Fatti guardare

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Fatti guardare

Ci risiamo. Vorrei che non capitasse più, eppure ci risiamo. La frequenza di questi attacchi è schifosamente in aumento. “Un fenomeno passeggero” dicevano. Dottori, laureati in pompa magna, sicuri di una ragione infusa da crediti e ore di studio su tomi che altri hanno scritto per loro. È conoscenza questa? Prove sul campo? Che garanzie posso avere che sia davvero un dottore? Ci risiamo, lo sento. Cominciano a tremarmi le mani e il battito del cuore è accelerato. Fatico a respirare e vampate di calore mi paralizzano l’animo. Tutto improvvisamente si fa più incerto.

«Tu vivi nell’incertezza!»

Risparmiati la predica. Sono affaticato. Fatico a concentrarmi e a trovare un equilibrio mentale. I miei saldi principi si sgretolano a poco a poco come le onde del mare che dopo decenni di assiduo e persistente lavoro finalmente obbligano l’alta rupe a piegarsi al tempo, inchinandola alla forza della natura. Al caos primordiale che tutto cambia con dovizia di particolari. Tutto in frazioni di secondo, lavorate nel tempo.

«Se insisti a non renderti conto di quanto tu sia il solo e unico problema, non potrai mai evitare questi attacchi!»

Cosa ne sai tu che nemmeno esisti. Come puoi sapere quello che è giusto per me. Tu che di me sai solo quello che il “male” ti concede di avere. Non manca poi molto. Mi devo sedere, devo guardare qualcosa di concreto. Ma dannazione davanti a me c’è solo l’infinito. Una linea all’orizzonte che ti chiama e ti rifugge, una linea sottile eppure ben identificabile.

«La vuoi fare tua?»

Adesso smettila. Lasciami pensare, devo cercare di stare calmo. Non ho certo tempo di stare dietro a un matto.

«Sei tu che devi farti guardare. Fatti guardare! Fatti guardare!»

Lo sai benissimo che non si può. Non posso concederlo. Cadrei, morirei. Nella migliore delle ipotesi il mio presente collasserebbe in un passato mai ponderato, vissuto in un ignoto momento di inesistenza.

«Fatti guardare e tutto avrà un suo corso.»

C’è chi lo fa. Lo so. Invidia. Tutti i giorni. Ogni giorno. Io non posso. Io devo raggiungere l’orizzonte.

«È lì. Agguantalo! Non ne sei capace, vero?»

Non ne sono capace io come non ne sei capace tu. Parli facile, inesistente ammasso d’insuccessi.

«Ci siamo offesi? Ti senti pressato? Minacciato? Credi che la mia presenza sia di troppo?»

La tua presenza è decisamente insopportabile. Parassita del dubbio. Emblema dell’insuccesso. Odioso frutto della paura.

«Lo sai che non è la paura che mi alimenta. Se tu! Sono le tue ridicole maschere, i tuoi ridicoli trabocchetti con cui cerchi di allontanare l’inallontanabile, la tua essenza, il tuo io. E io sono più te di te stesso.»

Ridicole blasfemie. Con tutta probabilità la tua presenza è solo il frutto di questa inquietudine, di questo ribollire di

«Fregnacce! Lo sai. Io e te sappiamo.»

Tu non sai nulla.

«Come va la respirazione? Mi sembri in affanno.»

Respiro male. L’orizzonte mi annichilisce, mi chiama, mi brama.

«Ma non hai ancora capito?»

Mi brama, mi brama, mi… bra… ma…

«È il passato. È il presente.»

Non…

«Fatti guardare.»

Io…

«Fatti guardare ogni giorno. Non perderai più nulla, non dovrai indossare più alcunché. Fatti guardare. C’è chi lo fa. Ogni giorno.»

Candida pelle la ricopriva  e amor sentiva che in lei qualcosa

di eterno esisteva solo la sua forza

mi dava il coraggio di credere

al destino

dell’isola che non c’è:

il mio porto felice.

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