Diario di una fuga: scritti corsari tra realtà e finzione – Cap.2 Pannaconi

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Cap. 2 – PANNACONI

Un caldo sole calante penetra nelle vie di questo ameno paese arroccato a pochi chilometri dalla mia nuova fonte di benessere: il mare degli Dèi. Sono sceso dalla carriola a gpl da pochi minuti e la mia presenza non è certo passata inosservata. Dopo i primi sguardi di curiosità, misto tra timore e ri-organizzazione sociale, si entra nella fase di studio. Io guardo loro, le loro case, la piazza, i bar, le attività e i bimbi che qui ancora corrono per le strade. Loro cercano di capire il motivo della mia presenza, eventuali legami di sangue con qualcuno del posto. Non somiglio a nessuno, vero? Ebbene no. Sono straniero in casa vostra. Sono qui e per ora ci resto. Guardatemi, giudicatemi, scrutatemi. Non ho ancora risolto i problemi di fame e sonno. Però si sta bene qui. Semplicità. Qui si è semplici. Semplicemente liberi, semplicemente felici. Semplici. Anch’io mi sento più semplice. Che strana sensazione.
Dunque, casa in ristrutturazione, bella piazza nuova, casa in vendita, piante e gente del paese, un bar, una salita e un’insegna in lontananza. Mi avvicino. «Dal Biondo – Rosticceria e pizzeria».
«Ciao» dico.
Il locale è un corridoio semivuoto. Sul fondo un bancone con degli arancini e delle crocchette. Non vedo pizze. Non vedo dipendenti. Fuori dal locale su di una sedia di plastica un uomo sulla settantina. Mi guarda. Lo guardo. Ha occhi penetranti che sembrano leggermi all’interno. Speriamo di no. Gli rovinerei la serata.
«Ciao» mi sento chiamare dal retrobottega. Di certo non è biondo. Il titolare, o il dipendente. Mi guarda. Sa che non sono di qui. Vira l’accento in italiano e mi chiede cosa voglio.
«Una pizza farcita».
«Una teglia intera?» Mi chiede.
«Teglia?» Rispondo di getto.
Capisce che non ho la più pallida idea di come siano le sue pizze. Mi spiega. Spessa, farcita tagliata a rettangoli ripiegati su se stessi. A portafoglio.
«Allora tre tranci».
«Con?» mi chiede.
«Quello che c’è. Ho fame e ho sonno».
«Prosciutto e funghi va bene?»
«Benissimo».
«Da che hotel vieni?»
Giustamente. Come spiegare che sono qui perché avevo semplicemente fame e sonno. A 1.200 chilometri da casa. È ottobre e qui i turisti se ne sono andati da quasi un mese. Ammesso che vi siano turisti a Pannaconi. Mi vede titubare nel cercare una risposta plausibile e tradisco la mia ingenuità. Mi capisce. Semplicità. Qui è così. I fronzoli sono per le Madonne, per le sagre religiose, per i riti cittadini e le feste paesane. Non per le persone. Qui, quelle, sono vere. Semplici. E questo è strano. Bello, bellissimo. E strano. Capisce che tipo di persona sono. Non sono un nemico. Non mi guarda più con fare interrogativo. Sono dalla parte dei buoni.

«Non sai dove andare, vero?» mi chiede.
«Sono arrivato poco fa».
«Mi han detto».

Già lo sapeva prima di varcare la soglia del suo negozio. Bellissimo.

«Mangia con calma. Poi ti accompagno da “U Generale”».
Generale? Non ho capito nulla allora. Forse le cose non sono poi così semplici e rosee. Che faccio ora? Se scappo mi prendono, questo è certo. In più ho fame e sonno.
«Ecco. Tieni».

Mi porge un cartone con i tre tranci ripiegati. Uno con prosciutto e funghi, uno con tonno e cipolla e uno con i peperoni. Buoni. Mentre mangio dimentico la faccenda del generale. Che sia uno di quei paesi nel quale è meglio non mettere piede? Effettivamente non ho visto le forze dell’ordine. Che cavolo dovrò passare ora? Però è davvero buona questa pizza. Noto che le case “finite” sono davvero poche. La maggior parte è con lavori in corso da anni. Mattoni rossi, malta a vista, niente infissi, niente interni. Mi chiedo se ci viva ancora qualcuno. Che domande mi sto facendo? Ci vivono eccome. Ho visto le macchine, la gente in piazza, quelli seduti sulle sedie di plastica davanti all’uscio di casa, i bambini in bici e a piedi per le strade. Ci vivono. Ci vivono con semplicità. Non so se mi abituerò a questa cosa della semplicità. Non è così da me.
«Vieni – mi dice -. Andiamo da “U Generale”».
Bene. Ci siamo. Speriamo di superare anche questa. Ho sonno e temo di fare cavolate o di parlare a sproposito. Chi sarà questo Generale. Cosa vorrà da me. Come devo rivolgermi a lui. Che vada come vada. Ora ho davvero troppo sonno. 
Scendiamo in piazza verso la chiesa e prendiamo una stradina stretta. Arriviamo davanti a una porta spoglia in vetro satinato anni ’70 e alluminio. Nessun campanello, nessun nome, nessuna cassetta delle lettere. 
Come cazzo faccio a vedere questi dettaglio non l’ho mai capito. Sto per finire nelle grinfie del Generale, probabilmente finirò per essere il nuovo bidone dell’immondizia della Salerno-Reggio Calabria e il mio unico problema è come si fa a sapere chi vive in queste quattro mura? Ho davvero dei problemi seri. E sonno. Tanto sonno. Il mio guardiano personale picchia con il palmo della mano sulla porta. Nessun rumore dall’interno. Ancora due colpi. Un’ombra in trasparenza si avvicina alla porta. Ci siamo. “U Generale”.

La porta si apre e davanti ai miei occhi appare un’anziana signora vestita a lutto con i capelli color castano scuro (tinto) pettinati all’indietro. Occhi profondi di chi la vita l’ha vissuta giorno dopo giorno, affrontando le insidie e le sfide della vita. Grembiule rosso sbiadito. 
Un profumo di pomodoro e carne bollita mi avvolge, mentre la signora, con un leggero movimento del viso, mi invita ad entrare a sedermi. Rimaniamo soli in un salotto basso e buio. Alle pareti calendari religiosi di annate passate e sul piccolo tavolo da pranzo un’enorme Madonna agghindata a festa. Ritagli e foto di Padre Pio, santi e familiari. “U Generale” si siede sulla poltrona e mi chiede chi sono. Abbozzo semplici parole mentre lo sguardo continua a scrutare questo strano posto. È davvero un’abitazione?

«Caffè?»
«Non si disturbi» rispondo.
«E caffè sia».
Da un mobiletto vicino alle credenza nera estrae una busta di plastica strettamente annodata. La apre e ne recupera due buste di caffè. Una marca che non conosco. Mauro. E una più commerciale. Lavazza. Dosa in percentuali il misurino di una moka da sei persone.
«Così è più buono» mi dice sorridendo.
È lei “u Generale”?
«Grazie Gen…».
«Checchina. Chiamami Checchina». Checchina “U Generale”. Buono a sapersi.

Perché questo soprannome? Cosa significa? Mi parla della sua famiglia e mi dice cha ha un posto dove posso passare la notte. Il caffè borbotta. Checchina prende lo zucchero mettendolo direttamente nella caffettiera. Mescola con un cucchiaino. Versa nella tazzina che posa su di un piattino in coordinato.
«Tieni» mi dice.
«Grazie».

Che donna di altri tempi. Semplice. Come tutto qui. Una semplicità che non è trascuratezza, non è menefreghismo, non è banalità. È presenza sincera.

Mi dà un mazzo di chiavi e mi indica la strada. Sono al secondo piano di una casa vicina alla Chiesa cittadina. Più di un semplice appartamento, nello stesso spazio da me ne farebbero stare quattro. Collego la luce e la bombola del gas. Scelgo una camera e mi metto a guardare la televisione. 24.00. Finalmente chiudo gli occhi e torno a sognare.

Ore 07:00. Una sirena da contraerea militare della seconda guerra mondiale mi sveglia di soprassalto e per qualche secondo non capisco dove sono.

Cosa diavolo succede? Mi precipito alla finestra e guardo fuori. Nulla. Qualche piccolo movimento. Una signora in piazza.
«Che succede?» domando trafelato.
«Niènte. Inizia u giorno».

Mi vesto e vado al bar a fare colazione.
«Caffè e aragosta» dico.
«Come la riempie?» mi domanda la barista.
«Crema».
«Bianca?» mi chiede.
Cosa significa? Che cosa sarebbe?
«Certo».
«Ecco a lei».
Ringrazio. Mangio e vado a pagare. 1,80 euro.
«Ho preso anche il caffè» preciso.
«Sì, c’è tutto».

Semplicità. Che altro devo dire ancora? È così.

Sette rintocchi di campana grande e uno di campana piccola. Sono le 07:15.
Sette rintocchi di campana grande e due di campana piccola. Sono le 07:30.
Sette rintocchi di campana grande e tre di campana piccola. Sono le 07:45.

La sirena della contraerea militare riparte alle 8 in punto. Suppongo per i pochi che ancora non si sono destati. La gente esce di casa e le porte della chiesa si aprono. Il prete si intrattiene a lato della chiesa in attesa dei fedeli per la messa della domenica. 
Signore e signori conditi con acqua di colonia si riversano tra i lignei banchi. Mi sporgo sull’uscio e guardo dentro. “U Generale” è in prima fila. A tu per tu con il signore, e ancora non son certo di chi stia parlando con chi. Temo che l’Altissimo stia ricevendo gli ordini di giornata. “U Generale” non transige. Passeggio per la piazza e a oltre 100 metri di distanza dalla messa sento la predica infuocata e arsa di vigore del parroco. La croce posta sopra il frontone s’illumina anche di giorno e le lampade alogene vibrano sul cambio di tensione in sincronia con gli assoli vocali dell’untore di Dio.

Decido di andare a Briatico. Ho visto in lontananza una torretta lungomare vicino a un piccolo porticciolo di pescatori. Prendo la macchina e con qualche ora di sonno in più sul groppone mi accorgo delle condizioni delle strade. Sono più dei sentieri con asfalto posto a contorno di enormi buche che Roma togliti. Zigzago guardando a valle il mare farsi sempre più vicino, magnifico, rilassante. Il sole illumina la costa, il golfo, i paesi. Riscalda l’aria, riscalda l’anima. Parcheggio a pochi passi dal porticciolo e respiro a pieni polmoni l’essenza di questo angolo di mondo. Le barche sono in secca. Belle, sinuose, longilinee, colorate, ricche di avventure, storie e racconti. Storie che sono conservate nel fasciame dello scafo, sulle falchette consumate dal lavoro delle reti, sulla barra del timone levigata dai calli delle mani, nelle raschiate sulla chiglia, negli scricchiolii dei madieri. Sull’argine anziani e pescatori si raccontano la settimana. Poche parole dentro un dipinto infinito.

Mi brucia lo stomaco. Ho una strana sensazione. Proprio sotto lo sterno lo stomaco subbuglia. Inizialmente è come un tepore. Poi si fa calore intenso. Ci penserò più tardi.

Ritorno in paese. La messa è finita e incrocio Checchina. Mi invita nuovamente nel suo quartier generale. C’è ancora chi mi guarda. Non tutti hanno avuto il tempo di recepire l’informazione. Sanno che sono in paese. Ora sanno anche chi sono e da chi sto. “U Generale” è una garanzia.
Mi siedo sulla medesima sedia del giorno prima e la Madonna ancora mi guarda, mentre la moka, con medesima danza, torna sul fornello. Questa volta riesco ad averlo amaro. A me piace così. 
Mi trovo tra le mani un paio di cotolette panate, un pugno di riso e una mela.

Ringrazio, saluto e vado verso casa. Lo stomaco mi duole, è infiammato. 

Me ne frego, faccio riso e cotolette panate. Innaffio il tutto con una birra ghiacciata. Mezz’ora e me ne pento. Ho lo stomaco sottosopra. Non riesco a vomitare. Non mi resta altra scelta. 
La farmacia più vicina è a Vibo Valentia. Ma è domenica e dovrò trovare quella di turno.

Parto e in pochi minuti di ottovolante in mezzo a dune montane, olivaie, case abbandonate, pilastri in cemento, villette e paesini arrivo a Vibo. C’è più vita nel Sahara.

Una camionetta militare. Mi guardano.
«Ho già dato con la Finanza, scusate» anticipo.
Nulla. Non mi considerano.

Cerco una farmacia, ma finisco solo per seguire le grida di 180 convitati a un battesimo in Corso Umberto. La vita che si fa cibo, un mantra da queste parti. Imposto “Farmacia di turno Vibo”.
Seguo Google Maps. Chiusa. Sulla porta le indicazioni per la “vera” farmacia di turno.
Da una macchina mezza scassata, tanto da far sembrare la mia carriola un lusso a quattro ruote, esce una voce roca.
«Serve aiuto?» mi chiede.
«No grazie» rispondo continuando a cercare sul dispositivo mobile la nuova posizione di questa fantomatica farmacia “Da Pino”.
«È sicuro?» Domanda l’auto.
«Sicuro» rispondo.
«Se ha bisogno, chieda».
«Faccio da me».
Un biip di troppo pone la tecnologia in arresto. Batteria scarica. Perduto.
La portiera si apre lentamente cigolando. Bene, ci siamo. È la fine. Arroganza chiama violenza, ed io sono stato decisamente scorbutico in una città apparentemente abbandonata in quello che è un primo pomeriggio di una domenica di metà ottobre. Cazzo di karma. 
Lentamente si mostra un uomo sulla sessantina, alto e robusto. Mi guarda.
«Da Pino?» chiede.
Annuisco e deglutisco.
Mi spiega come arrivarci e si offre di portarmi in macchina non prima di essere andato a comprare del gelato. Rifiuto. È tutto chiuso. Non voglio sapere cosa significhi “gelato”.

Riprendo a caminare verso la sommità della città. Percorro via Roma in direzione del Castello. Ritorno in via Umberto, saluto i militari e arrivo nella piazza segnalata. Tutto chiuso. Farmacia compresa. Mi viene lo scrupolo di controllare la bacheca. Mi avvicino.

Che sta succedendo? Nel buio della farmacia scorgo un uomo all’interno, con il camice bianco, che da dietro la vetrina guarda alla piazza fissando i movimenti circostanti. Arrivo alla saracinesca e cerco qualche informazione utile.

Che ci fa un uomo, un farmacista, vestito da lavoro in una farmacia chiusa con le luci spente? Lo stomaco mi duole, dannazione.
«Serve aiuto?»
L’uomo di prima, ora, mi parla a 10 centimetri dalla faccia attraverso la saracinesca, con sguardo fisso e una voce calma e profonda.
«Ha bisogno di qualcosa?» Insiste.
Come posso rispondere a questa farsa teatrale? È vero tutto questo? Ecco che i miei demoni riprendono le redini del gioco. Si impossessano della mia salute (non più salute) mentale. Fanculo. Milleduecento chilometri e non è cambiato un cazzo. Neanche con il mare.
«Per favore – torna a parlare l’uomo, fermo e retto, da dietro la saracinesca completamente chiusa, non fosse per una fessura che ne mostra il volto al buio -, le serve qualcosa?»
«Ho mal di stomaco» provo a rispondere.
«Lo ha spesso?»
«No».
«Ne è sicuro?»
«Sì».
«Mentire non le fa bene».
Che la vita ti fulmini. Sei tu quello dietro una saracinesca, nascosto alla vita come se da un momento all’altro un’Alfa blu dovesse sbucare da dietro la curva con due loschi individui seduti sui sedili anteriori che ornati di mitraglietta devono togliersi lo sfizio di rifarti la dentatura.
«Ho mal di stomaco, un po’ di reflusso. Ho mangiato pesante o ho preso freddo. Nulla di complicato. Nulla di eccezionale. Se ha qualcosa che mi possa dar sollievo, ben venga».
«Malox» mi risponde.
«Va bene».
«Vuole il Malox?»
«Sì».
«Controllo se ne abbiamo ancora».
Sparisce per minuti interminabili nel buio del proprio esercizio, per fare capolino dalla feritoia con una confezione e uno scontrino già battuto.
Non faccio domande, pago e deglutisco due pasticche.
Torno alla macchina e decido di tornarmene a Pannaconi con la consapevolezze che quel che ho appena ingerito non mi farà certo bene. Quello non era un farmacista e chissà cosa mai significherà Malox in questa terra.

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