¿ Grandi si diventa ?

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Mi piace leggere quei libri che iniziano con la calda voce del narratore protagonista. Quando si sente la tranquillità e la pacatezza di chi il viaggio l’ha ormai concluso e sa che tutto è andato per il meglio. Mi piace immaginarlo, ancora sporco e sfiancato dalle innumerevoli fatiche, poggiarsi goffamente sulla sedia antistante la scrivania e, già con la mente ai ricordi, trarre a sé un libercolo impolverato. Uno di quei quaderni rilegati con una bella copertina rigida che si prendono nel corso della vita con la bizzarra idea di riempirli di cronaca personale. Poi, si sa, il viaggio è una serie infinita di imprevisti e quelle pagine per lunghi lustri non soffriranno il peso dell’inchiostro, ma il lento abbraccio della polvere del tempo. Adesso che il tempo si è fatto maturo, in timoroso rispetto soffia via il grigio manto, pronto a scrivere cos’è che è stato. Sono quei libri che nonostante si sappia il lieto fine si resta assorti in uno stato di tensione ogniqualvolta le cose non vanno per il meglio, curiosi di sapere come tutto si sia risolto. Le pagine ti scorrono tra le mani ad una velocità impressionante e, incurante del bruciore agli occhi o del tempo segmentato che regola la tua giornata, prosegui in totale assortimento nella lettura. Mi piace leggere quei libri. Mi danno una speranza.

Purtroppo per voi, o forse per me, mi trovo in una di quelle situazioni in cui scrivere è la sola cosa che possa fare, ma senza potervi rassicurare, senza che abbia la certezza di aver preso parte al mio futuro e che questo si sia risolto in un bel finale. Ora che sono qui, chiuso in questa fredda cella a scontare i miei peccati, mi rendo conto di quanto la nostra vita ci appartenga in misura proporzionale alla nostra grandezza. Chi come me si è ritrovato una vita normale può stare certo che quella sua vita gli apparterrà in una percentuale che non raggiunge la metà. Le nostre vite, noi, ciò che siamo non sono nostre proprietà più di quanto non lo siano i vestiti che indossiamo. Finché sono in buono stato, non provocano indignazione nel prossimo o sono adeguati, allora li teniamo, altrimenti cerchiamo di sbarazzarcene. Lo stesso per le nostre misere vite. Ben presto sono da buttare. Mi accorgo solo ora di non essermi presentato, di aver scagliato la prima pietra nascondendo il braccio, e vi chiedo perdono. Non sono uno scrittore, non lo sono mai stato. Il tempo e il luogo esigono questo mio impegno, ma lungi da me soppiantare l’ardua opera artistiche del saper favellare. Io sono Norberto e all’alba del mio cinquantesimo compleanno non so che ne sarà di me. Sono stato imprigionato con l’accusa di omicidio, per grazia del quale sono stato allontanato dalla mia famiglia, da mia moglie, dalle mie figlie e dal mio lavoro. In questo mondo le notizie le sanno prima gli altri e quando mi arrestarono sapevo perfettamente per cosa erano venuti a prendermi. Non certo perché colpevole, questo lo posso giurare, ma perché la notizia apparve ben prima al telegiornale. Ho avuto tutto il tempo per scappare, per fuggire da questo assurdo imprevisto. Ma scappare da cosa? Non avrei forse dato adito alle voci che continuano a girare sul mio conto? La pubblica piazza mi ha giudicato e condannato ben prima della nostra madre legge. Fuggire, da chi? Da una colpa che non ho commesso? Fossi stato io il carnefice sarei certo fuggito. Quando tutto ha avuto inizio non sono stato capace di reagire, di dire alcunché. Rimasi immobile, con la testa ovattata da un garbuglio di pensieri e preoccupazioni. Stanno parlando di me? Sono io quel Norberto? Cinquant’anni li senti nelle gambe prima che nella testa. Cinquant’anni di silenzioso ossequio a questa società, al mondo come l’ho sempre conosciuto, rispettando le leggi come ogni buon cittadino. Perché stava accadendo? Ammetto, non senza vergogna, che tutto quello che ricordo di aver pensato in quegli attimi eterni era rivolto a me. Mi stavo solo e unicamente preoccupando della mia persona. Come farebbe un colpevole, vero? Nessun pensiero a  coloro che fino a poco prima dicevo di amare. “Colpevole, colpevole, colpevole!” gridavano a gran voce. Pensai solo e unicamente a me stesso. Sono un animale anch’io, è stato un istinto di sopravvivenza, un momento in cui tutto si è escluso per preservare l’attenzione al vero e unico obiettivo: continuare a vivere. Fallimentare, certamente, non riuscii a muovere un muscolo. Solo il cuore lavorava a pieno ritmo esigendo fiumi di ossigeno per mantenersi attivo. Fino a che svenni. Mi risvegliai in ospedale legato al letto con fredde manette. Incarcerato ancor prima di essere giudicato. Mi domando che valore abbiano i processi, se siano davvero a servizio della pubblica giustizia e, se in fin dei conti siano la vera e sola giustizia che conta. Mi avessero giudicato innocente cosa sarebbe cambiato? Agli occhi di tutti sono apparso fin da subito come il brutale assassino di una giovane donna, ben più giovane di me, di cui avrei abusato prima e dopo l’omicidio. Non riesco nemmeno più a rabbrividire. Dopo le prime cure cominciò il giro degli interrogatori. Un’interrotta sequenza di immagini, prove e controprove della mia assoluta colpevolezza. Tutto spiegato nei minimi dettagli. Non avevo che da ammettere il fatto. Non fosse che proprio non mi riuscì di assumermi la colpa di qualcosa che non avevo commesso. Non mi crederete, lo so, e certamente non vi biasimo, dall’esterno griderei al vile assassino tutta la mia rabbia per un’omicidio tanto brutale. Com’è stato possibile che quegli indizi conducessero a me? Chi mai poteva volere la mia fine, come uomo e come essere umano? Essere. Oramai non lo sono più. Umano. Mi hanno privato di questa possibilità il giorno stesso che i media mi accusarono. Eppure so chi sono. L’ho sempre saputo, vantandomene. Chi di voi può dire di sapere chi esso sia? La maggior parte arranca alla ricerca di uno status sociale accettabile per potersi definire Essere Umano Vivo. Fu un percorso lungo e tortuoso, ma alla fine raggiunsi la consapevolezza della mia esistenza e la accettai con gioia e sollievo. Un uomo semplice, con una famiglia normale, un lavoro di tutti i giorni e la passione per l’agricoltura. Quanto mi manca quella vita fra ufficio, casa e campagna. La adoravo. Mi svegliavo sicuro e felice del mio posto nel mondo. In ufficio arrivavo in anticipo, svolgevo con precisione il mio lavoro e al pomeriggio rincasavo fiero del mio operato. Andavo in campagna a curare le mie piante e i pochi animali con la stessa passione dell’uomo pioniere che ha il compito di dare vita a una nuova e florida comunità. Per l’orario di cena ero nuovamente a casa aiutando mia moglie a preparare il lauto pasto che ci riuniva tutti. Con la tavola imbandita ci si parlava senza remore, confidandosi anche le grigie sfumature delle nostre giornate. Alcuni dei miei amici mi chiedevano perché non giocassi mai, nemmeno una volta alla lotteria o a uno qualsiasi di quei gratta e vinci capaci di cambiarti la vita in un singolo istante. Non per i soldi. Cosa mai avrei dovuto cambiare? Ero esattamente dove volevo stare, in un angolo di mondo in cui sguazzavo felice e sornione in barba a chi si lamentava continuamente.

C’è stato un tempo in cui anch’io bramavo di essere qualcuno, in cui la mia realizzazione come uomo nella società mi imponeva un’assidua lotta quotidiana contro l’umanità stessa. Perché per realizzarsi, così come molti di voi credono sia giusto fare, la sola cosa che conta è la realizzazione in se stessa. Non voi, non gli altri. Essere Qualcosa. Questo snatura l’uomo che diventa solamente un’impalcatura per una maschera con non vi appartiene e che, una volta indossata, vi logorerà a poco a poco.

Ricordo i miei vent’anni. Un ragazzo come tanti con in tasca il sogno di un domani migliore raggiungibile solo con sacrificio e devozione alla causa. Una generica causa. Non ero io l’importante. Non lo era la mia idea. La sola cosa che importava era la realizzazione. Inutile dire che il fine giustificava il mezzo e che ogni giorno maree di sotterfugi e tranelli venivano escogitati dai più impensabili “colleghi”. Non capii subito qual era l’andazzo di questa macchina omicida e finii per esserne risucchiato senza accorgermene. Il mio problema, al tempo, era proprio l’inconsapevolezza dell’esistenza di questo oscuro meccanismo e fu così che mi ritrovai a correre a destra a manca, faticando ogni giorno per far si che io e la mia idea raggiungessimo l’obiettivo. Ma più lavoravo più siderale diventava la distanza tra me e il successo. Perché? Perché come obiettivo avevo la realizzazione di un’idea, di un sogno in cui, per giunta, credevo ciecamente. Non mi importava di realizzarmi se non per mezzo del mio e solo mio progetto.  Capii ben presto in che orrendo mondo ero finito. Più il tempo passava e più mi sentivo piccolo. Un minuto esserino che si agitava tra i colossi della realtà che non ero stato capace di leggere e alla quale non volevo adeguarmi. Sempre più piccolo e loro sempre più grandi. Giganti oscuri che a poco a poco faticavano a vedermi, perfino a riconoscermi. Non ero più il giovane e volenteroso Norberto, ma l’insignificante piccolo e fastidioso moscerino che si agitava fra i volti corrucciati dei grandi magnati del realizzazionismo. Per un certo periodo rifiutai con tutte le mie forze l’idea che per me, se non mi fossi adeguato al trend, la strada per il successo sarebbe diventata la via più breve per lo sfinimento. Con il rischio consistente di rimanerne invischiato, costretto a una vita di stenti, convulsa e senza via d’uscita. Mi sforzavo di credere al prodigio della mia diversità e che questo, presto o tardi, mi avrebbe aperto una porticina e allora mi ci sarei fiondato a capofitto, risalendo le scale, passo dopo passo, fino alla vetta e da lì avrei guardato il mondo al mio pari e non dall’alto in basso, felice e orgoglioso delle mie fatiche. Riuscii ad uscirne. Come, per come, grazie a cosa non ve lo so dire. Mi sono ritrovato in punto e in bianco una mattina di maggio a guardare l’orizzonte mentre una sensazione nuova mi smuoveva il corpo. Cominciò dai piedi, li sentii più leggeri e poi le gambe, con i polpacci che si rilassarono e sù alla schiena, che vibrò distendendosi e poi le spalle, il collo e la testa. Chiusi gli occhi e quando li riaprii ero cambiato. Mi sono prontamente buttato tutto quel mondo degenerato alle spalle e forte dei miei studi cercai un lavoro “periferico”, dove l’ambizione e il realizzazionismo non trovavano spazio, garantendo una più che sicura stabilità. Lo ottenni in breve tempo e passai i successivi trent’anni da re. Fino a quel fatale giorno.

Questa cella è la realizzazione tangibile di quello che mi hanno costruito attorno. Un uomo come me, alla mia età, se ucciso pubblicamente non ha certo bisogno di essere messo in carcere. Anzi, con tutta probabilità queste fredde pareti mi proteggono dalla violenza effimera del civilissimo popolo ignorante. Non mi sento nemmeno di accusarli. Fanno quello che credono giusto, pilotati, comandati subdolamente dalla nostra epoca. Resta il fatto che la mia bella presa di coscienza non mi ha saputo salvare da quel mondo che ero stato capace di fuggire. Si sono ricordati di me, del piccolo Norberto, l’agitato e diverso Norberto, il laborioso Norberto che tutto fa e tutto vede e forse proprio questo andava riparato. Se solo riuscissi a ricordare quel tempo passato, se riuscissi a ricordare le loro parole o i loro volti. Se solo potessi riavere la mia vita. Se solo potesse essere un mondo diverso.

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