Raccontare

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A tutti piacciono le storie. È un dato di fatto. Raccontare, raccontarsi o confrontarsi con quello che ci sta innanzi, ci emoziona. Sia essa gioia, rabbia, invidia, compassione o condivisione. Come umanità ne siamo ossessionati. Dall’evento o fatto quotidiano, dalla fantasia narrativa, dalle storie personali, umane, politiche, globali, filosofiche, scientifiche ecc. Non ci sono limiti. Siamo golosi, a tratti bulimici. Chi lo fa, chi racconta storie, ha un dono, che deve essere coltivato, attrezzato, corretto. È un compito primordiale e aulico che va dal grezzo animalesco principio di sopravvivenza, con i sensi alla massima concentrazione possibile, assorti in uno stato di caccia, fino al lento, pacato, posato e minuzioso lavoro di fine artigianato. È sapere dove porsi nella storia, sapersi posizionare rispetto ai contenuti, alla narrazione, alla spinta propulsiva insita nella storia stessa. Non siete voi che la raccontate. È la storia. Nient’altro. E qui la nota dolente. Sempre meno si racconta, sempre più vuole emergere chi racconta. Gridando. Facendo propria la storia che non lo è. Perché? Perché è un’epoca di solitudine in cui è primaria la volontà di affermarsi per sentirsi, da soli, meno soli.

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