03012022 – El Vedrèr

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Lì, su quella lastra di ghiaccio che sormonta il tracciato, senza ramponi, senza racchette, con a destra un erto lembo di monte che si alza vertiginoso verso sud-est e dall’altra il burrone, due pensieri te li fai e anche qualche conto personale.

Siete mai stati in una stanza anecoica? È una camera capace di assorbire il suono lasciandoti in uno stato di assoluta quiete. Varcata la soglia, dopo pochi minuti, sarete in grado di percepire distintamente il suono del vostro cuore, lo stridire del respiro ed i gorgoglii dello stomaco. Dopo 15 minuti non sarete più in grado di muovervi con equilibrio e allo scoccare della mezz’ora il vostro cervello riempirà il silenzio più profondo con suoni immaginari e allucinazioni audiovisive.

Lì, su quella lastra, il cuore l’ho sentito distintamente. Ho trattenuto il fiato. Lo faccio spesso quando devo concentrarmi. Gli scarponi mi davano una brutta sensazione e la neve già calpestata, compattata e ghiacciata, non si era rilassata abbastanza. Nonostante le temperature non fossero rigide, il sole, velato e ancora non del tutto sorto da dietro la vetta, aveva reso quel tratto di sentiero particolarmente ostico. Scivoloso. Rigido.

Sarebbe bastato avere i ramponi. Non li avevo. Non me li sono portati perché ne posseggo un solo paio e non ero solo. Con me in questa salita di inizio 2022 c’era “El vedrèr”. Sono convinto che quando si sale con qualcuno, lo si debba fare alla pari, insieme. La vetta è solo un punto di arrivo, un pretesto; la vera sfida è racchiusa nel percorso. È forse una banalità, eppure, ad ogni salita, anche della stessa montagna, mi sento più ricco di nuove convinzioni e certezze. Il percorso accresce il corpo, lo spirito e l’esperienza. Deve poterti prendere a schiaffi e dirti: «Tu di qui non puoi passare, non sei attrezzato, non sei ancora pronto. Alza i tacchi, girati, ci vediamo quando sarai più maturo».

Io e El vedrèr ce lo siamo sentiti dire chiaramente. Avevamo passato da un centinaio di metri di dislivello la linea degli alberi entrando a pieno titolo nella zona alta della montagna. Dalla località “Le Prese” ci siamo diretti verso quello che è il tracciato più classico, quello che abbiamo fatto più e più volte. Quello da passeggiata estiva con la convinzione che il caldo di questi giorni, di fine e inizio anno, e la scarsità di neve in vetta non ci avrebbero messo i bastoni tra le ruote.

Da “Le Prese” il sentiero ciottolato si fa subito leggermente ghiacciato e di passo in passo lo spessore della neve già battuta da altri avventurieri si accresce in un manto di acqua granitica. Se prima lo scarpone dava solidità e sicurezza ora le gambe sono meno ferme. Abbiamo rallentato dimezzando la velocità di ascesa fino ad arrestarci. Ci siamo guardati e abbiamo preso tempo.

Rifugio Marchetti – Stivo – 3/1/2022

Rinunciare al primo tentativo è un brutto colpo, soprattutto quando per entrambi in gioco non c’è solo una stupida scalata alla vetta più vicina a casa propria, ma l’inizio di un nuovo percorso personale. Ognuno il suo.

Rinunciare, tornare indietro, avrebbe significato assaporare il gusto della sconfitta ancor prima di cominciare. Perché quello che stavamo facendo era il nostro primo passo. Andare avanti per testardaggine, proseguire con imperizia sarebbe stato, però, un atto suicida. Non tanto per il rischio concreto di finire a far compagnia ai cinghiali dentro il burrone, quanto per la mancanza di rispetto nei confronti della natura e di noi stessi.

Ho recuperato la mappa e in bilico sul micro “seracco” mi son messo a scrutare le nostre opzioni. Avremmo potuto tentare la vetta da un nuovo sentiero, totalmente esposto a sud, completamente in cresta e quindi quasi certamente privo di lastroni di ghiaccio. Per farlo saremmo dovuti tornare indietro di un bel pezzo.

Non fa bene all’umore retrocedere, darla vinta, seppure in parte, alla montagna ma si deve anche essere consapevoli della meta e di quanto raggiungerla possa voler dire cambiare i piani più e più volte. Anche perché, è la montagna che decide se e quando puoi dare fondo alle tue energie mentali e fisiche per arrivare in vetta.

Trovato il piano “B” bisognava attuarlo. Con molta attenzione siamo indietreggiati tornando a valle fino all’inizio del tracciato in cresta. L’abbiamo guardata la cresta, l’abbiamo sentita nei primi passi l’alta pendenza. La via era percorribile vista l’assenza di neve o lastre di ghiaccio e quindi, ora, sarebbe stata una nostra decisione quella di provarci o mollare.

El Vedrer dava i primi segni di cedimento polmonare, io muscolare. In due facevamo un uomo solo con abbastanza ossigeno e buone gambe. In due. Abbiamo deciso di provarci. Io avrei controllato le pause per ossigenarsi e lui non avrebbe mollato di un centimetro. Per entrambi.

La terra ghiacciata, con quella pendenza, è piuttosto scivolosa. Bisogna bilanciare bene i pesi e fare in modo che lo scarpone non fugga al proprio controllo. Salire una cresta ha i suoi pregi e i suoi difetti. 

Mentre percorri quella linea sottile ti senti sospeso nel vuoto, l’unico tassello in grado di unire il mondo dal di qua con quello dal di là; vedi lontano, oltre. I venti sono più intensi, di quota ed hanno il gusto della saggezza, come se, rispetto ai parenti di terra, fossero più in grado di vedere le cose in modo diverso, distaccato, dall’alto, appunto, senza sporcarsi di odori, malumori, sporcizia umana. 

Mentre salivamo ci sentivamo estremamente insignificanti. Davanti avevamo la maestosità di una roccia che da millenni guardava il mondo da lassù mentre tutt’attorno c’era ancora quel vivere frenetico, confuso, impaurito, pandemizzato, ma che era divenuto improvvisamente così lontano, silenzioso e immutabile. Eravamo in una nuova dimensione. Fiaccati e schiacciati dal peso della fatica eppure ebbri di realismo. Percepivamo la fatica come benzina. Un passo. E ancora uno.

Ci abbiamo messo molto più di quanto non ci avessimo mai messo. Il tempo non aveva importanza. A dirla tutta, meglio così. Ogni minuto passato in quota su quella cresta ci ha tatuato il prezzo delle scelte fatte.

Quando abbiamo raggiunto il rifugio eravamo felici, soddisfatti e diversi. Sapevamo che ce l’avremmo fatta ad affrontare le nostre personali sfide. 

La montagna si è rilassata, ci ha strizzato l’occhiolino e ci ha mostrato tutta la sua sconfinata forza e bellezza. L’abbiamo contemplata, respirata, memorizzata.

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Nota dell’autore:
Quella che avete letto è la narrazione di un’escursione realmente avvenuta. La descrizione non deve però essere considerata quale “mappa” per ripercorrere l’ascesa. Se volete salire sul monte Stivo come per ogni escursione in montagna informatevi sempre in anticipo sulle condizioni meteo e di sentiero. Controllate le varie allerte e chiamate i gestori dei rifugi che sapranno darvi tutte le informazioni aggiornate. Cercate sempre di affrontare le vostre escursioni attrezzati, muniti di acqua, qualche snack, dei ricambi e le attrezzature idonee ad affrontare la scalata in quel dato periodo. Il mio suggerimento è inoltre quello di consumare comunque qualcosa nei rifugi. Il lavoro che i gestori svolgono è prezioso e fondamentale. Diamo loro una mano. Ah, si mangia e si beve quel che c’è. I ristoranti si trovano in fondovalle.


IL PERCORSO di gennaio
Dalla località “Ai Piani” sopra il Monte Velo ci siamo diretti fino alla località “Le Prese”. Da qui siamo saliti per la cresta sud fino al rifugio Marchetti. Il ritorno è avvenuto dal medesimo sentiero.


3-12-2022 Me & El Vedrèr

5 comments on “03012022 – El Vedrèr”

  1. Ottimo articolo. Trasuda d’amore e rispetto per la Natura, consapevolezza dei propri limiti e resilienza. Sono rimasto incollato al racconto in attesa di sapere se sareste arrivati in cima: complimenti a te a al El Vedrèr per l’avventura.

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