La meraviglia

Racconto breve emozionale

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Emozione: come quando le renne di Babbo Natale lasciano le impronte nella farina appositamente sparsa da mamma e papà sul piccolo terrazzo e il regalo sotto l’albero non ha più importanza perché tu hai la prova che Babbo Natale esiste per davvero.

di Leonardo Omezzolli

Ora ricordo cos’è la meraviglia. Non è la magia di un istante sull’ignoto. È molto di più. Ha a che fare con l’infanzia, con la scoperta del mondo e si lega a quell’essere bambini che non è solo giovane, giovanissima età. È conoscenza. È il nuovo che ti permea, che si fa informazione solida e che ti impone nuovi quesiti. Quella giovane mente così malleabile non genera ostacoli, non si irrigidisce su posizioni, su timori frutto di un’esperienza. Ecco, la meraviglia è inesperienza che bramiamo di colmare. La meraviglia è vita quando siamo bambini. Succede che ce la dimentichiamo a poco a poco crescendo. Quando gattonando, camminando, correndo, ci facciamo strada tra i rovi di spine di rose disseminati lungo il sentiero della vita. Piccoli graffi, ferite più o meno profonde che si rimarginano del tutto o che sanguinano per anni e che impariamo a curare con semplici regole. Sì, ci diamo noi stessi delle regole. Paletti. Principi. Ci illudiamo che questa sia una scelta libera per la libertà di essere noi stessi. Liberi. Come no… Creiamo il nostro carattere e con quello ci facciamo scudo delle insidie. Incaselliamo il nostro cammino in protezioni pesanti e sempre più limitanti. Evitiamo luoghi, persone, accenti, modi di fare e di agire perché in questi ci siamo feriti, abbiamo sanguinato, sofferto, pianto. Ci siamo arrabbiati e disperati. E Dio solo lo sa quanto tutto questo ci ha fatto male. Poi la morte. Anche. Arriva all’improvviso. Prima un piccolo animale, poi un nonno e ancora un animale. La mamma o il papà. Il tuo compagno di banco. La tua ragazza, tuo marito. Ogni volta fa più male di prima. Perché? Perché ci siamo irrigiditi. Avevamo creato nuove barriere, nuove leggi per sopravvivere. Sopravvivere. E non vivere. La meraviglia non è creatura adatta alla sopravvivenza. Essa è leggera, fragile e mutevole. È l’essenza di vita libera e pura. È un continuo divenire. Ecco un divenire non indirizzato, non precostituito, non adatto a seguire un tracciato. La meraviglia si muove a modo suo, imprevedibilmente affascinante, sfuggente ed eterea. 

Anch’io sono cresciuto, lo ammetto, finendo per trasformare i sogni da bambino in quelli di un adulto. Li ho snaturati, privati della materia di cui sono fatti i sogni. Li ho trasformati in progetti. In cose difficili da realizzare ma fattibili, perfettamente raggiungibili seguendo le regole della mia personale vita. Anche i sogni vanno a fanculo crescendo, come la meraviglia. O forse no. 

Credo di dovermi ricredere. Mi è bastato non aspettarmi nulla. Smettere di cercare di stupirmi. Mi è bastato alzare gli occhi al cielo senza pensare a nulla. Mi è bastato scrutare le stelle e pormi per la prima volta da anni una piccola domanda. «Cosa c’è dietro, in quel nero, cupo, scuro infinito?» 

È successo mentre stavo guardando la luna con il mio nuovo telescopio newtoniano. I mari, le vette, la percezione della riflessione della luce del sole, la rinnovata concezione di tridimensionalità nell’infinito dello spazio. Poi le reminiscenze scolastiche, le letture fantascientifiche e la mente che da sola si lascia andare. Niente barriere, nessuna legge guida personale a indirizzare il cammino. Le ferite non si sono fatte vedere, non si sono fatte sentire, non si sono presentate. Dietro la luna Marte, piccolo nel mio oculare. Rosso. «È rosso!» Avrei voluto gridare al mondo alle 01:00 della mattina. Forse l’ho anche fatto. Ero tornato meravigliato, voglio dire, lo sapevo scientificamente che Marte è il pianeta rosso, però, l’ho visto, era il mio occhio, anzi, meglio, era il mio me meravigliato che tra guerre stellati, mondi inesplorati, infinite creature e loop spazio-temporali lo aveva visto, cazzo, rosso a soli 60.590.630 chilometri di distanza. E tutto sommato non era nemmeno così distante. 

Ho preferito la luna alla fine. C’è una piccola valle tra la catena degli Appennini e il mare Serenitatis. Devo dire che qui mi trovo bene. Mi piace guardare la Terra da quassù. A tratti sento la mancanza della frenesia umana, dell’irrazionale intreccio delle razionalità autocostruite.

Non mi va ancora di tornare, io e Meraviglia ci fermiamo un po’. Stiamo cercando di capire cosa c’è dietro quel nero, cupo, scuro infinito.

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