Erdkunde – la Geografia di Carl Ritter

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Narrat te rumor, Chione, numquam esse fututam
atque nihil cunno purius esse tuo.
Tecta tamen non hac, qua debes, parte lauris:
si pudor est, transfer subligar in faciem.
(Marziale Epigrammi, I, LXXXVII)

Avevo scritto questo articolo nel 2015 per Shackleton Blog, un progetto molto interessante naufragato per gli impegni pressanti di chi faceva parte di quel piccolo ristretto gruppo di menti pensanti (me compreso). Al tempo ne feci un discorso che cercava di dare un punto di vista diverso in merito alla delicata questione mediorientale. Oggi ve lo ripropongo perché vale anche per l’universo mondo di opinioni sui migranti. Perché il mero dato oggettivo affonda in ben più complesse dinamiche.

LA GEOGRAFIA
La Geografia non è la scienza che descrive e rappresenta la Terra; e la perseveranza della “classe dirigente mondiale” e di “gran parte dell’umanità” (insiemi di homo sapiens sapiens che mi piacerebbe chiamare Chione), di credere che lo sia, ha prodotto un’interminabile e ancora ben lungi dall’essere interrotta, serie di disastri sociopolitici, antropologici, territoriali e culturali. Di cui il Medioriente la questione migranti è solo l’ultima delle catastrofi. La geografia non è altro che la madre della filosofia e come chiarisce fin da subito Strabone (geografo e storico dell’antica Grecia 60 a.C- 24 d.C) chiunque abbia scritto qualcosa, da Omero ad Aristotele, è stato a sua volta un geografo. La filosofia ne è dunque diretta discendente e proprio dalla geografia ne sviluppa i modelli e le figure di pensiero. Da questo concetto non possiamo prescindere se vogliamo capire come la geografia sia fondamentale nell’evoluzione sociale dell’uomo e come sia stata manipolata e piegata per i propri fini, siano essi leciti o illeciti, dalle visioni politiche e sociali che abitano il pianeta Terra.

CARL RITTER
A inizio dell’800 un geografo visionario di nome Carl Ritter (1779 -1859) recuperò Strabone e cominciò una dura lotta contro la dittatura cartografica che proprio in quegli anni si stava affermando quale mezzo essenziale sul piano delle strategie militari e politiche. Ritter non era per nulla d’accordo con la riduzione della Terra a mera carta geografica, micidiale tavola specchio e altare di se stessa alle cui funzioni mancava l’essenzialità filosofica delle geografia, ossia la conoscenza storico-critica della Terra. Ritter decise quindi di chiamare la sua geografia Erdkunde e di contaminarla con il concetto base secondo cui la Terra altro non è che la casa dell’educazione dell’umanità. La storia culturale e antropologica entra finalmente a far parte dei modelli descrittivi della superficie terrestre, ma nelle logiche politico militari continuerà ad esserne esclusa. Ancora oggi, il fenomeno migratorio (non certo novità degli anni 2000) viene guardato da tutte le parti coinvolte in modo politico e militare, mentre ne è esclusa la componente ritteriana ossia quella culturale e antropologica che non possono essere escluse.
Per comprendere appieno la pericolosità di una rappresentazione cartografica che vuole trascrivere la realtà attraverso uno specifico linguaggio e far poi credere che quella rappresentazione sia la realtà si deve ancora una volta fare i conti con la storia.
In “Geografia” di Franco Farinelli viene proposto l’episodio più che famoso dell’Odissea in cui Ulisse si trova a fronteggiare il ciclope Polifemo e a tal proposito si legge: «L’equivoco (il più antico della cultura occidentale) dipende dal fatto che nel testo di Omero, a differenza che in italiano, le due parole suonano identiche ma si scrivono in maniera diversa: Outis (Nessuno, nome proprio), con la maiuscola e una sola parola, e ou tis (nessuno, pronome indefinito), con la minuscola e due distinti vocaboli. Ulisse, come ogni cartografo, assegna in maniera del tutto arbitraria un nome a sé stesso. Il trucco del nome inventato funziona perché egli abolisce ogni separazione tra le due distinte parole in maniera che l’interlocutore resti ingannato.» Ecco perché quando Polifemo invoca l’aiuto degli altri ciclopi, questi non accorrono, intendendo che “nessuno” (pronome indefinito) lo stesse minacciando.

La cartografia (e la conseguente visione cartografica del mondo), dunque, trascrive una realtà decodificata arbitrariamente secondo un linguaggio definito e pretende che questa rappresentazione sia deducibile da chiunque e per sempre. Ma come Polifemo anche noi rimaniamo ingannati e confusi e decidiamo di interpretare il leggibile come meglio crediamo, adattandolo al nostro substrato storico culturale. Emblematico è l’episodio realmente accaduto a un topografo dell’Istituto Geografico Militare di Firenze che, inviato nel bergamasco a trascrivere la realtà su carta, chiede a un contadino del luogo come venisse chiamata la montagna alle sue spalle. Il contadino rispose «So mìa» che in dialetto bergamasco significa «non lo so», ma il topografo, privo del necessario apparato storico critico che Ritter riteneva essenziale, trascrisse sulla carta Monte Somìa.
Il grande problema della geografia cartografica, quella al servizio dei mutamenti politico territoriali, quella cioè sul tavolo decisionale dei grandi burattinai, è la cancellazione di ogni dialogo tra realtà e carta, o carta e realtà, mediante l’indicazione di una cosa cui non può corrispondere, univocamente, nessuna descrizione verbale o scritta. Soprattutto perché avulso da quell’apparato storico-critico-antropologico di ritteriana memoria.

KANT
Questa dicotomia è intrinseca in ognuno di noi e la proiettiamo sulla rappresentazione personale che facciamo del mondo che ci circonda. Kant che scriveva di filosofia, ma insegnava la geografia, prosegue in questa diatriba lasciando ai posteri un quesito fondamentale e che riguarda la ragione della differenza tra l’immagine scientifica del mondo, basata sulla classificazione logica di Linneo, e quella fisica che ci riguarda in prima persona alla mattina quando guardiamo fuori dalla finestra. Quest’ultima, riassumibile nella definizione di paesaggio, si fonda sul principio di vicinanza o prossimità, da cui traiamo un giudizio sulla base del visibile così come questo si dà all’osservatore. Lo sguardo si focalizza sul rapporto di continuità tra gli oggetti visibili che impongono nel loro insieme un giudizio, dal quale si estrapola la visione che ognuno ha sul mondo. Questo non può che complicare una descrizione cartografica della Terra che oggigiorno, e erroneamente, ha fatto di uno strumento, la carta geografica, la fotografia della realtà. E con questa pretende di tracciare nuovi confini e stabilire nuovi ordini sociali.

IL VILLAGGIO GLOBALE
La globalizzazione, che ha la pretesa di creare un “villaggio globale”, commette lo stesso errore della cartografia e designa con una sola espressione la riduzione del mondo a spazio. Eppure credo che sia ormai evidente anche in piena globalizzazione che non viviamo come lo definisce McLuhan (sociologo canadese 1911-1980) in un mondo uditivo di eventi simultanei e di consapevolezza complessiva. Se la tecnologia comunicativa ha permesso di ridurre le distanze e l’avvento del web ha portato a una condivisione ampia dell’informazione, questo non comporta necessariamente di trovarsi insieme, gli uni “uguali” agli altri, in un villaggio globale.
Ancora una volta l’apparato storico critico di Ritter non è stato preso in considerazione e si è voluto creare una rappresentazione del mondo pretendendo poi di guardarla come realtà. Sempre in “Geografia” di Farinelli «Negli stati a reddito più basso, dove vive il doppio della popolazione, le linee fisse non arrivano a un decimo del totale mondiale, e l’uso di internet e dei telefoni mobili è irrilevante. Si potrebbe pensare che il riequilibrio è soltanto una questione di tempo. Sembra proprio di no.»

Trasportandolo alle questioni comunicative interne all’Is è comprovato come il reclutamento e le comunicazioni tra i militanti avvengano attraverso l’apparato tecnologico più occidentale. I social networks. Le migrazioni sono fenomeni di scala globale, naturali, che esistono prima ancora dell’avvento dell’uomo e sono inarrestabili. Superano i confini fisici e politici in barba alle regole sociali dei territori che ne vengono attraversati.
Che allora avesse ragione McLuhan allora? No perché la diffusione del mezzo, comunque non globale (vengono, infatti, interessati i “credenti” fuori dai territori dello stato islamico, mentre all’interno dei confini la comunicazione è in mano a pochi e controllata), perché il fenomeno oggi, come sempre nella storia, non ha soluzioni effettive politiche e sociali capaci di accontentare sia chi subisce la migrazione, ossia chi rappresenta la parte attiva (in movimento), sia chi rappresenta la parte passiava, ossia le popolazioni e gli Stati- Nazione che la “accolgono”. Chi guarda le migrazioni nel contemporaneo della manifestazione stessa, produce un nuovo linguaggio, personale e arbitrario, con cui gli uni parlano tra loro escludendo il resto del ponderato “villaggio globale”. Il risultato è l’incomunicabilità tra i due mondi. Il villaggio globale di McLuhan è ancora una volta una rappresentazione semplicistica decontestualizzata che in molti hanno impugnato come realtà rappresentata per agire sul mondo.

LA NON SOLUZIONE
A conti fatti la storia contemporanea, nonché l’attuale questione mediorientale sulle migrazioni (e i migranti) sono il frutto di un errato uso della geografia, scisso nella sua complessità di analisi, da cui è stata estrapolata un’unica funzione, quella della cartografia, utile a giustificare i mutamenti sullo scacchiere globale. In quest’ottica è importante guardare alla situazione critica oggi rappresentata dall’Is dalla complessità del fenomeno migratorio, sfruttato dalla malavita con il traffico di esseri umani, dalla politica che non capisce l’entità del fenomeno, dalle organizzazioni mondiali come sponsor per un mondo diverso di pace a senso unico, ecc. Fenomeno, la migrazione, che semmai potrà trovare una soluzione, per definizione apparente e momentanea, questa dovrà essere ricercata tenendo conto non solo di un confine rappresentato, ma anche dell’apparato storico e critico, con particolare analisi dell’evoluzione antropologica dei popoli, dalla loro origine a oggi.

Secondo le voci, Chione, non sei mai stata fottuta
e non v’è niente di più vergine della tua fica. Ma sta di fatto che
non ti copri la parte che dovresti quando ti fai il bagno:
se hai un briciolo di pudore, mettiti il costume sulla faccia.
(Marziale Epigrammi, I, LXXXVII)

Bibliografia:
“Geografia, un’introduzione ai modelli del mondo”, Franco Farinelli, Einaudi, 2003
“Epigrammi, libro degli spettacoli”, Volume I, Marziale, Bur, 2008

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