Diario di una fuga: scritti corsari tra realtà e finzione. – Cap. 3 Miti

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Senza alcun ricordo della nottata precedente mi sveglio sul terrazzo prima dell’allarme cittadino che militarmente scandisce le attività della giornata pannacunota strillando alle 07:00, alle 08:00, alle 12:00 e alle 17:00.
Lunedì. Dovrei essere circondato da montagne nel fresco autunnale in attesa di racimolare qualche notizia tra i fondi del caffè o in una qualche bettola tra Campari e prosecchi. Ho silenziato il telefono.
Perché non l’hai spento? Non so. Sì che lo sai. No davvero. Ragiona. Credo… Vedi che lo sai? Perché voglio vedere a quanti non frega un cazzo. Quanti se ne accorgeranno della mia assenza. Quanti si preoccuperanno delle non risposte, dei mancati accessi su whatsapp, dei post non pubblicati, del lavoro in arresto totale. Quante chiamate perse ho già collezionato? Trentanove. Nessun allarmismo per ora. Peccato. Speravo di dare maggiori insoddisfazioni. 
Ho voglia di fare qualcosa. Voglia di contatto umano coinvolgente e avvolgente.
Sono in piazza. Le campane battono le nove. Ting, ting. E mezza.
«A Franco, iisti o mercato i Vibbu Marina?» grida un anziano in piazza a un signore in sella a una vecchia panda di ritorno in paese.
Vado alla carriola e parto per Vibo. Il mercato è ancora in fase di allestimento. Semplicità e calma. Nessuna fretta, nessun tempo prestabilito, nessuna ansia da prestazione. Le bancarelle iniziano l’allestimento a metà mattina mentre i paesani, senza la pressione del ticchettante incedere del tempo, s’immergono tra le viuzze. Tra vestiti, pentole, accessori per la casa e frutta e verdura dai colori freschi, carni, pesci e formaggi, quello che noto è che non ci sono prezzi. Non servono. Si fa a voce, si contratta. Ci si insulta amichevolmente per 30 centesimi di differenza.

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Mercato di Vibo Marina

Entro in un bar locale che si atteggia a caffetteria torinese. Deve aver aperto questa estate per la stagione e aver fatto la soddisfazione di chi qui viene a sfoggiare il proprio riposo, dimenticandosi poi questi luoghi fino alla prossima stagione.
Perché ti sei seduto qui? Non è da te. Dov’è la bettola, il bar di paese che brami in ogni angolo di mondo. Quello trasandato, ma onesto. Ti sei infighettato. Ti senti straniero vero? Sei fuori luogo. Sei un pallino rosso in un mare blu. Sei fuori contesto. Stai cercando casa a 1.200 chilometri. Chissà cosa direbbe Freud.
«Caffè» chiede un signore del posto.
Allora forse non è un bar turistico.
«Uno anche per me» chiedo.
«Eccoli».
Le due tazzine vengono poggiate con bicchiere d’acqua sul banco di marmo.
L’uomo estrae alcune monetine dalla tasca e le porge alla proprietaria.
«Mancano 20 centesimi» dice la signora all’uomo.
«Quanti? – grida spaesato – adduvi avia u leju u prezzo? Chista è a prima e l’ultima vota chi vegnu ca’».
Un euro a caffè. A me sembra quasi poco. Qui sembra molto. Effettivamente fino a questa mattina l’ho sempre pagato 80 centesimi. Vallo a capire il perché di certe cose.
Pago.
Chiudo gli occhi e mi faccio trasportare dagli odori, dalle liti di compravendita. Profumi e aromi che da me, piaccia o meno, non si sentono. Abbiamo frutta e verdura di plastica. Al massimo prodotti bio in confezioni di plastica, in cartoni avvolti nel cellofan. O in sacchetti di carta dove mettere pomodorini bio a novembre. Qui la verdura la tolgono dalle macchine con la terra ancora addosso poggiandola su tavolini improvvisati.
Ho sete e fame. Mi guardo il porticciolo. Che mi mangio?

Mi sento troppo estraneo. Me ne torno in paese.
U Generale mi aspetta in piazza. Mi invita a pranzo. Carne al pezzo, polpette, pasta, formaggi, salumi e vino “genuino”.
«Allungalu ca Fanta ca’ iè più pulito».
Qui è tutto “pulito”. Ho capito da poco che significa. Anche perché di monnezza, a lato strada, nelle piazzola di sosta, attorno ai cassonetti, nelle campagne, ce n’è, e non è certo idea di pulizia quella. Come si può fare questo a sta terra. Abbiamo tutti i nostri demoni. Quali sono i miei? Non mi va di pensarci. Che sia quello il motivo del mio viaggio? Proprio non ricordo per quale ragione ho affrontato 1200 chilometri.
Mangio al cospetto della Madonna. Quella non si può toccare. È lì.

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Madonna

«Ci protegge» spiega Checchina.
Da chi o da cosa non lo so. Non mi va nemmeno di chiedere. Io con le Madonne non sto proprio a mio agio. Di Santi non parliamo. Tutti abbiamo i nostri demoni. Che ognuno faccia come meglio creda.
Il sole è alto. In casa è fresco il giusto. Ho voglia di vedere altro.
Salgo nuovamente in macchina. Dove vai? Non lo so. Al mare, credo. Vai a sud. Più a sud di così. Segui la dannunziana memoria. È un’idea. Mi immetto nella Salerno Reggio Calabria direzione Reggio. Vediamolo questo chilometro di mare più bello d’Italia.
Dal mare alle colline sugli altopiani calabresi. Dal secco all’umido. Dal mare alle terre.
Un pezzo di autostrada è sottoposto a sequestro preventivo. Giusto per rovinare ancora un po’ le belle impressioni di questo mondo. Bisogna conviverci suppongo. Con cosa? Con il lato felice e quello infelice, con la gioia e la tristezza, con gli alti e i bassi. Per bella che possa esser una cosa, la si può sempre vedere sotto una luce diversa che ne evidenzia le crepe, le fratture, le brutture. Il lato buio, nero, cupo. Mister felicità. Che cazzo di pensieri quando uno guida. Eppure è vero. Guarda sta terra. La varietà di paesaggi, di ambienti, di colori, sottoculture artigianali, agricole paesane. Un patrimonio archeologico e storico inestimabile. La monnezza è per strada, le strade so sotto sequestro, la aziende chiuse, la case disabitate, la Calabria si svuota di forza umana sotto il peso del progresso delle città e delle città del nord. Il nord. Il sud. L’Italia. Quanto è complesso l’equilibrio. Ci serve davvero? Ci serve che ci sia una sproporzione verso il bello? So che lo vogliamo; ma serve. Ne siamo sicuri? Cosa cambia se le due metà fossero equiparabili o se il lato negativo pesasse di più. Toglierebbe bellezza al magnifico? Sparirebbe lo stupore? Avrebbe meno valore il sublime? Non credo. Guarda che posti. A me basta questo. Nel bene. E nel male.

Parcheggio sul lungomare. Lungo, largo, bianco. Da un lato palazzi maestosi nel mezzo un verde “marino” dall’altra il mare, lo stretto la Sicilia. Non me la ricordavo così vicina. È lì. Chiama anche lei. Mi guarda e mi sorride dal di là. Cammino nel candore. Non c’è nessuno. Pochissime persone. Ciao Sicilia, come stai? Qui ora, in questo istante, tutto bene. Tu? Al solito vero? Comunque grazie di sorridere sempre, ogni volta che ti vedo. Ciao Stretto! Ti trovo bene. Prossimamente passo, promesso. In barca certo. Salutami punta Faro.

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Reggio Calabria, perpendicolare tra Corso Umberto e Lungomare; sullo sfondo la Sicilia

Reggio ti inonda con la sua storia, con la sua ricchezza non ostentata, anzi privata da secoli di invasioni e saccheggi. Corso Garibaldi, via commerciale, si fa maschera moderna di una città che sa essere matrona, che si rende giovane per i suoi cittadini, senza tradire se stessa, rimanendo seduta, per merito proprio, su di un millenario scoglio che echeggia la Magna Grecia, i fasti e nefasti che da allora l’hanno resa fiero vessillo del sud Italia.

«E la sua voce come di cane spoppato di fresco;
ma più terribile mostro di questo non c’è; né veruno
s’allegrerebbe a incontrarlo, neppure se fosse un Iddio.
Dodici piedi ha questa; ma niuno le serve al cammino;
ed ha sei colli, lunghi, lunghissimi; e termina ognuno
con una testa orrenda; e quivi, tre file di denti,
fitti s’addensan, molteplici, pieni di livida morte.
Sta rimpiattata sempre nel mezzo del concavo speco,
e solamente sporge la testa dal bàratro orrendo.
Quivi alla pesca sta, spiando allo scoglio d’intorno
cani di mare, o delfini, o quale altro mostro più grande
possa ghermir, che a mille nutrisce Anfitrite sonora.
Né si potranno mai dar vanto i nocchieri, che illesi
siano sfuggiti ad essa; perché ciascheduno dei capi
stende, e ghermisce un uomo dal grembo alle cerule navi». (Odissea – Omero)

Ci spero sempre. Mi piacerebbe trovarmi faccia a faccia con un mostro marino. Benvenuti a Scilla.

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Mostruosamente affascinante. La baia, le case in riva al mare. La rupe che s’inerpica come un serpente in allerta a dominare fiera lo Stretto, guardando Cariddi di là dal mare. Il Castello.
Di meglio solo la Tirrena. Ss 18. Sinuosa. La carriola carezza i seni costieri della Donna Calabria. Il sole cala a ovest e tinge il mare di riflessi impreziosendolo di gioielli d’orati sul pelo dell’acqua. S’illumina la costa mentre la strada s’inerpica su paesi arroccati a dominare il mondo e l’orizzonte. Lo sguardo si perde oltre.

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Tutto questo senza neanche un doppio rum. Forse mi è rimasta una lattina. Cerco sotto i sedili e trovo una birra. Calda. Va bene uguale. Troppa bellezza mi intimorisce. Attraverso luoghi, semplici, puliti. Gente di tutti i giorni. Turismo zero. Paesi che vivono nella loro intimità a tu per tu con l’infinito. Li guardo e me ne innamoro. Li guardo e li vorrei vivere. Li guardo e vorrei farli miei, abbracciarli al tramonto, con le mani ai fianchi, carezzarne il corpo, i seni, baciarne il collo, voltarli a me, guardarli negli occhi baciarli e denudarli. Fare l’amore. Nudi. Qui. Tra i loro seni. Nudi, semplicemente appassionati.
Vivi.

«Trovarsi qui è una sorta di resa spirituale. Vediamo solamente quello che vedono gli altri. Le migliaia di persone che sono state qui in passato, quelle che verranno in futuro. Abbiamo acconsentito a partecipare di una percezione collettiva. Ciò dà letteralmente colore alla nostra visione. Un’esperienza religiosa, in un certo senso, come ogni forma di turismo. Seguì un ulteriore silenzio. […] Abbiamo letto i cartelli stradali, visto la gente che faceva le sue istantanee. Non possiamo uscire dall’aura. Ne facciamo parte. Siamo qui, siamo ora. Ne parve immensamente compiaciuto». – Rumore Bianco, Don DeLillo

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