Ho perso a Go – Bianchi – Prima parte

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Saper-perdere

Non capisco cosa ci sia di tanto maledetto nei viaggi. Anche in quei veloci stupidi trasferimenti. Quelli che fai alla mattina, con la nebbia che si alza lenta dal terreno e prima di sparire si vanta della sua straordinaria capacità di affrescare le mura della nostra esistenza. È come se ci dicesse che lei può tutto, che, se vuole, i colori del mondo e con essi il nostri umori, possono cambiare continuamente, ma che per lei è solo un vezzo; un orecchino di perla, un tatuaggio o quel pizzico di mascara che dona risalto a un’immagine di per sé già sublime. Per noi la visione è caduca e in questa irripetibilità risiede lo stupore e la meraviglia che ci proietta in un mondo distante da quello reale, dannatamente irraggiungibile, eppure ancorato saldamente nel reale della nostra esistenza.

Non capisco che cosa ci sia di tanto maledetto nei viaggi. Quando sei in piedi a lato della banchina, distante dalla linea gialla quel tanto che basta per non offendere l’inannoiabile omino dell’altoparlante, ma con in cuore un desiderio malsano di aspettare il treno seduto sui binari. Così, per sfida. Per vedere se quel treno si fermerà, se è vero che tu debba salire su quella processione di latta. Magari non arriverà mai. Qualcuno avrà avvisato il macchinista che su quel tragitto c’è un pazzo che si vuol fare ammazzare.

«Chi l’ha detto? Chi vuole farsi ammazzare? Voglio semplicemente essere sicuro che sia il mio treno, che si fermi per me. Per me. Chi sono tutti questi? Che cosa vogliono da questo treno? Non è il mio treno? Se fosse il mio treno non li vorrei questi. Chi sono? Che vogliono? Vengono con me?»

Non capisco che cosa ci sia di tanto maledetto nei viaggi. Appena parti sembra che tutto soggiaccia a nuove regole, a una nuova fisica. I colori, gli odori, quei dannati panorami. Il sole. Il sole non è mai stato così. Ne sei sicuro. La guardi spesso la tua stella di vita, ma oggi, oggi che parti, si fa guardare diversamente.

«Non la rivedrò più? Mai più? Perché ti sei vestita così? È l’alba e tu indossi un vestito di raso, leggero, rosso fuoco, rosso di passione. Stella mia sei una farabutta! Giochi a irritarmi; ora ti vedo, ora sei celata, velata da un manto di nebuloso candore. Perché oggi sei così bella?»

Partire. Partire per andare; partire per arrivare; partire per trovare; partire per cercare; partire per essere; partire per diventare.

Se fosse la fine la maledizione del viaggio? Se quest’incertezza, questa sua non serietà di compiersi come ci si aspettava, fosse il principio attivo che ci assuefà tanto? Allora è per questo che ci sentiamo così strani quando partiamo. Fissiamo punti vuoti con la mente che spaesata si affanna a creare immagini di un futuro non ancora realizzato.

«Perché quest’ansia? Non possiamo semplicemente scoprire passo passo quello che accadrà? Che cosa ci spaventa così tanto da non lasciar andare il tempo?»

Immaginiamo le tappe, ne coloriamo i dettagli, c’inseriamo odori e suoni confezionando un pacchetto perfetto. Inutilmente. Non siamo più bambini buoni, Babbo Natale non passerà a consegnarci alcunché. Creiamo unicamente illusioni sulle quali ci ancoriamo disperatamente invece di lasciar scorrere il tempo e il viaggio. Vogliamo a tutti i costi comandare l’esistenza, senza assecondarla. Sempre, cazzo.

«Così la distruggiamo vero? Rendiamo impossibile il finale?»

Quale fine. La fine non esiste, la fine è un punto che ci costringiamo a vedere perché abbiamo paura di una realizzazione sconosciuta. Non sapere quel che ci accadrà ci spaventa a tal punto da creare desideri, voglie, impegni, amori e senza un’idea salda ci sentiamo perduti. Crediamo davvero che un punto fermo, immaginato o sognato, sia la bussola e il faro che ci indicherà la direzione.

«La direzione verso la nostra realizzazione? Verso il raggiungimento di un sogno? Verso cosa? Che direzione?»

Scegliere un punto per sceglierlo non ci salverà, non ci porterà da nessuna parte e con tutta probabilità ci allontanerà da quello che potrebbe essere il nostro viaggio. Il percorso più corretto per noi, per il nostro essere. Ma per seguirlo dobbiamo assecondare il tempo, senza costringerlo, senza rinnegarlo, senza inventare luci per paura del buio. Dovremmo essere… Dobbiamo essere in grado di assecondare il continuo divenire.

«È questo quello che siamo?»

C’è molta più probabilità e soddisfazione nell’accettare una tal visione di noi. Esseri in continua, inesorabile evoluzione, per noi e per il genere. Per l’organismo vita. Un continuo divenire che muta istante dopo istante, convinto, viziato e comandato da tanti minuscoli e impercettibili segnali, che per quanto ci vogliamo ostinare a percepire con raziocinio, ci permeano e ci mutano inconsciamente. Non possiamo e non dovremmo creare illusioni, ma assecondare il nostro divenire.

«Siamo prigionieri? Carcerati di un’esistenza precostituita? Impossibilitati a scegliere?»

L’uomo non ha carte prescritte come non le ha la natura, ma contrariamente a essa si costringe di avere delle ferree e salde convinzioni; e convintosi, difficilmente le muta o le critica. Una convinzione è per sempre. L’uomo sembra non accettare quello che la natura non può rigettare: il continuo inesorabile instancabile mutamento. Mutare, cambiare, per crescere, per sopravvivere, per vivere. L’uomo brancola, l’uomo arranca, l’uomo stenta, l’uomo crede e si convince. L’uomo è malato, è viziato e ha paura. Ha così tanta paura che nega, che si illude di essere al di sopra di tutto l’esistente.

«Io ho paura. Ho un sogno in cui credo e che desidero realizzare. Non lo realizzerò? Non lo potrò vedere? Perché? Io ci credo, io ne sono capace, io vedo quel futuro. È il mio futuro! Il nostro!»

Nel divenire i sogni si possono realizzare, ma possono anche mutare, rinnovarsi, morire, rinascere, dividersi e moltiplicarsi. La sola cosa che importa è assecondare il divenire; perché è parte di te, perché sei tu che muti e, non assecondarlo, non accettare il cambiamento, non potrà certo renderti la vita che vorresti, la serenità che cerchi, la felicità che brami.

Non capisco che cosa ci sia di tanto maledetto nei viaggi. Quei viaggi che fai a sera quando rincasi. A piedi. Col chiaror delle stelle, quando hai detto addio al sole, senza farne davvero a meno, nutrendoti della sua lontana carezza, quel raggio di luna.

«Forse è proprio l’impossibilità di realizzarsi. Il viaggio, per quanto programmato e immaginato, alla fine non è mai come l’hai progettato e questa sua certezza, questa sua esigenza di mutamento, questa sua forza che ti costringe a mutare con esso, ti obbliga a prenderne semplicemente atto. Affronti inesorabilmente il suo divenire e in esso il tuo. Ecco che allora cambi, ti assecondi, ti ascolti, ti lasci trasportare. Finalmente riesci a essere, a sentirti, a percepirti e cambi e ricambi e non ti importa. Immagazzini emozioni e sensazioni che difficilmente provi nella tua quotidianità perché sei vittima dell’incapacità di assecondare il quotidiano divenire.»

Allora non era difficile da capire.

«Lo è; ancor più adesso che l’ho compreso, che so di essere un insieme infinito di istanti rivoluzionari racimolati passo dopo passo in questo vasto campo minato di attimi iniziali che chiamiamo vita.»

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