Senza una bussola

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Non siete mai stati marinai se non vi siete persi in mezzo al mare, con la compagnia insidiosa delle onde che si infrangono sullo scafo e che sembrano indicare una rotta, mentre il vento ulula in altre vie e sulle vele portanti costringe il timone. L’orizzonte è curvo in lontananza, una leggera linea a distanza fissa e costante da voi. Ovunque andiate. Qualsiasi direzione prendiate. Una linea immaginata, carica di significati nascosti, di sogni e speranze, a tratti tangibile e inesorabilmente irraggiungibile. Non siete mai stati marinai se non avete provato la paura di perdere la sola cosa che vi appartiene, quella vita trasognata alla quale vi attaccavate con tutte le vostre forze.

«Per andare dove?»

Nessuno l’ha mai saputo e a voi non è mai importato. Andare. Questo vi bastava. Issare l’ancora e mollare gli ormeggi che tanto un porto prima o poi lo avreste trovato. Un altro trancio di mondo dove attraccare, scendere a terra, riprendere il fermo equilibrio del nostro pianeta. Ora il cielo si fa grigio, il sole sta per tramontare e nel buio dovrete affrontare quella che si preannuncia essere una delle tempeste più violente in cui vi siete imbattuti. La sola cosa sensata, l’unica cosa che vi può aiutare è la vostra testa. La calma del pensiero, il lento ragionare non emotivo. Ma non siete ancora un marinaio. Al primo tuono, alla prima glaciale goccia che vi tocca il viso, il cuore prenderà il sopravvento. La testa non ragionerà più, mentre l’animo agirà d’impulso. Sarete perduti. Paralizzati e immobili; completamente in preda alle emozioni.

Girerete sopraffatti dal panico sul ponte di coperta. Pregherete di voler scendere, la tempesta vi ha già raggiunto e vi sta già portando a zonzo, tra un onda e un turbinìo. Non potrete agire consciamente perché ciechi e sordi. Non sarete in gradi di prendere la giusta decisione. Nella tempesta il vento e il mare guideranno l’imbarcazione nel caos della natura. Eppure voi tornereste in porto e ora sapreste anche quale. Era un così bel porto, accogliente, semplice, lì, tre le calde cure eravate oggetto d’amore. Non che non lo sapevate. Ne eravate perfettamente coscienti. Ma dentro di voi qualcosa non andava, qualcosa non va.

«Mollate gli ormeggi!»

Che ignobile gesto. E via verso la perdizione, verso la fuga come sola via di salvezza. Una scelta inutile, un tampone, ma di cui non potevate fare a meno. Eppure quel porto era così calmo. Tu eri calmo. La tua nave, il tuo carico di sogni e speranze. Eri amato. Eri a casa.

«Io non ho una casa, non so cosa sia, il mondo è il posto dove vivo.»

Adesso invece fatichi perfino a sapere chi sei; non ti riconosci nei panni della paura che veste sempre più stretta. Soffocante, angosciosamente avvolgente. Indossi il terrore all’ultimo stadio e anche quel lumicino all’orizzonte che nelle giornate più buie ti aveva indicato una pur risicata via, ora si è spento. Sei senza la tua bussola. Hai perso l’istinto che ti ha tenuto in vita fino a oggi. È solo questione di tempo e ne morrai.

Il tuo equipaggio non c’è mai stato. Ombre, che nei giorni di sole, nei cieli stellati, al chiaro di luna, tra le tinte opache delle nuvole grigie, ti facevano compagnia; allontanavano quel senso di solitudine che non sei mai stato in grado di abbandonare. Cure palliative.

«E adesso?»

La tempesta farà il suo corso, perché non sei più in grado di reagire, non la sai affrontare, non sei un marinaio, sei un uomo perduto, perso in se stesso. Quando le acque torneranno calme ti sveglierai incredulo di essere sopravvissuto, forse ritroverai la ragione, quel poco di bussola che serve, ma un dolore più grande riporterà la ragione all’oblio. Non saprai dove sei. Non saprai dove andare e ricorderai improvvisamente quel porto, quell’unico posto che hai sentito tuo. Perduto è il tuo unico grande porto.

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