366 giorni dopo la chiusura del Trentino

One comment

Un anno e un giorno fa chiudeva il Trentino. Queste parole arrivano il giorno seguente perché è quel che è consentito fare ai collaboratori. Arrivare dopo, essere considerati dopo. Ammesso di essere mai stati davvero considerati in questa vicenda. Perché a conti fatti, a me, a noi collaboratori del Trentino, nessuno ha chiesto nulla. Ci vediamo citati nei comunicati, in qualche sparuto articolo, ma, sebbene rappresentati da “qualcuno”, mai ci è stato chiesto di essere coinvolti. O, quantomeno, quali fossero le nostre aspettative in una eventuale “lotta”. Uso molte virgolette perché in un anno le virgolette sono aleggiate su questa tragicomica vicenda conclusasi nel silenzio più totale già il 16 gennaio 2021. Lì è iniziato e perdurato il silenzio, dentro e fuori dal Trentino.

Pochissimo è stato scritto, pochissime le azioni concrete per mantenere alto il livello comunicativo di una battaglia che, comunque, ha riguardato solo quelli che avevano un contratto. E di questi “solo”, unicamente quelli che erano all’oscuro della vicenda e che si sono trovati culo all’aria.

Perché che il Trentino avrebbe chiuso, prima o dopo, lo si sapeva. Che avrebbe chiuso il 15 gennaio, invece, Qualcuno lo sapeva. Lo sapeva con un certo anticipo, tanto che due giorni prima della chiusura, a Riva del Garda, la voce aveva cominciato a girare da “Ragazzina vestita da modella, tacchi a spillo e sguardo da star” di pezzaliana memoria fino a lambire gli organi istituzionali locali e la stessa redazione.

Chi sapeva ha in fretta e furia calato le proprie scialuppe con un tempismo che dire sospetto è fare un torto al più becero giallo da ombrellone e ha armeggiato per un salvataggio su altri, non tanto distanti, lidi giornalistici.

Poi sono arrivate le contrattazioni e alcuni ci si sono dovuti aggrappare: perché abbiamo tutti delle spese, tutti una vita e, in parte, tutti una famiglia.

Anche noi collaboratori. Quelli che a sentire l’ultimo comunicato dell’azienda sono «liberi professionisti non a libro paga che non hanno più un piccolo introito e il piacere di scrivere su un quotidiano ma non hanno perso un posto di lavoro». Anche quelli.

Ecco. Che l’introito fosse piccolo non lo discuto. Però quei 6.500 € annui, lordi, erano magari un affitto. O altre spese di famiglia; magari le rette di un nido per poter continuare a lavorare, dei pannolini, il latte in polvere se per sfiga il parto porta complicanze e quello naturale della madre svanisce nel nulla. Quel piccolo introito, che si fonda sul piacere di scrivere su un quotidiano sarebbe il caso di confrontarlo, banalmente, con l’effettiva necessità di avere dei collaboratori per portare avanti un giornale.

Prendo me stesso e mi dico da solo che non conto un cazzo, che il mestiere di giornalista non lo so fare, che lo faccio e l’ho fatto solo ed unicamente per avere il piacere di scrivere su di un giornale. Ho iniziato a scrivere sul Trentino a settembre del 2013. Prendiamo allora in esame il 2016, ossia meno di 3 anni dopo. È l’anno in cui divento pubblicista. Praticamente un piccolo insignificante collaboratore. Quell’anno, dal 1° gennaio al 31 dicembre, dal basso della mia inesperienza, dai bassifondi della gratificazione personale, ho scritto 1.050 articoli. Se avessi lavorato ogni giorno dell’anno, 365 giorni, fa una media di 3 articoli al giorno. Ci sono redattori a contratto che a fatica arrivano alla metà. E quello non è stato il mio anno più prolifico.

Gli articoli, come sanno gli addetti ai lavori, non crescono sugli alberi. Si fanno andando sul territorio, faccia a faccia con la gente, con le istituzioni, con quelle personalità che hanno rilevanza sociale, pubblica o istituzionale. Relazioni che si costruiscono in anni di lavoro. Proprio qui germoglia il valore del collaboratore, il cui contratto a tempo indeterminato permane intangibile, non tanto per la mancanza di necessità di una penna in più, ma per la grave crisi del giornalismo in atto dal 2000, se non prima.

Siamo così inutili, noi collaboratori, che la testata “antagonista” di proprietà dello stesso editore che scrive siffatte dolci parole di stima, nell’ultimo anno, mi ha contattato tre volte per sapere se era mia intenzione scrivere per loro. A questo punto immagino me lo abbiano chiesto perché faceva brutto lasciarmi privo della gloria di scrivere per un quotidiano locale.
Non ho mai accettato.
Va detto che, paradossalmente, mi ha contattato di più la concorrenza di chi invece avrebbe dovuto portare avanti le battaglie dei collaboratori.

Fa anche sorridere che alla vigilia della manifestazione mi abbiano contattato quelli del Trentino per chiedermi, dopo un anno di silenzio, se avessi voglia di fare numero al presidio. Chi mi ha contattato è pure caduto dal pero davanti al mio diniego perché convinto che noi collaboratori fossimo stati aggiornati minuziosamente sull’evolversi di questa lotta (impari).

So che queste mie parole traboccano rabbia. Sono anche pervase di sconforto, disillusione e amarezza. E un pizzico di profonda nostalgia. Sono parole nel vuoto, perché le mie, tanto quanto quelle di chi ieri era al presidio, non oltrepasseranno mai l’indifferenza di un giornalismo cieco, di una politica che annaspa nella retorica del sé e di un Ordine che non ha più mezzi e voce per far sentire il peso della catastrofe che si cela dietro la chiusura di un giornale. Non tanto per la chiusura in quanto tale, quanto per le modalità e per quanto è stato permesso a un editore di poter fare. Sto gran figlio de … e tutti quelli che lo sapevano in anticipo e si sono parati il culo da soli.

Io oggi non ho letto l’Adige (quotidiano indipendente del Trentino), ma ho forti dubbi che si sia parlato, veramente, della chiusura del Trentino. A parole, i giornalisti, il giornalismo, la politica, l’imprenditoria, il cittadino, possono esprimere sconforto e disapprovazione. È nei fatti che si percepisce quanta rilevanza ha pubblicamente tutto questo. Spoiler alert: nessuna. Nell’ultimo mese ho ricevuto tre comunicati stampa accompagnati da reminder su Whatsapp con la richiesta di pubblicazione sulle pagine del Trentino delle varie notizie. Inoltre il cellulare ha squillato quattro volte per sapere se al Trentino poteva interessare la tal notizia. La gente ancora non lo sa o non se lo ricorda che non esiste più questo giornale. È inutile che se ne ricordino gli addetti ai lavori un anno dopo, sottolineando, a ragione, che c’è stata una condanna ai danni dell’editore, che qualche mese di stipendio arretrato dovrà essere ancora pagato e che ci sono 11 persone (e connesse famiglie) in Cassa Integrazione a Zero Ore.

Noi collaboratori siamo a piede libero dal 16 gennaio 2021. In stato confusionale, letteralmente abbandonati; chi con tanta rabbia, chi con nausea. In un anno ci siamo reinventati. Siamo sempre stati costretti a reinventarci, a lavorare nel mondo della comunicazione, degli uffici stampa, nel complesso mondo della partita iva, senza lo stipendio fisso, in balia delle nostre capacità e costretti a lavorare con pubbliche amministrazioni che puntano al massimo ribasso o con privati dal braccino corto: «Quanto ci vorrà mai a fare un comunicato e a mandarlo agli organi di stampa?». Lavori che facciamo e facevamo per integrare quello da giornalista, quello che ci riempiva l’animo, perché le tasche non ce le siamo mai gonfiate. Tutto questo in una guerra tra poveri a soffiarci i lavori uno con l’altro.

«La fai facile tu. Perché non hai alzato la voce se le cose non andavano bene?»

Giusto. L’ho fatto due volte ed in entrambe ne ho pagato le conseguenze. La prima volta mi sono ribellato alle pretese di un giornalista professionista, che dava per scontata la mia disponibilità di tempo a sua insindacabile discrezione 7 giorni su sette, senza preavviso, senza organizzazione, come se fossi parte di un organico di cui, però, non ero parte. Ho espresso la mia contrarietà, ho fatto nomi e cognomi e ho pubblicato il mio acido pensiero. Sui social. Grave errore, ma non lo sapevo ancora. È diventato virale. In mezz’ora lo hanno letto un bel po’ di persone. L’accusato si è lamentato con il Direttore che ha chiamato il Caposervizio che mi ha fatto il cazziatone: avrei dovuto cancellare immediatamente la mia personale suggestione e avrei dovuto chiedere scusa all’offeso porgendo l’altra guancia. Sono stato al contempo istruito sul fatto che i panni sporchi si lavano in casa. Che non deve emergere all’esterno che ci sono problemi interni. Che, e qui cito testualmente, «si possono anche ribaltare le scrivanie, ma dentro le mura di casa». Per avallare tale narrazione mi era addirittura stato riportato un episodio di forte discussione interna alla redazione avvenuto qualche anno prima proprio a Trento.

Aveva ragione, i panni sporchi si lavano a casa. Credo. La seconda volta, memore della prima, ho portato i panni in redazione e ho avviato la centrifuga al massimo dei giri. Le scrivanie sono volate verbalmente, per fortuna non fisicamente. Uno scontro duro e aspro. Ancora una volta per ribadire che non mi era più sostenibile economicamente portare tre o 4 articoli al giorno, perlustrare il territorio, fare il giornalista a tuttotondo con lo stipendio di un collaboratore. Scontro violento, panni in casa; risultato: non ho scritto per mesi. Non per mia scelta. Sono stato tagliato fuori.

Non rimpiango di aver alzato la voce e di aver detto la mia. Anche perché in entrambi i casi l’accusa era sul sistema, non sulle persone, una delle quali, tra le altre cose, mi ha allevato e insegnato davvero il mestiere. Gli va tutta la mia gratitudine e professionale ammirazione. Credo, però, che questo non sia stato capito. Era un grido di allarme che andava portato dai redattori, ai caposervizio, al vicedirettore, al direttore e quindi all’azienda. Il giornale era impantanato, andava avviata al più presto una riflessione sul futuro del giornalismo. Probabilmente eravamo troppo provinciali per agire. Il problema oggi persiste e non lo si risolve con l’online. Serve una riflessione più profonda che porti a nuove strategie.

Una costituente per il giornalismo, per l’informazione. Per la tutela del lavoro, per il professionismo, per la tutela di redattori e collaboratori, per tutta la complessa macchina che gestisce l’informazione. C’è fame di un’informazione onesta, ma ad oggi non è economicamente sostenibile. Ecco che si crea un’informazione che diventa prodotto e non diritto. Quindi abbiamo gli articoli da clickbaiting, i titoloni gridati, lo scarso uso di fonti, il pressappochismo e una ormonale e brutale brama alla velocità.

Stiamo guardando il dito, non la luna. E, detta fuori dai denti, puzza pure di merda.

I collaboratori sono così inutili che durante il periodo di ferie dell’organico di redazione venivano contrattualizzati con ruolo di redattore a tempo determinato per consentire, appunto, le ferie dell’organico. Gli Inutili venivano inseriti nelle redazioni e senza tanti problemi, spostati da una parte e dall’altra della regione. Contratto a tempo determinato senza benefit, tutt’al più un buono pasto. Ma nessun rimborso spese. E c’è chi, come me, si faceva Arco – Bolzano (91,4 Km – 1h 10’ all’andata) o Arco – Merano (115 km; 1h25’ all’andata) in autostrada. Sei giorni a settimana. Lo si faceva, io lo facevo, per imparare, per entrare ancora di più all’interno di questo mondo, capirlo, comprenderlo, studiarlo. Lo si faceva con il sorriso, dedizione e passione. Finite le ferie del personale assunto si tornava collaboratori. Inutili, vanesi, a caccia di gloria.

Ho ancora troppa rabbia per parlarne lucidamente, ma qualcosa la dovevo dire, anche solo per catarsi personale. Pertanto non crucciatevene, non sentitevi presi in causa, nomi non ne ho fatti. Lo stronzo sono io, siamo noi collaboratori, che ci permettiamo di pretendere il vezzo di una firma su di un quotidiano locale.

Il Trentino ha chiuso: doveva essere una tragedia, è stata lasciata diventare un fatto.

Spero solo che quelle 11 persone possano trovare una nuova casa, che riescano ad elaborare il lutto.

Noi collaboratori ci trovate alla ricerca «del piacere di scrivere per …».

Qui di seguito vi lascio un link ad un pdf che contiene i titoli degli articoli scritti nel 2016. Giusto per mettere una fonte e che non si dica che invento le cose. QUI

1 comments on “366 giorni dopo la chiusura del Trentino”

  1. Comprensibile sfogo di uno dei tanti Invisibili, di chissà quante categorie. Leggevo il Trentino ogni giorno. Anche se non potevo immaginare cosa si celasse dietro ogni articolo, potevo percepire delle cose piuttosto banali ma essenziali ai fini di ciò che hai scritto. Il giornale alternava penne di qualità con altre davvero pessime, sconclusionate. Forse a dei lettori “da prima pagina” avrebbe potuto non importare ma c’è ancora una fetta di persone per cui l’informazione di un certo livello è fondamentale specialmente in un periodo come quello degli ultimi anni in cui le fake news viaggiano ad un ritmo il doppio più veloce rispetto alle notizie serie, che hanno bisogno di ricerche e fonti attendibili da cui essere supportate. Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti e non sempre sono trascurabili e degne di un “ridiamoci sopra”. Certo il giornale – magari – avrebbe chiuso a prescindere ma una più oculata gestione del personale (interno ed esterno) avrebbe potuto fare la differenza nel corso del tempo. Dubito che di questi tempi una Partita Iva possa permettersi il non lavorare di qualità.
    In ogni grande azienda c’è chi rema e chi resta a guardare, magari con le giuste proposte e i giusti cambi…
    Trovo indecoroso il trattamento che vi hanno riservato, specialmente alla chiusura del giornale. E’ emerso come il Trentino non fosse una realtà che rispettava e apprezzava come avrebbe dovuto le persone, prima ancora dei giornalisti e questo, scusate se è poco, spesso fa la differenza. Immagino che per quelli che stavano a guardare non sia stato facile ingoiare la pillola e dover cominciare a spalare merda per reinventarsi.Tanta solidarietà, invece, a te e alle altre persone del giornale che si meritavano un trattamento migliore.

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