L’isola

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Neverland and Captain Hook's ship the 'Jolly Roger'

Un’isola. Estremamente piccola nella vastità dell’Oceano Mare che la circondava, così minuta da apparire fragile, come se un’onda un poco più grande del normale potesse spazzarla via per sempre. Eppure se ne stava là, nel suo angolo di mondo a subire senza mai lamentarsi le intemperie e gli scherzi del tempo. Il mare la bagnava e anno dopo anno le rubava un lembo di terra o di roccia. Il mare ne era sempre stato geloso.

Era sì piccola quest’isola, ma era amata da tutte le creature marine, di cielo e di terra. I pesci narravano dei fondali sicuri, delle alghe solleticanti e di piccole baie nascoste con vertiginose cascate. Gli uccelli la sorvolavano con la certezza di ammirare il posto più bello e sicuro di tutto il mondo emerso. Si gettavano a capofitto lungo i crinali scoscesi, tra le fronde degli alti alberi secolari, rasente la verde e sottile erba dei vasti prati fioriti. Gli animali trovavano nel suo ventre materno cibo e riparo. Incappai su quest’isola per caso, un giorno non meglio definito, quando persi la rotta dopo la grande tempesta del secolo. Vi approdai titubante, pensieroso. Mi chiedevo che strana isola fosse mai questa. Così perfetta e incorrotta, così pacifica, solare, rigogliosa di vita e tranquillità. Non aveva nulla da che spartire con tutto il resto del mondo. Nulla che sembrasse minimamente simile a quei litorali antropomorfizzati, dove l’uomo ha imposto le sue regole, i suoi tempi, i suoi rigidi dettami. Scesi a terra e ne toccai la sabbia, poi la terra, accarezzai l’erba, sentii la forza dei grandi tronchi, la resistenza delle monumentali rocce. Come sbarcai un tiepido calore mi si infuse in tutto il corpo. Quale segreto nascondeva quest’isola così pacifica? Mi accoccolai al suo ventre e le sussurrai chi ero come mai ebbi fatto in vita mia. Mi sentivo al sicuro, lontano dal resto del mondo che mi aveva sempre respinto, etichettato, giudicato. Le gridai di me senza dire parola e lei, l’isola, quel piccolo lembo di terra perduto nel mondo, si strinse a me e mi accolse. Incominciai ad amarla. La mia isola, il mio porto, il mio rifugio. Mi abituai alle sue cure e al suo amore, alle sue attenzioni, costanti e intense. Quell’isola mi dava tutto quello di cui avevo bisogno. Allora perché più il tempo passava, più un ombra cupa di inadeguatezza cominciava a coprirmi il volto? Pensai che fosse per la nostra differenza. Io uomo, navigatore, sognatore e lei isola, la più bella isola che abbia mai visto. Potevo mai amare un’isola? Poteva davvero dirsi amore il nostro? Le domande che mi feci mi resero distratto, a tratti assente, beffardo delle cure e dell’affetto che l’isola mi continuava a dare. Finii per convincermi di essere una malattia. In fin dei conti io ero un uomo, il peggior nemico della natura incontaminata e mi trovavo nel suo ventre abusando di lei, prendendo dalla sua natura l’affetto, il calore e l’amore che non ho mai avuto. Ero lì per sfruttarla. O l’amavo? Si può amare un’isola? I giorni passavano e in me si insidiò e mise radice quest’idea: ero un approfittatore. Uno che non riusciva a ricambiare. Solo prendere e non dare. Se era davvero così non lo so dire, forse lo so e ad oggi è troppo tardi per invertire la rotta. La sofferenza che mi provocava sapere di essere il solo e unico responsabile della corruzione dell’isola più bella del mondo emerso mi spinse a fuggire. Pioveva, era notte, armai il mio vascello e ripresi il mare. Cercai di non voltarmi, volevo essere forte e per molti giorni rimasi sveglio navigando senza mai girare lo sguardo. Miglio dopo miglio il mio cuore cominciò a rallentare e quando raggiunsi l’orizzonte si fermò. Non morii, e di questo ancora me ne vergogno.  Dovevo andarmene, continuo a ripetermelo, ma più lo grido e più suona non convincente. Credevo che se me ne fossi andato l’avrei salvata. Restando avrei rischiato di rovinarla, di sciuparla, di consumarla. Non potevo permetterlo, non alla mia isola, non a quell’unico piccolo scoglio marino che mi abbia accolto, coccolato, amato. In molti mi chiedono se in me ci sia la voglia di tornare a quell’isola. Ho capito che non avrei voluto abbandonarla l’istante che issai l’ancora e partii.    Ebbi la convinzione di tornare, di tornare per rimanere da solo sull’isola, da solo io e lei, per tutto il resto della mia vita. Ho impostato la rotta, ma l’isola non c’era più. Ce ne sono molte di terre emerse in questo vasto mare, ci approdo, riposo. A sera guardo il cielo e prego di ritrovare la mia isola. Quella piccola, bellissima, fragile isola.

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