Unità d’Italia, Boccaccio e la Peste Nera

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Al tempo del CoronaVirus – Sars Cov 2 – Covid 19

Oggi 17 marzo 1861 s’è fatto l’Italia unita.
Oddio, unita, l’abbiam tenuta insieme alla bene e meglio, come si è riusciti a fare, con quel che si aveva a disposizione in questi 159 anni. Un colpo di partito, qualche strage, qualche inganno, tafferugli, qualche mondiale di calcio, alcune barzellette, un po’ di Democrazia Cristiana, qualche cucchiaio di socialismo, nazionalismo, liberismo, comunismo, con due cup (abbondanti di Nato), con la Ceca, la Cee, l’Ue. L’abbiam tenuta insieme con le promesse, con la tv degli anni ’80 e ’90, l’abbiam tenuta insieme sui morti della 1a e 2a Guerra mondiale, l’abbiam tenuta insieme agli Oscar, con l’arte, con il turismo, con i nostri testi, la nostra storia che è la storia del mondo. Sì, si son fatti dei bei rattoppi e tutti, almeno per un po’ han funzionato. Oggi l’abbiam tenuta unita grazie a un virus che ci ha imprigionato in un grande stivale, rigorosamente rosso Valentino, e ci sentiam più forti e uniti perché i nostri lenzuoli, i nostri poggioli e i nostri balconi dicono #andràtuttobene. Speriamo, ma di certo, e questa è una garanzia, non andrà bene per tutti. Ecco; l’Italia non è unita, si è tenuta unita ed è forse questo il più significativo dei motivi per festeggiarne, oggi, l’Unità. Nonostante le disuguaglianze, nonostante le differenze di latitudine, di reddito, di casta; nonostante “chi ce l’ha più duro?”, il “federalismo”, “Roma ladrona” “tutti a casa!”, “Stai sereno”, “credevo fosse la nipote di Mubarack”, l’evasione, la Camorra, la ‘Ndrangheta, Cosa Nostra, la Sacra Corona Unita, la Stidda; nonostante il Covid 19, la sanità allo stremo, i 40mila posti letto persi negli ospedali negli ultimi 10 anni, nonostante i tagli alla cultura e alla ricerca; nonostante la Tv spazzatura, l’aumento esponenziale degli scrittori e il calo vertiginoso dei lettori; nonostante la carta stampata si prenda beffe di se stessa in un crisi dell’editoria e dell’informazione che non ha eguali nella storia di questo Paese; nonostante tutto questo e molto ancora che sicuramente ho dimenticato, sembra proprio che ci teniamo a essere italiani.
Io nel mio piccolo ci tengo; e allo stesso tempo mi vergogno di molte, moltissime cose che stanno accadendo e sono accadute nel nostro Paese e al nostro Paese. Vorrei un’Italia diversa perché ci son giorni in cui vorrei solo prenderne le distanze. Eppure, quel sentimento di “Casa”, lo provo da Trento a Pannaconi (Calabria) in un filo di passione ed emozione che mi fa luccicare gli occhi e l’animo ogni volta che conosco persone di valore, che frequento luoghi incredibili e che apprendo le storie che intrecciandosi le une alle altre hanno formato la Storia d’Italia.

Mi sia concessa, infine, la libertà di rendervi edotti di quanto attuale sia oggi il Nostro Boccaccio, Giovanni per gli amici, che nel suo Decameron (circa 1350 d.C) descrive quella che negli anni poco precedenti la stesura si è rivelata essere la più mortifera delle pandemie (fino ad oggi): la campionessa del mondo, Peste Nera (circa 200 milioni di morti nella sola Europa). Un testo ancora oggi piuttosto facile da leggere e che, con le dovute proporzioni, descrive i giorni che stiamo vivendo (psss, meglio del Manzoni, s’intende)

Ho tragicamente sezionato il testo nelle parti più interessanti, ma, se siete dell’idea di affrontare le novelle per intero lo trovate tranquillamente in rete. Vi lascio alcuni link di riferimento.



Link 1: https://www.liberliber.it/mediateca/libri/b/boccaccio/decameron/pdf/boccaccio_decameron.pdf
Link 2: http://www.letteraturaitaliana.net/pdf/Volume_2/t318.pdf

«Dico adunque che già erano gli anni della fruttifera incarnazione del Figliuolo di Dio al numero pervenuti di milletrecentoquarantotto, quando nella egregia città di Fiorenza, oltre a ogn’altra italica bellissima, pervenne la mortifera pestilenza: la quale, per operazion de’ corpi superiori o per le nostre inique opere da giusta ira di Dio a nostra correzione mandata sopra i mortali, alquanti anni davanti nelle parti orientali incominciata, quelle d’inumerabile quantità de’ viventi avendo private, senza ristare d’un luogo in uno altro continuandosi, verso l’Occidente miserabilmente s’era ampliata. E in quella non valendo alcuno senno né umano provedimento, per lo quale fu da molte immondizie purgata la città da oficiali sopra ciò ordinati e vietato l’entrarvi dentro a ciascuno infermo e molti consigli dati a conservazion della sanità, né ancora umili supplicazioni non una volta ma molte e in processioni ordinate, in altre guise a Dio fatte dalle divote persone, quasi nel principio della primavera dell’anno predetto orribilmente cominciò i suoi dolorosi effetti, e in miracolosa maniera, a dimostrare.
[…]
E fu questa pestilenza di maggior forza per ciò che essa dagli infermi di quella per lo comunicare insieme s’avventava a’ sani, non altramenti che faccia il fuoco alle cose secche o unte quando molto gli sono avvicinate. E più avanti ancora ebbe di male: ché non solamente il parlare e l’usare cogli infermi dava a’ sani infermità o cagione di comune morte, ma ancora il toccare i panni o qualunque altra cosa da quegli infermi stata tocca o adoperata pareva seco quella cotale infermità nel toccator transportare.[…]E erano alcuni, li quali avvisavano che il viver moderatamente e il guardarsi da ogni superfluità avesse molto a così fatto accidente resistere; e fatta brigata, da ogni altro separati viveano, e in quelle case ricogliendosi e racchiudendosi, dove niuno infermo fosse e da viver meglio, dilicatissimi cibi e ottimi vini temperatissimamente usando e ogni lussuria fuggendo, senza lasciarsi parlare a alcuno o volere di fuori di morte o d’infermi alcuna novella sentire, con suoni e con quegli piaceri che aver poteano si dimovano. Altri, in contraria oppinion tratti, affermavano il bere assai e il godere e l’andar cantando attorno e sollazzando e il sodisfare d’ogni cosa all’appetito che si potesse e di ciò che avveniva ridersi e beffarsi esser medicina certissima a tanto male; e così come il dicevano mettevano in opera a lor potere, il giorno e la notte ora a quella taverna ora a quella altra andando, bevendo senza modo e senza misura, e molto più ciò per l’altrui case faccendo, solamente che cose vi sentissero che lor venissero a grado o in piacere E ciò potevan far di leggiere, per ciò che ciascun, quasi non più viver dovesse, aveva, sì come sé, le sue cose messe in abbando27 volgimento, come se veleno avesser preso, amenduni sopra li mal tirati stracci morti caddero in terra. Dalle quali cose e da assai altre a queste simiglianti o maggiori nacquero diverse paure e immaginazioni in quegli che rimanevano vivi, e tutti quasi a un fine tiravano assai crudele era di schifare e di fuggire gl’infermi e le lor cose; e così faccendo, si credeva ciascuno medesimo salute acquistare. E erano alcuni, li quali avvisavano che il viver moderatamente e il guardarsi da ogni superfluità avesse molto a così fatto accidente resistere; e fatta brigata, da ogni altro separati viveano, e in quelle case ricogliendosi e racchiudendosi, dove niuno infermo fosse e da viver meglio, dilicatissimi cibi e ottimi vini temperatissimamente usando e ogni lussuria fuggendo, senza lasciarsi parlare a alcuno o volere di fuori di morte o d’infermi alcuna novella sentire, con suoni e con quegli piaceri che aver poteano si dimovano. Altri, in contraria oppinion tratti, affermavano il bere assai e il godere e l’andar cantando attorno e sollazzando e il sodisfare d’ogni cosa all’appetito che si potesse e di ciò che avveniva ridersi e beffarsi esser medicina certissima a tanto male; e così come il dicevano mettevano in opera a lor potere, il giorno e la notte ora a quella taverna ora a quella altra andando, bevendo senza modo e senza misura, e molto più ciò per l’altrui case faccendo, solamente che cose vi sentissero che lor venissero a grado o in piacere E ciò potevan far di leggiere, per ciò che ciascun, quasi non più viver dovesse, aveva, sì come sé, le sue cose messe in abbando27 no; di che le più delle case erano divenute comuni, e così l’usava lo straniere, pure che ad esse s’avvenisse, come l’avrebbe il proprio signore usate; e con tutto questo proponimento bestiale sempre gl’infermi fuggivano a lor potere.
[…]
che faccian noi qui? che attendiamo? che sognamo? perché più pigre e lente alla nostra salute, che tutto il rimanente de’ cittadini, siamo? reputianci noi men care che tutte l’altre? o crediam la nostra vita con più forti catene esser legata al nostro corpo che quella degli altri sia, e così di niuna cosa curar dobbiamo, la quale abbia forza d’offenderla? Noi erriamo, noi siamo ingannate; che bestialità è la nostra se così crediamo; quante volte noi ci vorrem ricordare chenti e quali sieno stati i giovani e le donne vinte da questa crudel pestilenza, noi ne vedremo apertissimo argomento.

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