Devo essermi sbagliato io. La prossima volta cercherò di essere più chiaro. Patatina?»

Patatina?

A questo punto un bel sorriso. Uno di quei sorrisi sinceri, solari e generosi.
Attenzione a non confondere tale manifestazione di gioia con quei sorrisi a trentadue denti che faresti al Tuo migliore amico che Ti aspetta a casa, insieme alla Tua compagna, per prepararTi una cena speciale. Quando apri la porta e senti quel profumo di Wurstel bruciacchiato infilato nel forno a 90°. Quando chiudi la porta e pensi che Tu ci avrai provato mille volte a piegarla a novanta sopra la tovaglia dei suoceri.

«Ma come hai fatto?»

«No beh, chiaramente non lo fai in un giorno. Ci son voluti quattro anni.»

Ri-Sorrisone.

Shining Jack Nicholson sorriso

Una categoria di persone, una razza, se mi è concesso l’uso estremo di questo termine, è completamente immune ai sorrisoni di nonchalance. Per tante fila di denti che sfoggerete non sortirete alcun effetto. Chi sono? Gli unici che stanno a fagiuolo in ogni produzione cinematografica, che non vanno mai di moda, che se fossero un capo d’abbigliamento sarebbero uno di quelli che va su tutto; più versatili dell’aceto balsamico di Modena D.O.P. Più metamorfici di un camaleonte e più ignoranti di un tronista. Gli unici e inarrivabili: I nazisti. Mai avrei pensato di dedicare a loro un’intero post, una pagina virtuale del mio personale diario di bordo. Macchia indelebile che non posso esimermi di portare con non poche riserve. Quel che è peggio è che non tratterò di un nazista buono. Oh, no; quelli buoni, quelli morti, hanno posti migliori dove venir citati. Ai vivi le bettole del web, le fogne di Giacarta, le Moruroa cibernetiche. Qui si parla di nazisti come una categoria ampia, vasta, che coinvolge tante tipologie ideologiche.

Perché ci piace fare di un’erba un fascio littorio.

Cotali cime intellettuali vivono la loro vita cercando di capire il perché di tutto e proprio per questo motivo sono estremamente colte. La loro intelligenza diventa insopportabile soprattutto quando giustificano ogni cosa attraverso astrusi calcoli matematici e prove scientifiche che noi poveri ignoranti, costretti alla semplice istruzione pubblica, non possiamo capire. Ad esempio, citando testualmente una delle parti scientifiche del trattato contro la negritudine  “Perché è così”, di Balilla Olocausto, Clem Nigga Editore, Berlino, 1933:

«I negri sono inferiori perché sono negri; fossero bianchi sarebbero diversi.»

spongebob pistolate

È altresì facile capire quanto sia difficile rapportarsi con questa razza di eletti senza conoscere e dominare quello che è il loro pensiero, nonché il loro linguaggio. Non fatevi ingannare dalla consistente reiterazione dei medesimi termini gettati a cazzo in costrutti da capogiro. Come noi gestiamo periodi complessi di principali e coordinate a cui sottostanno subordinate di diversi gradi, tutte soggiacenti a una precisa e corretta consecutio temporum, così loro sono costretti a uno sforzo immane dovuto all’esigua disponibilità lessicale .

Dubbio, pensieroso, non capire

Smarriti. Vi percepisco smarriti. Cerco di spiegarmi meglio.

L’esiguo numero di vocaboli non è altro che il risultato dell’ingente sforzo intellettuale capace di restringere il vasto numero dei lemmi a poche decine di unità.

A fronte di tale scoperta dovreste apprezzare, non dico stilisticamente, ma almeno concettualmente, ogni produzione verbale e scritta. Provatevi a scrivere una ricetta culinaria quando i vostri unici termini sono “negro”, “muorinegro” e “elefòibe?”. È assolutamente necessaria un’elevata capacità linguistica per sopperire a tutte quelle che noi potremmo considerare carenze lessicali.

L’incessante sforzo intellettivo produce, dall’adolescenza in avanti, quello che in gergo scientifico è assimilabile alla sindrome di Angelman, con ricadute pesanti sull’animo fino a intaccare la loro proverbiale sicurezza. L’adolescente nazista si trova spaesato, perché, essendo in grado di fare tutto, avrà estrema difficoltà nel scegliere la propria carriera accademica.

«Farò l’astronauta, anzi il medico, no, ostetricia, o forse sarà meglio veterinaria. Però non li voglio toccare gli animali, sono in maggioranza negri. Anche se a ben pensare ho sempre provato una forte attrazione per i gas, che debba fare chimicia

«Credo si dica chimica, ma probabilmente mi sbaglio. Mai pensato all’industria dei sanitari?»

«Ma va, fare infermeristica per fare un lavoro di merda?»

«Infermieristica. Intendevo gli oggetti dei bagni: lavandini, gabinetti e docce. Tipo produrre delle docce da urlo, roba che ti stende.»

«Perché no! Hai mai visto un sanitaio che non fosse bianco? Ci sarà un motivo!»

«Sanitario

«No no, credo che sia meglio l’impresa sui bagni

«Intendevo… Nulla. Sicuramente ho sbagliato io. Cercherò di essere più preciso.»

Il problema di provare ad essere più precisi è che più ci si sforza più si fa uso di lunghissime perifrasi nelle quali noi stessi ci perdiamo; ed è quindi comprensibile che non si riesca ad essere chiari come si vorrebbe. La colpa è sicuramente nostra, in quanto ci viene difficile, se non impossibile, sopperire all’elevato gap che si frappone fra il nostro sistema mentale e il loro. Altresì risulterà inutile la strategia, adottata da molti, di ripetere più e più volte un concetto, o una richiesta, col fine di assicurarsi la comprensione da parte nazista. Se non si è stati in grado di esprimersi chiaramente la prima volta, come potremmo mutare stato semplicemente ribadendo nel medesimo modo lo stesso concetto? Il nazista, capendo tutte le volte la stessa cosa, per quale ragione vi dovrebbe rispondere diversamente dalla prima? La sua comprensione è univoca, come pure la sua risposta; senza contare il fatto che continuare a sollecitare un nazista con la stessa domanda, richiesta, teoria o idea, non può che produrre in lui un senso di straniamento col  rischio di suscitare  un’aspra avversione alla vostra persona.

Non vorrei affrettarmi alla conclusione, ma credo che si possa affermare, come qui sopra dimostrato, che non è sempre possibile una comunicazione biunivoca. Non me ne vogliano le cattedre di Istituzione linguistica, Ferdinand de Sassure mi perdonerà.

Per concludere, il mio unico consiglio è di evitare ogni forma di contatto con i nazisti, ma se proprio proprio non potete esimervi dall’avvicinarli, potete sempre travestirvi da albini, così che nella mente nazista si insinui il dubbio: è bianco caucasico o negro decolorato? Per non rischiare vi lascerà in pace.

albinizzato Christopher Kirby
Un albino africano tra nazisti

 

Non dimenticate che alla fine è inutile prendersela per qualcosa che vi ha fatto un nazista, in quanto la vita è troppo breve per farsela rovinare dagli stronzi e, per non essere da meno a frasi fatte e luoghi comuni, ricordate sempre che «la vita è un biscotto ma se piove si scioglie.»

Jim carry

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