La speranza

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È una parola che si pronuncia di rado, relegata a nome per animali domestici, imbarcazioni, progetti umanitari. Nel quotidiano “speranza” si è fatta flebile presenza, sottile, quasi invisibile, appena appena percettibile. La speranza non esiste più. Per me è un dato di fatto. Ce la raccontiamo: «Dobbiamo avere speranza per le sorti del mondo, per l’Umanità, per il futuro!» Non è vero. La speranza è morta e va bene così. Basta attaccarsi a un’ipotesi vaporosa di reazione positiva in un qualsivoglia ambito di applicazione. Basta palle mosce. Basta ipocrisia. Sempre più, al giorno d’oggi e con delizioso contrappasso dantesco, è tornata in auge la spietata legge della natura. Che per noi homo sapiens sapiens abbandona in parte la forza, per un più subdolo e quasi incantevole, utilizzo dello scibile. La società moderna è una giungla di cancelli, muri, recinzioni, permessi, ruoli, routine, obblighi, doveri, scelte imposte. E se pensate di sopravvivere con la speranza… vi perderete e soccomberete. Avete, invece, piccolissimi spazi di manovra, quasi impercettibili, di libertà assoluta. Lì risiede l’azione che vi farà sopravvivere. E di sicuro non si chiama speranza.

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