Diario di una fuga: scritti corsari tra realtà e finzione. – Cap. 4 Foodporn

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Il sole tramonta sulla Tirrena e la costa muta. O è il mio umore. Le ombre si fanno più lunghe e distese, ingorde si mangiano la luce calda del pomeriggio. Fuggo. Ancora. Sono in continua e perenne fuga. Lo sai che non si può scappare da te? Lo so. Che fuggi allora? Mi piace l’idea di poter stare sempre nella calda luce del pomeriggio, coccolato dalla saggezza del giorno che si accinge ad andarsene. Come quando si diventa consapevoli che è quasi giunta l’ora di salutarsi e subito si inizia a ricordare con melanconia le ore, i giorni, gli anni, i minuti passati insieme. Più esperto. Più meditativo.
Sei un falso. Davvero, vorrei potermi sedere e guardare avanti al tramonto su di una scogliera a picco sul mare.

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Più consapevole del passato e meno terrorizzato dal domani. Più conscio di me. Le ombre si fanno ancora più intraprendenti e iniziano a lambire la carriola che arranca in questo saliscendi costiero. Davanti a me la luce. Io, invece, sono di nuovo immerso nel buio. Libero di muovermi nel lato oscuro che copre e nasconde. Avvinghia. Fermo la macchina a lato strada. Ho bisogno di respirare. Mi sento affannato perché improvvisamente la mente inizia a elucubrare all’impazzata sul domani, sull’ignoto, sulle mie insicurezze. Aria. Mi serve aria. Scendo di scatto e mi appoggio sfiancato al ciglio della strada. Faccio respiri veloci e affannosi. A poco a poco riesco a rallentarli, a regolarizzare il fiato e mi sembra di ricordare perché sono arrivato fin qui. Almeno un motivo. Avevo fame.
Ho fame. Guardo l’orizzonte e l’ultima lama di luce che fende il mondo. Decido che per oggi, ancora, resisterò e camminerò nelle tenebre. Lo sai fare bene. Lo sai fare da sempre. Mi dirigo in paese. Parcheggio. Vado verso casa, attraverso la piazza. Sulla destra seduti su panchine di cemento sotto alcuni alberi ci sono degli anziani che mi guardano. Strano. Ormai dovrebbero sapere chi sono e che ci faccio qui. Forse sono comunque troppo insolito per loro. Può essere. Da fuori non mi fiderei di me stesso. Mi terrei d’occhio. Guardo verso casa di Checchina. Vado a trovarla. La porta è aperta, spalancata, protetta da una sedia messa nel mezzo dell’uscio. Sento una specie di nenia in sottofondo. Chiamo. Non mi risponde. Varco la soglia e me la ritrovo innanzi seduta in salotto sulla sua comoda poltrona con le luci spente e il rosario in mano in totale immersione religiosa. Mi siedo al suo fianco e la osservo. Nel suo volto con occhi chiusi è riflessa tutta la forza della fede. Ostentata, così radicata il lei da permearla in ogni sussurro. Preghiere che si espandono in tutta la stanza, la riempiono, la fanno sua. Sono le proprie buone azioni per gli altri. È il suo modo di fare, è protezione per i figli lontani, i nipoti, gli amici, i conoscenti. Si accorge di me e senza problema alcuno poggia il rosario sul tavolo sotto il diretto controllo visivo della Madonna. Mi sorride. Mi accarezza in volto mentre mi chiede come e va e cosa ho fatto. Contemporaneamente inizia la danza del caffè. Me lo bevo volentieri. Mi dice che alcuni suoi parenti sono curiosi di conoscermi. Non sono parenti diretti. Di questo son certo. Che grado di parentela, sotto che forma, per via di chi, mi si chiede troppo. Capisco un 60 – 70% di quello che U Generale mi dice. Parla rispondendo a frasi che non capisce del tutto e lo fa in perfetto calabrese. Troppo perfetto per uno che mangia speck e polenta. A complicare il tutto il fatto che si mette a ridere a ogni metà della frase, quasi fosse una virgola o una congiunzione.
«Mi farebbe piacere – rispondo a Checchina in merito all’invito di andare a cena da questi suoi parenti -. Quando? Domani?»
«Sta sera» mi dice.
Perché rimandare. Mi indica la strada. Bevo il caffè e me ne vado a casa. Si cena tardi. Alle 20.30 raggiungo l’abitazione. Suono. Niente. Suono. Ancora nulla. Sto per andarmene quando la porta scatta. Entro e salgo le scale. Mi ritrovo in un’ala della casa fatta appositamente per accogliere amici, parenti e, a quanto pare, forestieri. Tutti volti sorridenti e mi sento meno al buio, anche se un po’ intimorito. Mi guardano, sanno chi sono. Sono curiosi e io di loro.
Chi è chi in questo gioco di sguardi? Sarò io la belva ammansita dietro le sbarre in mostra allo zoo o lo sono loro? Sono io il visitatore in terra straniera che osserva in contatto ravvicinato tutto questo splendore accattivante e sconvolgente o sono loro che hanno colto l’occasione per portare al centro della tavola un esemplare raro e fuori stagione di ominide del nord? Un po’ come si faceva, o si fa, ai ranghi alti della società con gli animali esotici e le opere d’arte d’inestimabile valore. Chi è chi?
Mi siedo su una sedia di una lunga tavola. Ci si potrebbe stare in venti. E non è nemmeno aperta. La si può allargare ancora un po’. La tavola non è imbandita anche se sento un odore invitante provenire dai fornelli e dal forno. Pochi secondi e al posto del centrotavola si palesa una semplice tovaglia piatti, posate e bicchieri.

«Grazie» dico.
«Mi guardano straniti. Hanno le facce perplesse. Probabilmente non si ringrazia per avere ricevuto un piatto vuoto e un paio di posate pulite. Men che meno per un bicchiere arido. I padroni di casa aprono il frigo, gli armadietti, vanno in cantina, nel ripostiglio, sul balcone e in ogni dove per fare ritorno armati fino ai denti di alimenti fatti in casa. Formaggi e salumi in varietà e sfumature di indimenticabile passione. Tagliano fette armoniche che danno risalto alla lavorazione di chi il campo l’ha coltivato, l’animale allevato, il prodotto lavorato con la sapienza del passato che si fa materia succosa, gustosa e prelibata. Un’iniezione di cultura papillare, gustativa e olfattiva. Per non dire tattile e visiva. Gli aromi e i gusti si mescolano nel mio palato in alternati voli pindarici. C’è la ’Nduja, il salame, la schiacciata calabrese, la coppa, il pecorino crotonese e la provola calabra. E poi il pane “tostu”, la frisa e ancora il pane “moju”. I coltelli e le forchette saettano e stridono sui piatti di porcellana e dentro i cocci di vetro. Ci sono melanzane crude sott’olio, pomodori secchi, olive fresche in salamoia. Per dissetare il tutto un ottimo vino fatto in casa e imbottigliato nelle più classiche bottiglie verdi che si trovano in tutte le cooperative agricole d’Italia. Ogni morso una chiacchiera, un commento, una discussione. Le voci s’incrociano, si accavallano rispettandosi. Mai s’accendono in personalismi, mai si ergono in babeliche torri di protagonismi e arroganze. Una battuta e subito una risposta, accompagnata da una riflessione, suggerita da un pensiero. Le voci s’intrecciano e non si è più singoli che comunicano, ma un’unico corpo ebbro e festante, ingordo e mai sazio, che si fa voce sincera, forse incoerente, non presuntuosa e certamente libertina in questo magico luogo che è la tavola al sud. Dalla padella alla tavola alcune patate accompagnano nuovi discorsi, mentre un polpettone casereccio fa il suo ingresso a tradimento proprio quando lo stomaco soppesava la codardia della resa.
«Una fetta, grazie» dico con rispetto, sforzandomi di controllare il volume della voce, resosi variabile per l’ingente mole di vino e per il chiacchierare spontaneo. Lo stomaco valuta la resa incondizionata. Nel piatto volano quattro fette condite da un «se ne vuoi ce n’è ancora» di calabro calore che più che una gentilezza appare, almeno al momento e così di primo acchito, come una condanna. Un’esecuzione che non arriverà perché il verbo distende, allunga il tempo e lo spazio, lo stomaco si adegua, il ritmo si fa più lento. Non è un pasto celere o una cena in un ristorante con l’ansia di arrivare al dolce prima che scocchi “la mezzanotte ristorativa” quando poi, quelle cazzo di tavole agghindate a palcoscenico culinario, tornano ad essere teatri dal sipario abbassato in una periferia suburbana dimenticata da Dio. Non ci sono condizioni, ne regole. C’è solo un’energica unione e presenza. Una carica energetica fatta di umano, caldo, avvolgente, normale rapporto umano.
È solo il figlio di Ipno, Morfeo, a mettere un punto e virgola alla serata. Una chiusa non troppo decisa. Le palpebre cadono e le membra bramano riposo. Ci si saluta, ebbri, soddisfatti, sazi, in piena estasi. Il che crea un leggero problema al risveglio. Il ricordo della sera precedente è ancora lì vivido come un sogno lucido. Mi alzo e sento che non mi va una normale colazione. Non mi va nemmeno di stare in casa o al bar per un normale caffè e cornetto. Voglio la caciara, voglia la condivisione, rivoglio quello che è successo. Me ne vado in macchina. Direzione ignota. Seguo le strade un po’ come capitano. Mi faccio condurre dai nomi dei cartelli stradali. Quando ci sono. In alternativa la direzione me la indica la strada al bivio che mi intriga di più. O che almeno sembra condurre in un qualche luogo. Finisco in una piccola cittadina a una ventina di chilometri da Pannaconi. Mi fermo perché davanti a me c’è un’enorme mercato. Parcheggio e mi immergo tra la folla, tra gli odori, tra le grida, tra i colori e tra gli aromi di queste leccornie. Un odore in particolare mi attrae più di altri. Mi faccio fare un bel panino con mortadella fresca.

Mi siedo sul marciapiede e guardo le gambe dei presenti trotterellare avanti e indietro. La mortadella fresca alla mattina mette la giornata in discesa. Prendo un po’ di località tra una bancarella e l’altra. Rincaso e anche se l’ora non è tarda apro tutta la spesa sulla tavola. Taglio un paio di fette di pane locale e ci metto sopra un po’ di spianata e della provola calabra. Mentre smozzico immergo le dita nelle olive condite e ne mangio in quantità. Ogni morso un’estasi culinaria. Con la pancia alleggerita me ne vado a fare il bagno al Paradiso del Sub. Un posto che mi è stato indicato da un anziano in piazza. Faccio fatica a trovarlo, non tanto per le indicazioni in calabrese stretto, quanto perché l’unico modo per raggiungere la spiaggia è un sentiero molto stretto che parte tra le mura di confine di due villaggi turistici. Senza indicazione alcuna.

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Paradiso del sub

Scendo lungo la costiera vertiginosa e mi trovo in un susseguirsi di micro baie dai colori accesi. Un mare cristallino dall’azzurro al blu. Un vero e proprio paradiso. Unico. Incredibilmente selvaggio. C’è pochissima gente e mi sento un tutt’uno con la natura. Non resisto e mi spoglio, nudo. Mi tuffo. Si sta bene qui nell’acqua. Si è sazi, coccolati, avvolti da una pace eterea, rassicurante. O forse no. Li sento nel profondo i dubbi, le pressioni, le agitazioni. Ci sono e premono per uscire. Forse proprio perché sono più calmo.

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Il sole se ne va anche oggi e l’ombra mi invita a rincasare nuovamente. Per strada incontro il padrone di case che mi ha ospitato la cena precedente e mi invita nuovamente promettendo i fiori del proprio mare. Potrei dire di no. Fossi pazzo e irrecuperabile. Mi presento per le 21 e l’ambiente si fa nuovamente magico, conviviale, divertente, incredibilmente festoso, alcolico; unico. Volano vassoi di insalata di mare fresca, seguiti da filejia fatti in casa ai frutti di mare. Una pasta tipica calabrese che incontra e danza con il pescato del giorno. Metà dei gamberoni del Tirreno si stanno “rosando” in forno. Semplici. Cottura a media temperatura. Il tepore sprigiona il mare calabrese e in bocca è un fluire di sensazioni uniche. Nostalgiche memorie tra vissuto, sognato e l’attimo presente.
Cene d’emozione che impongono sveglie altrettanto suggestive. Me ne vado a Capo Vaticano, all’alba. Resto fino a sera spostandomi di spiaggia in spiaggia, cala dopo cala. Mi immergo, mi tuffo, cammino. Guardo in lontananza la più sublime delle linee, l’orizzonte.

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Così sottile, impercettibile e irraggiungibile, eppure così pregna di significato. Luogo simbolo, raccoglitore di sogni e speranze. Un non luogo così neutro da avere in se stesso la forza di resistere alle fiabe più truci, ai sogni infranti, crollati sotto il peso del tentativo o a quelli sbriciolati dalla secchezza del tempo perso in attesa del tempo giusto. Qui stazionano i successi e gli insuccessi, le fatiche pensate e quelle affrontate. In questo minuscolo inconsistente spazio di mondo è racchiusa la storia dell’umanità. Ho voglia di storia, tangibile, fisica, fatiscente, ma ancora stoica. Tropea.

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Tropea antica

Senza turisti è pura poesia. Qualche rada macchia di latte tedesca passeggia per il viale principale, ma nelle vie vere, quelle che la storia di Tropea l’hanno fatta è tutto un silenzio narrante. Si ode chi vi vive, i sussurri che dalle finestre, dalle porte e dai cancelli ti fanno compagnia come porzioni singole di guide locali. La rocca vertiginosa su di un’acqua cristallina.

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Tropea – Santuario di Santa Maria dell’Isola

Capito in un ristorante di pesce. Quattro tavoli al chiuso. Mi metto fuori, in strada, in una piccola corte. Altre 10 tavolini, nulla di più. Sono prima di tutto pescatori. Gente semplice. Pesce unico. Inizio da un freschissimo polpo con patate e olive seguito a ruota da una paranza del giorno. L’invenduto dell’alba diventa il cuore pulsante di questa vera osteria di mare. Per dolce un polpo al sugo.
Innaffio tutto con litri di vino bianco e mi lascio trasportare da tutto questo complesso e intrecciato ecosistema emotivo.
Una panchina, il cielo stellato e le palpebre che si chiudono.

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